Goethe – I Segreti

pellegrino-san-Giacomo

Mirabile è il canto che vi attende;
udite tutti, e che nessuno manchi!
Si snoda la via per monti e per valli;
qui la vista è preclusa, lì invece si apre,
e se il sentiero fra le siepi si perde,
non pensate che d’errore si tratti;
finita l’ascesa, sarà il momento
per noi di rivolgerci alla meta.

Non creda però alcuno di potere
il senso proibito acquisire del canto:
molti hanno da trarne giovamento
e vari fiori dà la madre terra;
se ne va uno con duro cipiglio,
un altro rimane con lieto aspetto:
ognuno godrà a suo talento,
la fonte offre l’acqua a più viandanti.

Provato da una lunga marcia
intrapresa per alto comando
col bordone del buon pellegrino
lasciato il sentiero va fratello Marco,
un po’ d’acqua cercando e un po’ di pane,
sul far della sera in una valle:
spera possa trovare per quella notte
un tetto ospitale in mezzo al bosco.

Scosceso un monte gli si para
innanzi, tracce scorge d’un cammino,
segue il sentiero che si piega,
per salire deve aggirare le rocce;
ben presto si trova a dominare la valle
mentre il sole di nuovo a lui risplende,
indi con intima gioia scopre
sol pochi passi distare la cima.

monti-scoscesi

Non lungi è il sole che al tramonto
ancor risplende in mezzo a oscure nubi;
per ascendere raccoglie le forze,
un compenso spera gli venga dalla fatica.
«Adesso – dice a se stesso – si vedrà
se c’è gente che vive in questi pressi!»
Sale, ascolta, gli pare di essere rinato:
giunge ai suoi orecchi un suono di campane.

Una volta giunto sulla cima,
una valle s’apre dalle dolci linee.
Il mite suo sguardo brilla di piacere;
quand’ecco sul limite del bosco vede
in verde radura una bella dimora
su cui posa il sol l’ultimo raggio.
Corre per prati molli di rugiada
verso il convento che tutto è luce.

È già al cospetto di quel luogo di pace,
che al suo animo dona calma e speme,
quando sull’arco della chiusa porta
riconosce un’immagine arcana.
Ristà, medita e mormora parole
di una prece che gli sale dal cuore,
ristà e si chiede che dire voglia il tutto.
Calato è il sole e muta è la campana!

Vede innalzarsi maestoso il segno,
che per ognuno è conforto e speme
e migliaia di spiriti han professato,
cui si volsero mille e mille cuori
che il potere annienta della morte,
e sventola su bandiere vittoriose.
Le stanche membra ricrea una fonte di vita,
vede la croce, in basso volge gli occhi.

fratello-Marco

Sente in sé la salute che qui pulsa,
sente la fede che accomuna mezzo mondo;
ma da nuovo pensiero è penetrato
come vede l’immagine da presso:
alla croce s’intrecciano le rose.
Chi alla croce ha le rose congiunte?
Rigonfia è la ghirlanda che su ogni lato
il duro legno ammorbidire vuole.

Danzano lievi argentee nubi,
si librano lassù con la croce e le rose,
dal centro sgorga di vita santa
triplice raggio che da un punto muove;
l’immagine non accompagnano parole
che rischiarare possano l’arcano.
Nel crepuscolo che viepiù si abbuia
sta egli assorto, si sente confortato.

Bussa infine, quando già alte le stelle
volgono su di lui gli occhi luminosi.
Si apre la porta e lieta è l’accoglienza:
a braccia aperte e con le mani tese.
Donde viene racconta, come da lungi
mosso lo abbiano gli ordini dall’alto.
L’ascoltano assorti, nello sconosciuto
onorano l’ospite: si onora l’inviato.

Per meglio udire fanno ressa intorno
come sospinti da una segreta forza,
nessun respiro l’ospite disturba,
ogni suo detto echeggia dentro i cuori.
Ciò ch’egli narra suona come verbo
di sapienza su labbra di fanciullo:
la franchezza e innocenza del suo aspetto
ne fanno un uomo che d’altro mondo viene.

vecchio-monaco

Benvenuto! – esclama a lui volto un vegliardo –
così rechi il tuo messaggio pace e speme!
Tu vedi come noi siamo oppressi,
se pur l’animo rinfranchi la tua vista.
Ahi noi, il nostro ben ci è tolto,
l’angustia ci assilla, e la paura.
In un’ora solenne queste mura ti accolgono,
straniero, che l’ambascia spartirai con noi.

Ché l’uomo che tutti qui ci unisce,
che a noi è padre, amico e guida,
che luce e coraggio conferì alla vita,
fra breve da noi vuol prendere congedo.
Ce l’ha detto lui stesso or non è poco;
ma né l’ora né il modo vuole svelare:
l’addio è certo, ma avvolto nel mistero,
ed è fonte per noi di un vivo dolore.

Tutti ci vedi coi capelli grigi,
requie c’impose la natura stessa:
non accogliemmo alcun che in giovani anni
disposto fosse a rinunciare al mondo.
Poi che la vita di tutto ci rese edotti,
e il vento non spirò più sulle nostre vele,
potemmo qui con tutti gli onori riparare,
lieti di trovare un rifugio sicuro.

Il nobiluomo che ci ha qui condotti
ha la pace di Dio dentro al suo petto.
Gli fui compagno sulle vie del mondo,
e degli anni che furono ben mi sovviene:
le ore in cui è solo e intento a prepararsi
ci annunciano prossima la sua dipartita.
Che è l’uomo? Perché dar la vita
non potrà per un essere migliore?

Tale sarebbe la sola mia ambizione;
perché dovrei ad essa rinunciare?
Quanti prima di me si sono avviati!
Lui solo dovrò piangere con lacrime amare.
Con quanta grazia egli t’avrebbe accolto!
Ma a noi ha lasciato oramai la casa;
non ha detto chi a lui debba succedere,
il suo spirito ormai da noi è lontano.

simbolo-rosacroce

Viene ogni dì solo per breve ora,
racconta più e più concitato:
udiamo così dalla sua bocca quale
mirabile guida gli fu la Provvidenza.
Noi badiamo a che i posteri non perdano
una sillaba del suo certo annunzio;
c’è sempre qualcuno a prendere nota
a che puro e fedele sia il ricordo.

Mi andrebbe raccontare di persona,
piuttosto che restare sempre a udire;
non perderei un sol particolare,
ancora ho tutto vivo nella mente;
ascolto e non mi riesce di celare
di non essere sempre soddisfatto.
Se un dì potrò parlare di tali cose,
il mio dire suonerà ben alto.

Da estraneo direi più e meglio
come alla madre dal cielo venne l’annuncio,
come al suo battesimo una stella
più lucente figurò sul firmamento,
come spiegate l’ali un avvoltoio
si posò nella corte accanto alle colombe;
non già a portare, come al solito, rovina,
ché parve venuto a seminare pace.

La sua modestia ci ha poi taciuto
come bambino la serpe egli vinse
che sorprese nel sonno la sorella
e attorno a lei si era avvinta.
La balia fugge e abbandona la neonata;
egli la serpe strozza con mano salda:
giunge la madre e per le gesta del figlio
gioisce, e per la figlia in vita.

vetrata-acqua-dalla-roccia

Taciuto ha pure che, tocca da sua spada,
una fonte sgorgò da dura roccia,
come torrente impetuoso discendendo
del monte la china fino a fondo valle.
Ancor zampilla, rapida e argentina,
come quando a lui si fece incontro
e i compagni che videro il prodigio
non osavano ancora dissetarsi.

Allorché la natura un uomo esalta,
a che stupirsi se compie gesta egregie?
La forza del creatore in lui lodiamo,
che la debole argilla di sé impronta.
Ma quando un uomo, di tutte le prove,
la più dura sostiene e se stesso vince,
ben possiamo prenderlo ad esempio
e dire: «È lui, a sé appartiene!».

Vuole ogni forza uscire nel vasto mondo,
e vivere e agire per ogni dove,
ma l’argina e la frena da ambo i lati
la corrente del mondo che ci porta:
in questo intimo dramma ed esterna lotta
ode lo spirito cosa che intendere è duro:
«Dal poter che ogni cosa tiene avvinta
l’uomo si affranca che supera se stesso».

Il suo cuore gli insegnò per tempo
quel che in lui appena può dirsi virtù;
ligio alla severa parola del padre
anche allorché quello con ruvidezza
gravò di compiti i giovani suoi anni:
a essi il figlio lieto si assoggetta
come, spinto dal bisogno, farebbe
per denaro un povero orfanello.

Nelle milizie ebbe a scendere in campo,
a piedi sotto la pioggia e il solleone,
i cavalli accudire e imbandire la mensa,
di ogni anziano fante stare al comando.
Sollecito recava ad ogni ora
del dì e della notte l’altrui messaggio,
abituato ad esistere per gli altri,
la fatica era per lui l’unica gioia.

Era ardito e vivace nella mischia,
raccoglieva i dardi sparsi al suolo,
poi s’affrettava a scegliere le erbe
per fasciare le piaghe dei feriti.
Quanti toccava, tanti risanavano,
la sua mano consolava l’infermo:
chi non si rallegrava nel vederlo!
Solo suo padre pareva non badargli.

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Come nave leggera che va di porto
in porto e suo carico non sente,
egli sopporta la paterna guida
che eccetto l’obbedire nulla conosce.
Brama la gioventù piaceri e onori,
ma questi è dal voler degli altri mosso.
Invano medita il padre prove nuove,
pretendere non può se non lo loda.

Finché un dì non si dà per vinto,
riconosce infine la virtù del figlio.
La ruvidezza del vecchio viene meno,
gli fa dono di un bel destriero;
dagli umili servizi lo dispensa.
Ora il giovane si cinge della spada,
mercé le prove entra nell’ordine
che a lui per nascita spettava.

Potrei raccontare per giorni e giorni
ciò che all’udire desti meraviglia;
verrà il dì che dai nipoti la sua vita
sarà narrata al pari di una favola.
Ciò che i romanzi e le poesie
hanno d’inverosimile, eppur piace,
il cuore apprende qui e si compiace
doppiamente, ché risponde al vero.

Vuoi conoscere il nome dell’Eletto
che fu prescelto dalla Provvidenza,
e mai sarà abbastanza lodato,
che di tanti miracoli fu la fonte?
Humanus si chiama codesto santo
e saggio uomo, di tutti il migliore:
il nome della schiatta del pari ti rivelo
e insieme quello dei suoi maggiori. –

Parlò il vecchio e più avrebbe detto,
ché pieno era di cose portentose,
e noi per settimane avremmo modo
di dilettarci al nuovo suo racconto;
ma il suo dire fu di subito interrotto
proprio allorché gli traboccava il cuore.
Gli altri frati andavano e venivano,
così facendo gli tolsero la parola.

Alla fine della mensa rende Marco
omaggio agli ospiti e al Signore:
chiede ancor una conca di fresca
acqua piena, e gliela danno.
Indi è condotto in una vasta sala,
ove una scena singolare si offre;
quale sia stata, non vi sarà nascosto.
Ve la descriverò punto per punto.

stalli-Humanus

Non c’era orpello a velare lo sguardo,
si slanciava ardita una crociera;
tredici scanni lungo le pareti
vide disposti come entro un coro,
con arte da mani esperte intagliati,
innanzi a ognuno un piccolo leggio.
Ci si sentiva invitati alla preghiera,
alla pace e a un vero sodalizio.

Tredici scudi in alto erano appesi,
uno per ogni scanno e non per vanto
di avi illustri qui mostrati:
pareva ciascuno aver un senso.
E frate Marco fu preso dal disio
di sapere che significassero.
Al centro di nuovo riconosce il segno
della croce congiunta al serto di rose.

Molte cose può l’anima adombrare,
or da uno or dall’altro oggetto attratta;
qui un elmo lo scudo sovrasta,
là riconosci lance e spade;
qual si raccolgono in campo
di battaglia, qui sono d’ornamento:
poi armi e insegne di terre straniere,
e se non erro, anche catene e ferri!

Ciascun presso lo scanno s’inginocchia,
si batte il petto e assorto prega;
il labbro profferisce brevi canti,
di cui si nutre l’intima loro gioia.
Indi, scambiata la benedizione,
si ritirano i frati per un breve sonno
sgombro da fantasie. Solo Marco
rimane, con pochi, e la sala contempla.

Benché stanco, vorrebbe ancor vegliare,
l’attrae questa o quella scena.
Qui vede un drago rosso come fiamma,
che la sua sete nelle fiamme spegne;
un orso tiene nelle fauci un braccio
che gronda sangue a larghi fiotti.
I due scudi a pari distanza erano appesi,
di lato alla croce con le rose.

sala-Humanus

«Venisti a noi per vie miracolose –
riprende il vecchio affabile il suo dire. –
Queste scene ti esortino a restare,
finché le gesta degli eroi ti siano note.
Quel che è ascoso e non puoi indovinare,
mostrato ti sarà in confidenza.
Già sei presago delle ambasce
patite, delle perdite e del premio.

Non credere però che questo vecchio
sol parli del passato; qui molto accade,
quel che vedi acquista nuovi sensi
se pur lo celino diverse sembianze.
Se ti è gradito, puoi già prepararti:
varcasti, amico, sol la prima porta.
Nel vestibolo venisti da noi accolto,
di entrare nel recesso mi pari degno».

Dopo breve riposo in muta cella,
si desta l’amico a un suon di squilla.
Balza in piedi con l’antico slancio,
segue il figlio del cielo l’invito alla preghiera.
Si veste in fretta e corre alla soglia,
già il cuore lo precede nella chiesa:
docile e calmo, l’animano le preci;
la porta vuol socchiudere che è chiusa.

E come ascolta, con pari distacco,
tre volte un cavo bronzo risuona;
non tocco già d’orologio o pur di squilla,
si mescola ogni tanto un suon di flauto.
La musica è nuova, non facile a spiegare,
ha movenze che rallegrano il cuore,
invita su grave cadenza di canto
liete coppie a intrecciare danze.

Accorre alla finestra ove conta vedere
quel che il suo animo turba e intriga.
A oriente scorge gli albori dell’alba,
traversano l’orizzonte strisce di foschia.
Poi – ma deve credere ai suoi occhi? –
una luce strana si muove nel giardino.
Tre giovani una fiaccola nella mano
attraversano di corsa il loggiato.

Vede come candide risplendono le vesti
aderenti ai corpi e ben tagliate,
il capo riccioluto e inghirlandato
vede e le rose alla cinta intrecciate.
Par che ritornino da notturne danze,
belli e da una lieta fatica ristorati.
S’affrettano ora, le faci spengono,
al par di stelle: sono già lontano …

(Goethe, Die Geheimnisse)