Caucaso – Batradz vendica suo padre

venti

Gli Æhsærtæggatæ seppellirono il corpo di Hæmyts. Batradz non c’era, era lontano, in spedizione. Come informarlo dell’assassinio di suo padre? Non si sapeva dove trovarlo. Allora gli Æhsærtæggatæ mandarono il Vento Freddo della Sera dal Vento Freddo del Mattino, con l’incarico di dirgli: «Percorri il cielo e la terra, trova il figlio di Hæmyts, Batradz, e digli che suo padre è stato ucciso. Se è seduto, che subito si alzi; se è in piedi, che non si sieda!».

Il Vento Freddo della Sera portò al Vento Freddo del Mattino il messaggio degli Æhsærtæggatæ. Il Vento Freddo del Mattino percorse il cielo e la terra, incontrò Batradz, gli fece le sue condoglianze secondo l’uso dei Narti e gli disse: «All’alba, gli illustri Narti, mi hanno incaricato di un messaggio per te: tuo padre Hæmyts, l’eroe dai baffi d’acciaio, è sceso nel Paese dei Morti per mano di un assassino».

Il figlio di Hæmyts, l’eroe d’acciaio, si appoggiò alla sua lancia e pianse. «Il mio focolare è distrutto, il mio fuoco è spento!». E dai suoi occhi d’acciaio colavano pesanti lacrime di piombo. Quando ebbe così sciolto il nodo del suo cuore, prese la via del ritorno.
Appena arrivato, domandò a Satana: «Madre, chi ha ucciso mio padre?».
«Tuo padre è morto di malattia, figlio mio che non ho partorito! Egli ha pagato il suo surreal-specchiodebito a Dio. Tu, per fortuna, sei tornato a casa sano e salvo».

Satana sapeva che Batradz sarebbe stato feroce nella sua vendetta e temeva anche per lui. Per questo, non voleva rivelargli chi erano gli uccisori di suo padre.
Ma Batradz capì il suo pensiero e disse: «Madre, desidero mangiare dei grani abbrustoliti!».
«Non dirmelo due volte», rispose Satana, tutta contenta. Mise la placca di ferro sul fuoco e abbrustolì i grani. Ne riempì una ciotola e la tese a Batradz.
«Madre, mi hai forse allevato con una mano di legno?», protestò Batradz.
Satana prese dalla ciotola un pugno di grani che scottavano e li tese a Batradz.

Batradz le strinse la mano nelle sue: «Dimmi, presto, chi ha ucciso mio padre!».
Satana dovette cedere: «Contro tuo padre fu ordito un complotto. Chi l’ha ucciso è Saynæg Ældar. Ha avuto per complice Buræfærnyg della famiglia dei Boratæ. Si sono poi divisi le sue spoglie: Saynæg Ældar ha preso la spada, Buræfærnyg la pelliccia di zibellino e Soslan i suoi tre cavalli meravigliosi».
«Vendicherò mio padre e riprenderò i suoi beni!».
E Batradz sellò Durdura, il cavallo di Hæmyts, balzò su di lui e partì.

Satana lo richiamò: «Dove vai?», gli chiese.
«Prima di tutto vado a uccidere Saynæg Ældar».
«Mio sole, figlio mio, non è così facile uccidere Saynæg Ældar! Egli non può morire che della propria spada. Poiché vuoi affrontarlo, ascoltami. Ogni giorno, all’alba, egli conduce i suoi tre cavalli meravigliosi a bere a una fonte. Coglilo in quel momento e, avvicinandoti, digli: “Che la mattina ti sia propizia, vecchio!”. Egli ti risponderà: “Salute a te, giovane. Donde ti conduce il tuo Dio, così presto? La bestia selvatica non calpesta questi luoghi, né l’uccello ci vola. Come sei arrivato fin qui?”. Rispondigli: “Che dire, vecchio? Il cuore dei giovani è folle. Il fabbro celeste Kurdalægon mi deve forgiare una spada-Aresspada. Ho già riunito quanto occorre di carbone e di ferro e ho chiesto ai vecchi chi è l’uomo che possiede la spada migliore, per far fare la mia simile a quella. Essi mi hanno risposto: Non vi è spada al mondo che valga quella di Saynæg Ældar, fa’ fare la tua simile a quella!”. “Che delle loro famiglie, a quei vecchi, non possano sopravvivere uomini più di quante spade essi possano mai fabbricare simili alla mia!”, replicherà Saynæg Ældar, e sguainerà la spada. Che spada! Sulla lama brilleranno il sole e la luna, e la terra vi si rifletterà come in uno specchio. Te la presenterà con la punta in avanti, perché essa ti uccida da sé, se hai l’imprudenza di prenderla. Fa’ allora indietreggiare il tuo cavallo come se lo scintillio lo spaventasse. Saynæg Ældar ti dirà: “Giovane, mi sembra che il tuo cavallo abbia paura delle spade!”. Rispondigli: “È perché l’hanno fatto molto soffrire! Tendimela per l’elsa”. Quando te l’avrà data, esaminala bene. Proprio nel mezzo vedrai una tacca e dirai: “Che peccato che sia stato intaccato il filo di una tale spada!”. Egli ti risponderà: “Possa mangiare intestini d’asino al Paese dei Morti, il narto Hæmyts! È stato quando l’ho ucciso, che la spada si è intaccata sul suo dente magico”. Fa’ attenzione: di tutto il suo corpo, la spada ha presa solo sulla nuca. Perciò fa’ così: guarda a destra e a sinistra come se cercassi qualche cosa, e chiedigli: “Da che parte si leva il sole qui da voi, vecchio? Questo paese mi è ignoto e non riesco a orientarmi”. Egli si volterà e ti dirà: “Da questa parte!”. Mentre ti volterà le spalle, con tutta la forza che hai, cala la spada sulla tua nuca. È l’unico modo per ucciderlo».

Batradz partì. Andò, e finì per arrivare al paese di Saynæg Ældar. Ed ecco che all’alba Saynæg Ældar conduce i suoi tre cavalli meravigliosi a bere alla fonte.
Batradz si avvicinò: «Che la mattinata ti sia propizia, vecchio!», disse.
«Salute a te, giovane! Donde ti porta il tuo Dio, così presto? La bestia selvatica non calpesta questi luoghi, né l’uccello ci vola. Come sei arrivato fin qui?».
«Che dire, vecchio? Il cuore dei giovani è folle. Il fabbro celeste Kurdalægon mi deve forgiare una spada. Ho già riunito quanto occorre di carbone e di ferro e ho chiesto ai vecchi chi è l’uomo che possiede la spada migliore, per far farmene una simile a quella. Mi hanno risposto: “Non vi è spada al mondo che valga quella di Saynæg Ældar, fa’ fare la tua simile a quella!”. Così vengo a chiederti di mostrarmela».

spada-fiammeggiante

«Che delle loro famiglie, a quei vecchi, non possano sopravvivere uomini più di quante spade essi possano mai fabbricare simili alla mia!», disse Saynæg Ældar, e sguainò la spada: sulla lama brillavano il sole e la luna, e la terra vi si rifletteva come in uno specchio. Egli la tese a Batradz con la punta in avanti. Batradz tirò la briglia del cavallo, che indietreggiò come se avesse paura.
«Giovane, mi sembra che il tuo cavallo abbia paura delle spade!», disse Saynæg Ældar.
«È perché l’hanno fatto molto soffrire! Tendimela per la guardia».

Saynæg Ældar gli diede la spada per la guardia. Egli la esaminò, si estasiò e, guardando il filo: «Ah! – disse – che peccato che sia stato intaccato il filo di una tale spada!».
«Possa mangiare intestini d’asino al Paese dei Morti, il narto Hæmyts! – disse Saynæg Ældar. – È stato quando l’ho ucciso, che la spada si è intaccata sul suo dente magico».
A queste parole, Batradz provò un tale furore che si affrettò a chiedere: «Da che parte si leva il sole qui da voi, vecchio? Questo paese mi è ignoto e non riesco a orientarmi».
Non appena Saynæg Ældar si fu girato verso levante, Batradz lo colpì alla nuca con un tal colpo che la testa rotolò per terra.
«I Narti non crederanno che io abbia ucciso Saynæg Ældar!», si disse Batradz. E così, tagliò la mano destra del morto e la portò con sé.

Arrivando, gridò: «Madre, ho vendicato il sangue di mio padre, cessa il tuo digiuno!». E mano-mozzatagettò davanti a lei la mano del morto.
«Tu hai tagliato la mano di qualche bovaro – disse lei – perché non è possibile che tu abbia avuto ragione così facilmente di Saynæg Ældar. Se quel che dici è vero, domani il vento porterà a ciuffi capelli d’oro e cadrà una sottile pioggia di sangue».
L’indomani, molto presto, Satana si alzò e salì per il sentiero fino a un’altezza da cui poter osservare tutto l’orizzonte: il vento portava a ciuffi capelli d’oro e cadeva una sottile pioggia di sangue!
Era proprio perché, laggiù, le mogli di Saynæg Ældar si strappavano i capelli e si laceravano le guance …

Satana tornò e disse a Batradz: «Non ho altro desiderio che servirti, figlio mio che non ho partorito! Hai vendicato tuo padre, ma è un peccato mandare tra i morti un tale uomo mutilato di un membro. Lui non ha mutilato tuo padre mandandolo tra i morti. Va’, e riportagli la sua mano!».
Essa rese la mano a Batradz, avvolta nella seta. Questi la prese, montò a cavallo e partì. Quando arrivò al paese di Saynæg Ældar, mise piede a terra ai margini del villaggio, piantò nel terreno la sua lancia, vi legò il cavallo e si diresse verso la casa del morto. La gente in lutto era là, radunata. Batradz, con la mano tagliata, fece i gesti dell’offerta funeraria e la posò sul petto del cadavere dicendo: «Che la tua parte di argilla ti accolga con gioia e che tutto sia finito tra noi: tu avevi ucciso mio padre, io ti ho fatto pagare. Ecco la tua mano».

La folla, dapprima come pietrificata, si mise presto a tumultuare. E gli uni sussurravano agli altri: «Il cervo da se stesso è venuto sotto la scure!». «L’uccisore è nelle nostre mani, che cosa aspettiamo?». Ma non sapevano come ucciderlo.
Allora, dalla gente in lutto si fece avanti un vecchio e chiese loro: «Il suo cavallo, dov’è il suo cavallo?».
«Laggiù, ai margini del villaggio. Egli ha piantato in terra la sua lancia e vi ha legato il cavallo!».
«Andate, strappate via la lancia e fate sparire il cavallo!».

Ebbero un bel tirare con tutte le loro forze, la lancia non cedette. E tornarono dal vecchio dicendo: «La lancia non cede!».
«Come contate di uccidere quell’uomo, quando non potete neanche cavare dal suolo la sua lancia? Rinunciate, miei soli, o vi massacrerà. Non è una creatura come le altre».
Riconoscendo la loro impotenza, essi rinunciarono. E Batradz si congedò da loro e dal morto secondo gli usi, tornò ai margini del villaggio, cavò la sua lancia dal suolo, montò a cavallo e partì.

guerrieri-narti

Subito si diresse verso la casa di Buræfærnyg, presso i Boratæ. Spinse il cavallo nel cortile e, senza perder tempo, chiamò: «Esci, Buræfærnyg, ti è arrivato un ospite!».
Buræfærnyg uscì e, riconoscendo Batradz, cercò di sguainare la spada, ma Batradz lo prevenne e la testa rotolò per terra. Batradz rimontò a cavallo rapidamente e galoppò: i sette figli di Buræfærnyg già si lanciano al suo inseguimento.
Egli continuò a fuggire finché i sette inseguitori rimasero distanziati sul sentiero. Allora si voltò bruscamente e li uccise tutti fino all’ultimo, nell’ordine in cui si presentavano. Tagliò loro le teste, le mise nelle borse della sua sella e tornò davanti alla casa di Buræfærnyg.
«Venite a vedere – gridò – i vostri sette mariti mi hanno incaricato di portarvi delle mele!».

La moglie e le sette nuore di Buræfærnyg uscirono, e Batradz gettò le sette teste davanti a loro. Esse scoppiarono in singhiozzi e lo maledissero. Batradz si infuriò e le sospinse davanti a sé, tutt’e otto, come un gregge.
«Vi farò battere il mio grano!», disse loro.
Le condusse sulla riva del Mar Nero, falciò dei pruni e li dispose come spighe sull’aia. Prese la madre, e ne fece l’animale di centro. Prese le figlie e le mise come animali esterni. Le attaccò tutt’e otto alla tavola della trebbia, vi montò sopra e, fino a sera, le fece girare a piedi nudi sulle spine, come i buoi girano sulle spighe. Quando i loro piedi teste-mozzatefurono tutta una piaga, le staccò e le rimandò a casa.
Fece ritorno e raccontò la sua seconda vendetta a Satana.

Chi sa quanto tempo passò? Un giorno, Batradz disse a Satana: «Devo assolutamente andare da Soslan. Bisogna che mi dica dove sono i tre cavalli meravigliosi di mio padre».
In quel momento Soslan si trovava sulla pianura di Suh, a far pascolare i suoi tre cavalli meravigliosi, e non permetteva che si passasse di là.
Satana disse a Batradz: «Non ucciderlo: è il migliore della nostra famiglia!».

Batradz partì. Quando Soslan lo scorse, gli gridò: «Io non permetto che un uccello voli fin qui, come osi venire?».
Batradz non rispose, e cominciarono a battersi. Prima a colpi di frecce, ma le frecce rimbalzavano sui loro corpi d’acciaio o cozzavano per aria rompendosi in mille pezzi. Poi si avvicinarono, sguainarono le spade e si precipitarono l’uno sull’altro, ma le spade, senza ferirli, non facevano che sprizzare scintille. Le rimisero nel fodero e si azzuffarono.
Dopo aver lottato per un po’, Batradz atterrò Soslan. Già appoggiava la spada sulla gola del vinto, quando si ricordò della preghiera di Satana.

«Che fare? Satana mi ha scongiurato di non ucciderti, perché sei il migliore della nostra famiglia. Dunque, sii perdonato. Altrimenti, ti avrei certamente tagliato la testa».
Soslan, sempre a terra, si mise a ridere: «Dio sia lodato, è nato nella nostra famiglia uno più forte di me. Ora, tu mi puoi uccidere!».
Ma come avrebbe potuto ucciderlo Batradz? Lo lasciò libero e tutt’e due si recarono alla capanna di Soslan e fecero un buon pranzo.
«E ora, prendi i tre cavalli meravigliosi di tuo padre», disse Soslan.
Batradz andò a prenderli, e accompagnato da Soslan tornò al villaggio dei Narti.

Batradz conservava nel suo cuore due motivi di risentimento contro i Narti: l’assassinio di suo padre e l’ingiuria fatta un tempo a sua madre.
Un giorno li convocò e disse loro: «Voi non siete innocenti dell’assassinio di Hæmyts, mio surreal-disperazionepadre, e avete cacciato come selvaggina Bytsen, mia madre. Pagatemi l’offesa di mia madre e il sangue di mio padre!».
I Narti erano alla disperazione, e non sapevano che cosa fare.

Allora Syrdon disse loro: «Andate da lui e ditegli: Noi non siamo colpevoli del sangue di Hæmyts, ma non abbiamo la forza di opporci a te. Dunque, tua la bocca, tuo il giudizio! Quello che esigerai, noi lo faremo».
Essi mandarono a dire a Batradz: «Noi non siamo colpevoli del sangue di Hæmyts, ma non abbiamo la forza di opporci a te. Dunque, tua la bocca, tuo il giudizio! Quello che esigerai, noi lo faremo».
Batradz fece rispondere loro: «Io costruisco una casa. “Mia la bocca, mio il giudizio”, voi dite? Non esigerò dunque molto. Portatemi del legno d’azalea in quantità sufficiente per fare i miei pilastri; un legno da frusta che possa farmi da trave trasversale e un legno di æhsnarts perché sia la mia trave del tetto!».

I Narti non stavano più in sé dalla gioia. «Ce la caveremo con poco!», pensavano. Ogni casa mandò un tiro di buoi nella foresta. Ma ebbero un bel perlustrare e girare; dove mai avrebbero trovato un’azalea grande come un pilastro, un legno da frusta, un fusto del cespuglioso æhsnarts abbastanza grossi da servire come trave? Non riportarono neanche di che tagliare una canna! La testa bassa tra le spalle alzate, rincasarono.
Si riunirono e dissero a Batradz: «Abbiamo percorso la foresta in ogni senso e non abbiamo trovato alcuna azalea, né legno da frusta, né æhsnarts che rispondano alle tue esigenze. Ma – che Dio ci conceda la tua pietà! – stabilisci un’altra riparazione».

Egli disse loro: «Riempite di cenere di seta l’otre di mio padre!».
I Narti abbassarono la testa. Come potevano rifiutare? Presero tutte le belle sete delle loro mogli e delle loro figlie, le portarono in cima alla Collina delle Preghiere e vi dettero fuoco.
Allora Batradz si rivolse a Dio: «Dio degli dèi, scatena il vento che turbina e la tempesta vorticosa!».
Il vento e la tempesta portarono via la cenere delle stoffe preziose. Nelle mani dei Narti surreal-ceneri-ventonon ne restò tanta da riempire un ditale.
Si riunirono di nuovo e dissero a Batradz: «Abbiamo spogliato le nostre mogli e le nostre figlie, a dorso d’asino abbiamo portato tutte le loro sete sulla Collina delle Preghiere, e là le abbiamo bruciate. Ma il vento che turbina e la tempesta vorticosa sono venuti e la cenere che ci è rimasta non basterebbe a riempire un ditale. Che Dio ci conceda la tua pietà! Dicci come riparare i nostri torti».

Batradz disse loro: «Io davvero non ho più voglia di vivere con voi. Per liberarvi di me, e io di voi, bruciatemi su un fuoco di pruni».
I Narti non risparmiarono alcuna specie di pianta spinosa, costruirono un immenso rogo e l’accesero. Batradz vi sedette sopra, le gambe stese. Già i Narti si rallegravano: «Brucerà – si dicevano – e ci saremo liberati di lui!».
In mezzo alle fiamme azzurre, l’acciaio di Batradz rosseggiava. Allora, egli fece un balzo e andò a sedersi sulla fonte dove i Narti attingevano la loro acqua. Subito l’acqua evaporò fino all’ultima goccia e i Narti ben presto furono torturati dalla sete. Mandarono i loro vecchi e i loro bambini a supplicarlo. Egli lasciò scorrere l’acqua, ma non senza nuove minacce. I Narti persero ogni speranza.

Fu allora che comparve Syrdon: «Sono disposto a salvarvi, ma vi conosco, e fisso in anticipo ciò che voglio in cambio del mio favore: nel giorno della spartizione, ogni anno, mi darete tutti i giovani buoi e i vitelli di due anni, dai piedi lenti; delle vostre greggi di bestiame minuto, tutti gli agnelli magri».
A una voce, i Narti gridarono: «Che Dio ci conceda la tua pietà, Syrdon, salvaci! Se tu chiedi di più, noi te lo daremo!».

Syrdon si recò dunque da Batradz. Per strada, rifletteva: «Se gli vado incontro, penserà che gli stia tendendo un’imboscata e mi ucciderà; se arrivo da dietro, penserà che io lo stia inseguendo e mi ucciderà ugualmente. Che fare?».
Così fece in modo di accostarlo di lato. Subito Batradz lo scorse, e quello si batteva la testa col bastone e balbettava con voce rotta dai singhiozzi: «Hæmyts era mio fratello per giuramento e io conosco coloro che l’hanno ucciso. Ma che cosa posso fare contro di loro?».
«Chi ha ucciso mio padre?», chiese Batradz.
«Perché dovrei nascondertelo? Tuo padre è stato ucciso per istigazione dei Geni e degli Spiriti. In questo stesso momento, riuniti nella fortezza di Uarp, stanno giudicando l’anima di Hæmyts».

Batradz fece convocare i Narti e disse loro: «Legatemi alla mia freccia e, col mio arco, lanciatemi contro la fortezza di Uarp!».
I Narti si affrettarono a eseguire l’ordine. Batradz rase al suolo la fortezza, sguainò la spada e colpì i Geni e gli Spiriti, tagliò loro le mani e le ali, e ben pochi poterono fuggire.

(Fonte: Dumézil, Il Libro degli Eroi)