Warrau – La fidanzata di legno

Nahakoboni, il cui nome significa «quello che mangia molto», non aveva nessuna figlia e, quando divenne vecchio, cominciò a preoccuparsi. Senza figlia, niente genero: chi avrebbe dunque avuto cura di lui?
Così, scolpì una ragazza nel tronco di un prugno: siccome egli era molto abile, la giovane statua-maternita-legnofu di una bellezza meravigliosa e tutti gli animali vennero a corteggiarla.
Uno dopo l’altro, il vecchio li respinse, ma quando si presentò Yar – il Sole – Nahakoboni pensò che un genero simile meritava d’essere messo alla prova.

Gli impose quindi diverse imprese: avrebbe dovuto, tra l’altro, colpire un bersaglio con l’obbligo però di mirare al di sopra di esso.
Comunque sia, il Sole se la cavò onorevolmente e ottenne in matrimonio la bella Usi-diu (letteralmente, in inglese, «seed-tree»). Ma quando cercò di provarle il suo amore e consumare il matrimonio, scoprì che era impossibile perché il creatore di sua moglie aveva dimenticato un particolare essenziale che ora si confessava incapace di aggiungere.
Yar consultò l’uccello /bunia/ (Ostinops sp.) che gli promise di aiutarlo. L’uccello si lasciò prendere e vezzeggiare dalla fanciulla e, approfittando di un’occasione favorevole, praticò l’apertura mancante da cui fu poi necessario estrarre un serpente celato all’interno. Ormai nulla ostacolava la felicità della giovane coppia.

Il suocero però era molto irritato dal fatto che il genero si fosse permesso di criticare la sua opera e che avesse chiamato l’uccello bunia per ritoccarla. Così attese pazientemente il momento propizio per vendicarsi.
Quando venne il periodo delle piantagioni, distrusse più volte di seguito, magicamente, il lavoro del genero che tuttavia riuscì lo stesso a coltivare il proprio campo con l’aiuto di uno spirito. Avendo anche ultimato la costruzione di una capanna per il suocero, nonostante la malevolenza del vecchio, Yar poté infine dedicarsi alla vita domestica e, per molto tempo, lui e sua moglie vissero molto felici.

Un giorno, Yar decise di fare un viaggio verso occidente. Poiché Usi-diu era incinta, le consigliò di fare delle tappe brevi: avrebbe dovuto solo seguire le sue tracce avendo cura di andare sempre a destra; del resto, egli avrebbe sparso delle piume sui sentieri che giravano a sinistra per evitare ogni possibile confusione.
All’inizio andò tutto bene, ma la donna rimase perplessa quando arrivò in un luogo dove il vento aveva spazzato via le piume. Allora il bambino che portava in grembo cominciò surreal-fidanzata-solea parlare e le indicò la strada. Le chiese anche di cogliere dei fiori. Nell’inchinarsi, la donna fu punta da una vespa sotto la cinta. Nel tentativo di ucciderla, fallì il bersaglio e colpì se stessa.

Il bambino che portava in grembo credette che il colpo fosse destinato a lui e si rifiutò di guidare ancora la madre, che finì dunque per smarrirsi del tutto. Infine, la donna arrivò a una grande capanna il cui solo abitante era Nanyobo (nome di una grossa rana), che le apparve nelle sembianze di una donna molto vecchia e molto forte.
Dopo averla ristorata, la rana pregò la viandante di spidocchiarla, ma raccomandandole di fare attenzione a non schiacciare i parassiti fra i suoi denti, poiché erano velenosi.
Spossata dalla fatica, la giovane dimenticò la raccomandazione e procedette nel modo abituale. Cadde subito morta.

La rana aprì il cadavere e ne estrasse non uno, ma due superbi bambini, Makunaima e Pia, che allevò teneramente.
I due bambini crebbero, cominciarono a cacciare gli uccelli, poi i pesci (con arco e frecce) e la grossa selvaggina. «Soprattutto non dimenticate – diceva loro la rana – di essiccare il vostro pesce al sole e non al fuoco». Tuttavia, essa li mandava a raccogliere legna e quando loro tornavano il pesce era sempre cotto a puntino. In verità la rana vomitava fiamme per cucinare e le ringoiava prima del ritorno dei due giovani, di modo che questi non vedevano mai il fuoco.

Spinto dalla curiosità, uno di loro si trasformò in lucertola e spiò la vecchia. La vide vomitare il fuoco ed estrarre dal suo collo una sostanza bianca che assomigliava all’amido del Mimusops balata. Disgustati da queste pratiche, i fratelli decisero di uccidere la madre adottiva.
Dopo aver diboscato un campo, la legarono a un albero che avevano lasciato nel mezzo; accatastarono tutto intorno della legna e le diedero fuoco.
Mentre la vecchia bruciava, il fuoco che era nel suo corpo passò nelle fascine, le quali erano di legno /hima-heru/ da cui oggi si ottiene il fuoco per frizione.

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uccelli-tronco

Wilbert riporta una versione abbreviata di questo mito, ridotta all’episodio della donna scolpita, figlia di Nahakoboni, a cui vari uccelli tentano successivamente di rompere l’imene. Alcuni falliscono, perché il legno è troppo duro; a causa del tentativo, resta loro un becco curvo o spezzato. Un altro riesce nell’intento e il sangue della giovane donna riempie una pentola, in cui varie specie di uccelli vengono a cospargersi prima di sangue rosso, poi bianco, poi nero: così essi acquistano il loro piumaggio caratteristico. L’«uccello brutto» arriva per ultimo ed ecco perché le sue penne sono nere.

Il motivo della fidanzata scolpita in un tronco d’albero lo ritroviamo in regioni molto lontane del continente: dall’Alaska, fra i Tlingit (dove la donna rimane muta, quindi otturata in alto anziché in basso), alla Bolivia, dove è oggetto di un mito tacana che si conclude in modo drammatico: la bambola animata dal diavolo trascina il marito umano nell’aldilà.
Lo ritroviamo anche tra i Warrau sotto la forma della storia di un giovane celibe che scolpisce una donna in un tronco di palma Mauritia. Questa donna lo rifornisce di cibo che il giovane afferma essere immondizia, ma i suoi compagni scoprono la statua e la distruggono a colpi d’ascia.

L’essenza vegetale citata in questi ultimi miti rinvia evidentemente al «marito di legno» di cui si parla all’inizio della storia di Haburi, instaurando così un primo rapporto con gli marito-legnoaltri miti del gruppo.
Del resto, almeno sul piano semantico, appare una analogia fra l’«uccello brutto» della versione Wilbert e il nostro bunia, designato correntemente con il nome di «uccello puzzolente».
Si noterà che la versione Wilbert sviluppa il motivo dell’uccello, fino a diventare un mito sulla differenziazione degli uccelli secondo la specie, amplificando così l’episodio del mito di Haburi dedicato alla differenziazione delle anitre.

Infine, la versione Wilbert si unisce a un gruppo di miti sull’origine del colore degli uccelli (l’uccello che giunge per ultimo è sempre quello che diviene nero), gruppo che può essere generato mediante la trasformazione dei miti sull’origine del veleno da caccia o da pesca.
Ritroviamo qui la stessa ossatura, ma generata da una serie di trasformazioni al cui punto di partenza si collocano miti sull’origine del miele.
Ne risulta che nel pensiero indigeno deve esistere una omologia tra il miele e il veleno, come prova l’esperienza, visto che talvolta i mieli sudamericani sono velenosi. La natura della connessione sul piano propriamente mitico, si rivelerà in seguito.

Questo parallelismo sarebbe incomprensibile se non riflettesse un’omologia fra l’ingannatore toba o Volpe matako da una parte, e la fidanzata di legno del mito guayanese dall’altra. E non si vede come potrebbe instaurarsi questa omologia se non attraverso la ragazza folle di miele che, a sua volta, è omologa con Volpe o con l’ingannatore.
È quindi necessario che la fidanzata di legno sia una trasformazione della ragazza folle di miele. Resta da spiegare come e perché. Ma bisognerà prima introdurre altre varianti del mito guayanese, senza le quali sarebbe difficile affrontare il problema di fondo.

(Lévi-Strauss, Dal miele alle ceneri)

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uccelli-colori

A quanto pare, ci stiamo addentrando in un «territorio di caccia» forse troppo impervio per noi.
A colpi di «trasformazioni», il nostro caro Strutturalista prova ad aprirci dinanzi un sentiero «logico»: anzi, attraverso più sentieri, prova a ipotizzare un nucleo narrativo «originario», da cui la ramificazione dei diversi miti o gruppi di miti «paralleli».

La Statua è difettosa, le manca qualcosa: perlopiù la vagina, a volte invece la parola. È dunque «otturata» ora in basso, ora in alto. Nel primo caso, direi, in modo clandestino – lo stesso Sole non vede che tardivamente, e solo quando entra in intimità con la fidanzata, ne scopre il difetto di fabbrica. Nel secondo invece in modo manifesto: tutti possono «sentire» che non parla, o – a essere più precisi – che parla un’altra lingua, una lingua silente.

Ora, quando è la vagina a essere «chiusa», quando il deficit è in basso, tocca agli uccelli finire il lavoro dello Scultore. Quando invece è la bocca a non volersi «aprire» al linguaggio sociale, tocca all’Ingannatore, a Volpe, porre rimedio.
Ma si potrebbe anche dire: che la vagina della Statua è sì promessa al Sole, ma sarà, gira surreal-bambolae volta, la Luna a iniziarla alle mestruazioni, e che viceversa la sua bocca, lunatica di natura, entrerà in funzione solo il giorno in cui verrà in qualche modo accecata o prenderà un abbaglio alla luce del Sole.

Il cromatismo degli uccelli, la distinzione cioè dei colori del loro mantello di piume, specie per specie, è la conseguenza dell’apertura della vagina. È come dire: prima i colori non c’erano. Erano, ma non c’erano! Ma è anche come dire che prima il mondo non era avvelenato – dando per scontata l’omologia che il pensiero indigeno instaura tra il cromatismo (dell’arcobaleno, per es.) e il veleno che, per estensione, diventa omologia tra il cromatismo (dei miraggi immaginali) e il veleno della seduzione.
Il sopravvento dell’inganno, in cui la parola si lascia trascinare una volta «sedotta» da un abbaglio o da un miraggio – il dominio dell’Es, direbbe Freud – s’instaura con l’apertura della bocca. Il che equivale a dire: prima la bugia, la menzogna, la falsità non c’erano. Erano, ma non c’erano ancora! Mentivano già intorno a lei, ma la Statua continuava a tacere, continuava a sottrarsi alla Trappola della Chiacchiera.

La Statua. Insomma: la Bambola.
Se, come dice il Racconto, è il Diavolo ad «animarla», a farne cioè una donna «umana», a farne la Bambola di cui si balocca la Specie Umana, non bisogna per questo affrettarsi alle conclusioni «morali».
La Bambola «nutre» lo Sposo: ogni giorno, è vero, lo rifornisce di nuove libidini, pardon: di nuove sporcizie immaginali di cui il poveraccio non riesce a liberarsi senza l’aiuto degli «amici».
Non è dunque la sua immaginazione a trovarle «sporche», sono gli «amici» a interpretarle come «immondizia». È il Socio, direbbe il Filosofo, a introdurre la Morale surreal-mani-emergentinel Racconto. È il SI dei «si dice» a dire che è roba del demonio!
L’immaginazione ignora la Morale, almeno fino al giorno in cui non è pur essa risucchiata nell’Inganno «secondo la moda» dei luoghi e dei tempi.

Ad ogni modo, prima delle due «aperture» (di vagina e di bocca), in quanto fatta di legno, la Fidanzata del Sole o di qualunque altro spasimante, non è ancora «umana». È per così dire femmina ancora allo stato «vegetale». Appartiene ancora a quella cosiddetta «umanità di legno» che ha preceduto miticamente la nostra.
Una «infra-umanità» che, si badi bene, «giace» sul fondo del nostro essere e che, da laggiù, parla ancora la sua lingua oscura. Parla, secondo Lévi-Strauss, attraverso i movimenti, le «trasformazioni», della Struttura. Parla attraverso le connessioni, i salti, le danze, i fulminei spostamenti. Non parla parole, non parla significati – ma tra le parole, al di là dei loro significati.

Parla una lingua oscura, sibillina, onirica, surreale – sempre.
Non dice, non giunge mai al «dicere», e tuttavia agisce sul SI dei «si dice», lo orienta, lo istiga ad aprirsi e/o chiudersi, lo eccita ma anche, il più delle volte, lo deprime, lo disorienta e lo spinge a optare per l’insensato – sempre.
Ma in modo che questo «sempre», come dice Eraclito, non è mai lo stesso – ma sempre «si trasforma», perché solo nella trasformazione, solo, come insegna Ovidio, nelle sue metamorfosi giunge a «parlare».