Caucaso – La morte di Hæmyts

Il narto Hæmyts era celebre tra i Narti. Aveva fatto tante e tante spedizioni, e i Narti molto gli dovevano. Ma da tempo Buræfærnyg, della famiglia dei Boratæ, gli serbava rancore.
Ecco perché: Hæmyts aveva in bocca il dente di Arqyz, e quel dente era dotato di una notevole proprietà: gli bastava mostrarlo a una donna, chiunque essa fosse, per toglierle dente-strutturaogni possibilità di esitare di fronte al suo desiderio. In tal modo si era tirato addosso numerose inimicizie, quando, dopo la partenza di sua moglie Bytsen, esercitò il potere del suo dente sulla moglie di Buræfærnyg. Costui serbava la sua collera nel cuore. Ma non sapeva come vendicarsi, non avendo la forza di sfidare Hæmyts.

I Boratæ avevano un cugino, Saynæg Ældar.
Gli dissero: «Il narto Hæmyts ci ha arrecato gran danno. Se ci vendichi, non lo dimenticheremo mai».
«Va bene – rispose quello. – Però consultate anche gli Æhsærtæggatæ, sentiamo che cosa diranno».
Naturalmente, non si rivolsero ai migliori degli Æhsærtæggatæ; ma il flagello dei Narti, Syrdon, nel quale l’astuzia del cielo si alleava alla stregoneria della terra, riunì la gente più vile di quella famiglia e gridò: «Ascoltatemi, Æhsærtæggatæ! Io so, e vi avverto: è per mano di Hæmyts che la morte vi è destinata, a meno che non lo preveniate, uccidendolo».
«Uniamoci per ucciderlo! – gridarono molti dei più vili Æhsærtæggatæ. – Altrimenti gli nasceranno altri rampolli peggiori di Batradz, che ci spingeranno come bestiame all’abbeveratoio e ci faranno tornare indietro senza bere!».

Rassicurato da tali parole, Saynæg Ældar chiese ai Boratæ: «Che strada segue di solito Hæmyts e in che giorno deve partire in spedizione?».
Gli diedero queste informazioni ed egli si mise sulle tracce di Hæmyts. Un giorno, mentre Hæmyts cacciava, lo raggiunse alle spalle e Hæmyts non ebbe il tempo di voltarsi che già aveva ricevuto il colpo di spada.
Dio volle che la spada incontrasse il dente di Arqyz, che la intaccò: il frammento saltò fino al cielo, e diventò la luna.

L’uccisore legò alla sella del cavallo di Hæmyts il cadavere del suo padrone e il cavallo lo portò fino alla casa degli Æhsærtæggatæ. Questi non tardarono a sapere che il crimine era stato commesso su istigazione dei Boratæ e per mano di Saynæg Ældar.

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morte-don-Giovanni

Santa pazienza … abbiamo dovuto aspettare che qualcuno lo facesse fuori, per raccogliere informazioni più precise sul conto di Hæmyts!
Fin qui il Racconto aveva sottaciuto la sua «specialità», si era limitato solo a qualche vago accenno. Ora invece, finalmente, nell’ora fatale della morte, il Narratore si decide, anzi no: è costretto, a portarlo in primo piano, sia pure per un momento soltanto, quel «dente di Arqyz», che – come dire? – spiega tutta, dall’inizio alla fine, la carriera del nostro caro «lui».
Se i rivali l’ammazzano, è solo per via di quel «dente» che lascia il segno sulle «mele del peccato», ovvero sulle loro mogli o fidanzate.

Quel «dente» sta infatti a Hæmyts – come la luna a Cúchulainn. È il «segno sull’eroe», il marchio di fabbrica del suo furor, della sua «pazzia d’amore». Su, fate presto! andate a chiamare un dentista, anzi no, fate venite uno che sa come e dove mettere le mani nel di lui cervello.
Perché solo un «pazzo» può andare a letto con una rana, e avere insieme la faccia tosta di dire in piazza che quella è la sua «fata». Che quella è la sua «favola d’amore». Solo un fata-Isottapazzo, soltanto un pazzo può finire sedotto e abbandonato, e per di più ingravidato, per non dire stregato, del seme d’immaginazione che la rana-fata gli ha lasciato «sotto pelle»!

E Hæmyts non è meno pazzo di Cúchulainn, e la luna, sia pure in extremis, partecipa del suo destino di Seduttore Sedotto. Di più: lo eredita.
Hæmyts non è meno furioso di Orlando, e quale che sia la «dote naturale» grazie a cui seduce, a cose fatte – après coup – è sulla luna che è schizzato l’ultimo resto del suo «senno». Sennò, perché Astolfo deve andare fin lassù, nel Sublime Lunatico, a riprenderlo?

Perché – questo il Racconto non lo dice, ma lo lascia intendere – quando sul «dente di Arqyz» si abbatté la spada di Saynæg Ældar, l’antico Germe di Seduzione piovuto dal cielo assieme alle donne, e con le donne sprofondato in un termitaio sotterraneo, di nuovo al cielo fece ritorno il giorno in cui fu «giustiziato» il don Giovanni della situazione: ogni mitologia ne ha uno.
Infatti, la spada che «fece giustizia» di lui, andò in pezzi, e i pezzi contaminati «di seduzione» schizzarono di nuovo nella volta celeste, e mentre gli altri si dispersero tra le stelle, uno di essi andò a conficcarsi in un cratere sulla Luna.

La luna sta a Cúchulainn, sta al furioso Orlando, e sta al pazzo d’amore che impazzì nientemeno per una rana – come l’alter-ego silenzioso d’ogni pastore errante nella Natura «asiatica», nella Natura cioè al di là di tutti i nostri segni «europei».
La luna è un geroglifico troppo antico e universale, per stare tutto dentro i racconti d’un solo continente linguistico o narrativo. Tutti i racconti però, in un modo o nell’altro, la chiamano in causa quando il gioco è a sedurre l’Altro, e se possibile il Narratore gioca a dare un senso perfino alla fisiologia degli «organi» seduttori.
O forse soltanto a quella, chi lo può dire?
La luna, è elementare Watson!, è il solo astro che, come il pene, cresce e decresce, il solo che a ogni mestruo si arrossa di «sangue». Quale altro geroglifico poteva meglio significare il desiderio «secondo natura», e i suoi andirivieni?

La luna non muore che per rinascere subito dopo. Come il «desiderio secondo natura», non si guasta che per aggiustarsi a un’altra metrica, a un’altra narrazione punto e a capo.
cerva-lunaPerciò, se, sbarazzandosi di Hæmyts, i mariti e i fidanzati «cornuti» pensavano di liberare per sempre il Mondo (il loro «mondo di segni e di parole») dal veleno della Seduzione, si sbagliavano. Se davano ormai per finito Orlando, si sbagliavano. Perché la Luna è là, a un tiro di schioppo da noi, ed è sempre possibile che l’«eroico furore», la «pazzia d’amore», il «dente del desiderio» altrui torni a mordere il collo alle loro spose.

Il Racconto dice che la Spada della Legge di Castità – la spada che tiene separati gli «amanti irregolari» (Tristano, Æhsar, ecc.) – lo scalfì a malapena, quel «dente». Fu essa, semmai, a spezzarsi.
Fu dunque un disastro. I frammenti della Spada non fecero che spargere dappertutto la Seduzione che una volta era tutta concentrata nella sola bocca di Hæmyts.
Da allora, non solo gli innamorati, non solo i pazzi, ma tutti noi parliamo per sedurre l’Altro. Anzi, seduciamo di norma. La Regola è sedurre sempre e comunque. Accattivarsi l’Altro. Farlo cadere nella trappola delle proprie suggestioni. Il guaio è che lo facciamo, da allora, senza amore, senza la pazzia di desiderarlo, l’Altro. Il guaio è che lo facciamo per ridurlo al nostro servizio, per ucciderlo, per distruggerlo.
Ahi, la Spada, quanti disastri sta facendo la Spada di Castità!