Bretagna – Lancillotto va a liberare Ginevra

La damigella ardeva dal desiderio di conoscere il nome del cavaliere della carretta: avendolo sentito tanto lodare da monsignor Galvano, pensava che potesse essere Lancillotto in persona, e ne sarebbe stata certa se non fosse corsa voce che il buon cavaliere era morto. Ma si ripromise che l’avrebbe saputo se è vero che, se si mette un Rossetti-damigellauomo alla prova, lo si può riconoscere.
Chiamò la sorella cadetta, la quale essendo molto saggia e cortese le indicò cosa doveva fare. Perciò la damigella montò a cavallo e per vie traverse giunse al crocevia dei ponti.

Appena vide arrivare i due compagni, si avviò innanzi senza rivolger loro la parola; ma essi la raggiunsero e, dopo averla salutata, le chiesero se non avesse notizie della regina Ginevra.
«Non sapete – ella disse – che Meleagant, il figlio del re di Gorre, l’ha condotta nel regno del padre da dove alcun Bretone può uscire?».
«E come andarvi?».
«Ve lo dirò volentieri, se vorrete promettermi sulla vostra fede che ognuno di voi mi accorderà il primo dono che gli richiederò».
«In nome di Dio, damigella – esclamò Lancillotto cui la cosa premeva più che ad alcun altro – vi doneremo tutto quello che vorrete!».

«In tal caso, ecco le due strade, di cui l’una va al Ponte Perduto, che è anche chiamato il Ponte Sommerso, e l’altra al Ponte della Spada. Il primo è fatto d’una sola trave che non ha che un piede e mezzo di larghezza; sopra scorre tanta acqua quanta ne scorre sotto, e un cavaliere lo sorveglia. L’altro è fatto d’una tavola d’acciaio, tagliente come una spada. Signori cavalieri, ricordatevi che in qualunque luogo o giorno ognuno di voi mi deve un dono».
Lancillotto pregò monsignor Galvano di scegliere tra le due vie, e costui preferì la strada del Ponte Perduto. Allora si tolsero gli elmi e si baciarono teneramente sulle labbra; poi si raccomandarono reciprocamente a Dio e ognuno s’avviò per la propria strada.

Lancillotto aveva percorso ben poco cammino quando si sentì chiamare da lontano, e vide la damigella del crocevia che usciva da un sentiero laterale.
«Signor cavaliere – ella gli disse – non sono sicura in questo paese dove mi si odia molto. Vi chiedo di accompagnarmi e di alloggiare stanotte presso di me».
«Verrò volentieri con voi, ma è troppo presto per trovare alloggio».
cavalli-love-paint«Il luogo non è vicino, e se voi andrete oltre, oggi non troverete altra fattoria o casa. Non mi volete dunque proteggere? Ho gran bisogno di voi».
«Non v’accadrà alcun male – disse Lancillotto – se posso mettervi in salvo».

Cavalcarono insieme finché, al calar della notte, arrivarono davanti a una dimora circondata da una palizzata. Prima che Lancillotto avesse potuto darle la mano, la damigella era già saltata giù dal palafreno. Lo condusse in una camera bellissima dove faceva chiaro come in pieno giorno a causa della gran quantità di ceri e di torce che bruciavano, e là ella gli tolse l’elmo e lo scudo e lo disarmò; infine gli fece indossare un bel mantello di scarlatto foderato di morbido zibellino.
Su una tavola c’erano due catini d’acqua calda e una bianca salvietta ben lavorata. Quando si furono lavati, si sedettero a una tavola imbandita di carni, di nappi d’argento dorato e di brocche di vino morello e di vino bianco forte.

Dopo aver desinato, andarono a prendere aria un momento a una finestra che dava su un giardino; poi la damigella condusse Lancillotto davanti a un ricco letto, ben fornito di lenzuola bianche e d’una coperta intessuta d’oro e foderata di vaio, che sarebbe stata degna d’un re.
Là, ella prese il cavaliere per mano e, sedutasi accanto, gli disse: «Bell’ospite, voi mi dovete un dono. Vi domando di coricarvi con me stanotte in questo letto».
Ah! quando Lancillotto intese ciò, fu certo turbato! Non sapeva più che fare: «Damigella – mormorò – domandatemi qualunque altra cosa!».

Ma dovette tener fede al giuramento. Spente le candele, si sdraiarono entrambi, ma Lancillotto non si tolse la camicia né le brache, e non osò voltare la schiena a causa della villania che gliene sarebbe derivata, né il viso a causa del pericolo; ma si scostò da lei quanto poté e rimase steso sulle spalle senza muoversi né dire parola: ché non avrebbe saputo far buon viso alla pulzella, avendo un sol cuore, che non gli apparteneva.

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«Come? signor cavaliere, non farete dunque altro? – ella disse. – Penso che la mia compagnia non vi rallegri molto. Sono dunque sì laida e odiosa?».
«Ora siete brutta ai miei occhi, pur se una volta mi siete sembrata bella».
«Se avete un’amica, non ne saprà nulla».
«Ma lo saprà il mio cuore».
«Che Dio mi aiuti! – ella riprese – mi avete detto quanto basta. Nostro Signore vi conceda riposo e la gioia di colei che amate!».
Si alzò e andò a coricarsi in un altro letto, pensando: «Non ho conosciuto nessun cavaliere che io stimi quanto costui. Il suo cuore è leale, come ha dato prova nella Valle dei Falsi Amanti». Indovinava dunque chi fosse, ma voleva esserne ancora più sicura.

All’alba, la pulzella ritornò nella camera di Lancillotto. Egli era già tutto armato.
«Che Dio vi conceda buona giornata!», ella fece.
«Altrettanto a voi, madamigella».
«Signore, è costume che una pulzella che vada sola non tema nulla: in compenso, quando la conduce un cavaliere, se un altro la strappa a lui, ne può usare a proprio piacere come se gli appartenesse. Ora, qui vicino c’è un uomo che m’ha lungamente amata e richiesta d’amore, ma vanamente s’è dato pena. Pure, se vorrete proteggermi, io vi guiderò senza timore».
«Damigella, vi saprò ben difendere contro un cavaliere, e persino contro due», disse Enid-GerentLancillotto.

Allora ella fece sellare i cavalli, ed essi andarono a lungo a grande andatura per cammini e sentieri, ma egli rispondeva appena ai discorsi di lei; pensare gli piaceva, parlare gli costava: ché così vuole Amore.
A terza, arrivarono presso una fonte, in mezzo a un prato; là, su una grossa pietra, era posato un pettine d’avorio dorato, sì bello che dal tempo del gigante Isoré nessuno, né saggio né sciocco, ne vide di simili.
Chi l’aveva dimenticato in quel luogo? Questo non so, ma Lancillotto si fermò, stupito, e saltò giù da cavallo per raccoglierlo.

Ah! quando lo tenne tra le mani, come lo guardò, come ammirò i capelli che vi erano rimasti impigliati, più chiari e lucenti dell’oro fino!
La pulzella si mise a ridere.
«Damigella, in nome di ciò che amate di più, ditemi perché ridete!».
«Il pettine è quello della Regina, e i capelli che vedete non sono cresciuti su altro prato che la sua testa!».
«Ma vi sono molte regine e molti re: di quale parlate?», riprese Lancillotto tutto tremante.
«In fede mia, della moglie di re Artù!».

A tali parole, Lancillotto si piega fino a toccare terra, e sarebbe caduto se la damigella non si fosse affrettata a scendere dal palafreno per soccorrerlo.
Quando egli tornò in sé e si vide sorretto da lei, l’interrogò, pieno di vergogna: «Che succede?».
«Signore, voglio chiedervi questo pettine», ella disse per non umiliarlo.
Ed egli glielo dona, ma dopo averne tratto i capelli. E li adora! Furtivamente li porta alla bocca, agli occhi, alla fronte, ne è felice, ne è ricco, li nasconde sul cuore, tra il corpo e la camicia, e ben avrebbe voluto che la damigella fosse più lontana.
Ma dovette rimettersi in cammino con lei, ed essi cavalcarono fino a sera, finché trovarono alloggio in una casa di religione dove fu loro fatta buona accoglienza.

monaci-benedettini

Il mattino, all’uscita dalla messa dello Spirito Santo, un monaco si avvicinò a Lancillotto, che era già tutto armato, eccetto la testa e le mani.
«Signore, voi andate nel paese di Gorre per liberare i Bretoni. Ma sappiate che colui che porterà a termine quell’avventura si dovrà sottomettere a una prova proprio in questo luogo».
«Andiamo», disse Lancillotto.

Il monaco lo condusse al cimitero dove in ricche tombe giacevano i corpi di trentaquattro cavalieri, che erano stati tutti valentuomini davanti a Dio e al mondo. Ma una delle tombe, la più bella che si potesse vedere da Dombes a Pamplona, era chiusa da una lastra di marmo, larga tre piedi, lunga quattro, spessa più d’uno e sigillata con piombo e malta.
«Colui che solleverà questa lastra porterà a compimento l’avventura che voi seguite», disse il monaco.

Subito Lancillotto afferra la pietra, e avreste visto che d’un sol colpo la solleva al di sopra della testa. Scoprì così il corpo d’un cavaliere tutto armato, adagiato sullo scudo, che era d’oro con una croce vermiglia; accanto era posata una spada, chiara e brillante come se tomba-Carlo-Martellofosse stata appena forbita; le gambe e il giaco erano bianchi come neve appena caduta, e sopra l’elmo aveva una corona d’oro.
E nella tomba, delle lettere incise dicevano: «Qui giace Galaad il Forte, che fu re del Galles al tempo in cui il Graal fu portato in Bretagna, e da lui questa terra ebbe nome Galles, ché prima era chiamata Hocelice».

A lungo Lancillotto tenne sollevata la pietra. Quando volle rimetterla come l’aveva trovata, non vi riuscì, e mai più essa ricadde: e tutti lo considerarono un prodigio.
Poi andò col monaco a rendere grazie a Nostro Signore. Ma, uscendo dalla chiesa, scorse un gran fuoco che fiammeggiava in una caverna scavata nel terreno. Domandò cosa fosse.
«Sappiamo – rispose il monaco – che colui che spegnerà questo fuoco si siederà sul Seggio Periglioso della Tavola Rotonda e conoscerà la verità del Santo Graal. Ma non vi cimentate, bel signore, ché non sarà lo stesso uomo a portare a termine quest’avventura e quella che avete appena compiuto. La prima non spetta a voi».
«Tuttavia, io la tenterò – disse Lancillotto – qualunque cosa mi possa accadere».

Ed eccolo che scende i gradini della caverna. In fondo, c’era una tomba intorno alla quale s’innalzavano fiamme simili a lance. Egli le guardò a lungo, ma esse non si spensero, sì che cominciò a ritenersi folle per esser sceso in quel luogo, e a maledire l’ora della propria nascita.
«Ah! Dio, qual dolore e quale onta!», esclamò.
Allora dalla tomba uscì una voce: «Chi sei? – domandò – e perché dici: “Dio, qual dolore e quale onta”?».
«Perché – rispose Lancillotto – questo fuoco non s’è spento quando sono entrato: dunque non son io il miglior cavaliere del mondo; e non sono neppure un buon cavaliere, ché un buon cavaliere non ha paura».

«Tu non sei il migliore cavaliere del mondo, ma dici male quando dici: “Dio, quale onta!” ché colui che sarà il migliore cavaliere del mondo avrà un compito sì alto che nessun cavaliere-manoscrittoaltro potrà adempierlo. Appena egli entrerà qui, poiché sarà vergine e casto, e mai in lui avrà bruciato il fuoco della lussuria, queste fiamme contro le quali tutti gli altri nulla hanno potuto, si estingueranno. Tuttavia, non disprezzarti, ché sei sì nobilmente dotato di prodezza e di cavalleria terrena, che nessuno in questo momento potrebbe superarti. Io ti conosco bene: siamo dello stesso lignaggio. E sappi che colui che mi affrancherà sarà uno dei miei cugini, e a te sarà sì strettamente legato che più non si potrebbe, e sarà il fiore di tutti i veri cavalieri. Avresti portato tu a compimento le avventure che egli adempirà, ma ne hai perduto l’onore per l’ardore della lussuria e la debolezza dei lombi, che ti impediscono di essere degno di conoscere la verità del Santo Graal. E al battesimo, non hai ricevuto il nome di Lancillotto, ma quello di Galaad; così ti fece chiamare tuo padre. Vattene, bel cugino, ché quest’avventura non t’appartiene».

Lancillotto chiese a colui che parlava quale fosse il suo nome, e perché fosse chiuso là dentro, e s’era morto o vivo.
«Fui il nipote di Giuseppe di Arimatea, che tolse Gesù Cristo dalla croce e portò il Santo Graal in questa terra, ma per una colpa che commisi patisco questo tormento. Il mio nome è Simeone. E, senza le preghiere di Giuseppe, sarei stato dannato; ma, grazie a lui, Dio m’ha concesso la salvezza dell’anima al prezzo del dolore del corpo: ché in questa tomba io soffrirò fino alla venuta del cavaliere vergine. Ora vattene, bel cugino».

Lancillotto risalì i gradini e trovò i monaci che l’attendevano in grande timore. E mentre egli raccontava loro quanto era accaduto nella caverna, nell’abbazia entrò una gran compagnia di monaci che scortava una lettiga; essi dissero che, nove notti prima, un uomo del Galles aveva avuto una visione e aveva annunciato che il corpo di Galaad il Forte sarebbe stato liberato due giorni dopo l’Ascensione. Lancillotto mise il re morto sulla loro lettiga.
E quando l’ebbe fatto, la damigella gli si avvicinò: «Bel signore, accordatemi il congedo, Ginevra-torreché ora conosco il vostro vero nome: ho inteso la voce che vi chiamava».
«In nome di quanto amate di più, vi prego di non dirlo ad alcuno prima che sappiate come avrò portato a termine questa ricerca: fin qui ho avuto troppa onta e disinganni!».
«Signore, non lo pronuncerò che in un luogo dove si ha altrettanta cura del vostro onore quanta ne avete voi stesso».

Ella gli disse chi era e come l’avesse seguito su preghiera della sorella; e Lancillotto riprese il cammino, guidato da un valletto.
Arrivarono entrambi all’argine di Gahion. Era questa la città principale del regno di Gorre, e là si trovava la torre dove era rinchiusa la regina Ginevra; ma per entrarvi, bisognava passare per il Ponte della Spada.
Quando il valletto scorse il ponte tagliente, si mise a piangere di compassione. Lancillotto guardò la spada polita, bianca e tagliente come un rasoio, sulla quale doveva passare; poi l’acqua a monte e a valle, che era impetuosa, fredda e nera. Ma subito, levato il capo, riguardò per qualche tempo la torre dov’era la regina, e disse: «Non datevi pensiero per me, bell’amico, ché non temo questo passaggio; non è sì periglioso come pensavo. Ed ecco, di fronte, una bella torre. Se mi si vorrà accogliere, mi si avrà per ospite questa notte».

Fece spalmare di buona pece calda i guanti, le calze di maglia di ferro e i lembi del giaco, al fine d’aver miglior presa sull’acciaio. Poi andò dritto al ponte, guardò ancora la torre dov’era prigioniera la regina, la salutò col capo, mise lo scudo dietro la schiena per non esserne impedito e, segnatosi nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, si mise a cavalcioni sul ponte affilato e cominciò a strisciare a forza di braccia e di ginocchia sopra il filo della spada; e avreste visto il sangue zampillare dalle mani, dai piedi e dalle gambe; ma egli avanzava, gli occhi fissi alla torre, senza guardare la lama tagliente né l’acqua fragorosa e traditrice, pensando che è dolce soffrire per colui che l’amor sospinge.

Lancillotto-ponte-spada

Raggiunse infine l’altra riva e vi si sedette per riposare un momento, dopo aver tratto la spada e rimesso lo scudo davanti a sé.
Tutti gli abitanti della torre s’erano messi alle finestre per vedere il campione che traversava il Ponte Periglioso, e insieme a loro la regina Ginevra e re Baudemagu. Nell’istante in cui il cavaliere raggiungeva la riva, ella pensò che non potesse essere che Lancillotto, e subito, lei che fino a quel momento era stata tanto afflitta, si mise a ridere, a scherzare e a mostrar viso lieto, sì che re Baudemagu ne fu sorpreso.

«Signora – le disse – se permettete vi porrò una domanda che non dovrebbe dispiacervi. Sapete chi è il cavaliere laggiù? Pensate sia Lancillotto?».
«Signore, è da più d’un anno che non lo vedo, e molti ritengono che sia morto. Perciò non sono certa che sia lui, ma credo sia lui piuttosto che un altro, e così vorrei, ché al suo braccio mi affiderei più volentieri che a quello di qualsiasi altro: sapete che è un buon cavaliere! E chiunque sia quel cavaliere laggiù, in nome di Dio e del vostro onore, proteggetelo com’è vostro dovere».
«Signora, lo farò», disse il re.

(Il cavaliere della carretta, 6-10)