Le mille e una notte – La storia del cavallo incantato

Il Nowrûz, la festa del Nuovo Giorno, che è il primo dell’anno e della primavera, è una festa solenne e antica in tutta la Persia. In una di queste feste, dopo che i più abili prestigiatori e i fabbricanti più geniali del paese e degli stranieri accorsi a Shîrâz, sede a quei tempi della corte, ebbero dato al re e ai suoi cortigiani il divertimento dei loro spettacoli, ai piedi del trono infine apparve un indiano, facendo avanzare un cavallo Dalì-don-Chisciotte-cavallosellato con la briglia, e riccamente bardato, imitato con tant’arte, che al primo vederlo si sarebbe preso per un cavallo vero.

L’indiano si prostrò innanzi al trono, e quando si fu rialzato mostrando il cavallo al re, disse: «Sire, quantunque mi presenti per ultimo innanzi alla Maestà Vostra per entrare in lizza, posso nondimeno assicurarla che in questo giorno di festa ella non ha visto nulla di tanto meraviglioso e sorprendente, quanto questo cavallo che la supplico di guardare».
L’indiano pose il piede nella staffa, salì sul cavallo con grande leggerezza e quando ebbe posto il piede nell’altra staffa e si fu bene assicurato sulla sua sella, domandò al re di Persia ove gli piacesse di mandarlo.

A circa tre leghe di distanza da Shîrâz vi era un’alta montagna che si scorgeva bene dalla gran piazza in cui il re di Persia era innanzi al suo palazzo, piena di una moltitudine di popolo accorsa.
«Vedi tu quella montagna? – disse il re mostrandola all’indiano. – Colà desidero che tu vada; la distanza non è molto lunga, ma basta per far giudicare della sollecitudine che adopererai per andare e tornare. E perché non è possibile accompagnarti con gli occhi fin là, per segno certo che tu ci sarai andato, aspetto che tu porti il frutto di una palma che è ai piedi della montagna».

Appena il re ebbe terminato di dichiarare la sua volontà, l’indiano non fece altro che girare una valvola che sporgeva un poco al disopra del cavallo vicino al pomo della sella, e all’istante il cavallo s’innalzò da terra e trasse il cavaliere in aria ratto come il lampo, e sì alto, che in pochi momenti non lo videro più!
Non era ancora un quarto d’ora che l’indiano era partito, quando lo si scorse in alto nell’aria, ritornare con la palma in mano. Lo si vide finalmente giungere al disopra della piazza, ove caracollò più volte tra le acclamazioni di gioia del popolo che lo applaudiva, fino a che andò a posarsi innanzi al trono del re, nello stesso luogo donde era partito, senza alcuna scossa al cavallo che potesse incomodarlo. Dopodiché, egli scese, ed avvicinandosi al trono, si prostrò e posò la palma ai piedi del re.

Sarjan-palma«A giudicare del tuo cavallo dal suo aspetto esteriore – disse il re all’indiano – non avrei creduto che valesse quanto tu mi hai fatto vedere che merita. Ti sono obbligato per avermi disingannato, e per provarti quanto ne faccia stima, sono pronto a comprarlo, se è da vendere».
«Sire – rispose l’indiano – io non ho dubitato che la Maestà Vostra avrebbe reso al mio cavallo la giustizia che gli è dovuta. La Maestà Vostra dunque avrà la compiacenza di lasciarmi osservare che non ho comprato questo cavallo. Non l’ho ottenuto dall’inventore o dal fabbricatore che dandogli in matrimonio la mia unica figlia che mi domandò, e nello stesso tempo richiese da me la promessa che non l’avrei venduto, e che se avessi a darlo ad un altro possessore, la cosa sarebbe avvenuta solo in cambio di qualcosa che avrei giudicato all’altezza».

L’indiano voleva proseguire: ma alla parola «cambio» il re l’interruppe dicendo: «Sono pronto a concederti lo scambio che mi domanderai. Tu sai che il mio regno è vasto ed è pieno di grandi città ricche, potenti e popolose. Lascio a tua posta quale ti piacerà scegliere in piena potenza e sovranità per il resto dei tuoi giorni».
«Sire, sono infinitamente obbligato alla Maestà Vostra dell’offerta che mi fa, e non posso sufficientemente ringraziarla della sua generosità. La supplico nondimeno di non offendersi se ho l’audacia di manifestarle che non posso mettere il mio cavallo in suo possesso, se non ricevendo dalla sua mano la principessa sua figliuola per sposa, essendo risoluto di non perderne la proprietà che a questo prezzo».

Il principe Firûz-Shâh, vedendo il re suo padre titubante sulla risposta da dare all’indiano, temette che gli accordasse ciò che domandava: cosa che avrebbe riguardata come ingiuriosa alla dignità regale, alla principessa sua sorella ed alla sua propria persona.
Prese dunque la parola, e prevenendolo disse: «Sire, che la Maestà Vostra mi perdoni se oso domandarle, se è possibile ch’ella esiti un momento sul rifiuto da opporre all’insolente domanda d’un uomo da nulla e di giocoliere infame, e che dia a lui modo di lusingarsi un sol momento all’idea di contrarre parentela con uno dei più potenti monarchi della terra. La supplico di tener presente non solo ciò ch’ella deve a se stessa, ma anche al suo sangue ed alla nobiltà dei suoi antenati».
«Figliolo mio – rispose il re di Persia – prima che io venga all’ultima decisione al riguardo, son contento che esaminiate il cavallo e che ne facciate il saggio voi stesso, affinché me ne diciate il vostro sentimento; spero che il padrone vorrà permetterlo».

surreal-don-chisciotte-cavallo

L’indiano, lungi dall’opporsi al desiderio del re, ne manifestò molta gioia, e per segno che consentiva con piacere, prevenne il principe, avvicinandosi al cavallo onde aiutarlo a salire ed avvertirlo di ciò che faceva d’uopo sapere per governarlo.
Ma il principe Firûz-Shâh con una destrezza meravigliosa salì a cavallo senza il soccorso dell’indiano, e non ebbe appena i piedi assicurati nell’una e nell’altra staffa, che senza aspettare nessun avviso dall’indiano, voltò la valvola che gli aveva veduto girare poco tempo prima quando l’aveva montato.
Appena l’ebbe voltata, il cavallo lo rapì colla stessa rapidità d’una freccia, sì che in pochi momenti lo perdettero di vista.

Né il cavallo, né il principe Firûz-Shâh apparivano nell’aria, e il re di Persia faceva inutilmente sforzi per scorgerlo; l’indiano afflitto di quel che era accaduto, si prostrò innanzi al trono ed obbligò il re a guardarlo ed a fare attenzione al discorso che gli tenne in questi termini: «Sire – disse – la Maestà Vostra ha visto che il principe non mi ha permesso con la sua prontezza di dargli l’istruzione necessaria per governare il mio cavallo. Con ciò ha voluto mostrare che non aveva bisogno dei miei consigli per partire e prendere il volo: ma ignora l’avvertimento che avevo da dargli per voltare il cavallo indietro e farlo ritornare al luogo donde era partito. Però, Sire, la grazia che chiedo a Vostra Maestà, è di non rendermi garante di quel che potrà accadere della sua persona. Ma, Sire, vi è nondimeno cagione di sperare che il principe, nell’impaccio in cui si cavallo-nerotroverà, si accorgerà di un’altra valvola, che girandola, il cavallo immediatamente cesserà d’innalzarsi e discenderà a terra, ove potrà posarsi in qualche luogo conveniente, governandolo con la briglia».

A onta del ragionamento dell’indiano, che aveva tutta l’apparenza del possibile, il re di Persia, mosso dal pericolo evidente del principe suo figlio, rispose: «Checché ne sia, siccome io non posso credere all’assicurazione che me ne dai, vuol dire che il tuo capo mi risponderà della vita di mio figlio, se fra tre mesi non lo vedo ritornare sano e salvo, e io non sappia con certezza che è vivo».
Comandò che si fossero assicurati della persona di lui e che venisse rinchiuso in una stretta prigione; dopo di che si ritirò nel suo palazzo estremamente addolorato.

Il principe Firûz-Shâh, intanto, in meno di due ore si vide sì alto che non distingueva più nulla sulla terra, ove le montagne e le vallate gli apparivano confuse con la pianura. Allora comprese il grande errore che aveva fatto a non prendere dall’indiano tutti gli insegnamenti necessari per ben governare il cavallo prima di salirlo.
Comprese subito la grandezza del pericolo in cui stava: ma questa cognizione non gli fece perdere la ragione, anzi meditando tra sé con tutto il buon senno di cui era dotato, esaminando con attenzione la testa ed il collo del cavallo, scorse un’altra valvola più piccola e meno apparente della prima, a lato dell’orecchio destro del cavallo. Voltata la valvola, osservò immediatamente che discendeva verso terra.
Il cavallo, finalmente, si arrestò e si posò ch’era più di mezzanotte, ed il principe Firûz-Shâh scese da cavallo, ma con una grande debolezza cagionata dal non aver mangiato nulla dal giorno prima.

La prima cosa che fece nell’oscurità della notte fu di provare a riconoscere il luogo in cui stava, e si trovò sul terrazzo di un palazzo magnifico coronato da una balaustrata di marmo. Esaminando il terrazzo vide una scala per cui si scendeva nel palazzo, la cui porta non era serrata, ma socchiusa.
«Non vengo a far male ad alcuno – disse tra sé e sé – ed apparentemente quelli che mi vedranno per primi, non scorgendomi armi alla mano, avranno l’umanità di ascoltarmi».
Così pensando, aprì una porta senza far rumore, e discese. Giunto ad un pianerottolo della scala, trovò la porta di una gran sala aperta ove c’era un lume. Avanzò un poco nella sala, ed al lume di una lanterna vide che quelli che dormivano erano eunuchi neri, ciascuno con una sciabola vicino a sé: il che gli fece comprendere che si trattava della guardia all’appartamento di una regina o d’una principessa.

Burne-Jones-principessa-addormentata

La camera ov’era coricata la principessa veniva dopo questa sala. Aperta la cortina, quando vi fu entrato, senza arrestarsi a considerare la magnificenza della camera, non fece attenzione che a quello che maggiormente gli interessava. Vide vari letti, di cui uno solo sul sofà e gli altri in basso.
Le ancelle della principessa stavano coricate in questi per tenerle compagnia ed assisterla nei suoi bisogni, e la principessa nel primo.

Il principe Firûz-Shâh s’avvicinò al letto della principessa e vide una bellezza così straordinaria e sorprendente, che ne fu sorpreso e subito infiammato d’amore. La principessa aprì gli occhi, e nella sorpresa in cui fu di vedere innanzi a lei un uomo ben vestito e di bell’aspetto, restò interdetta.
Il principe approfittò di quel momento favorevole, e abbassata la testa quasi sul tappeto, rialzandola disse: «Rispettabile principessa, per un’avventura la più meravigliosa che si possa immaginare, voi vedete ai vostri piedi un principe supplichevole, che si trovava ieri mattina presso il re suo padre in mezzo ai godimenti di una festa solenne, e che presentemente si trova in paese sconosciuto dov’è in pericolo di morire se non avete la bontà e la generosità di assisterlo del vostro soccorso e della vostra protezione».

La principessa cui il principe Firûz-Shâh si era rivolto così felicemente, era la principessa di Bengala figlia primogenita del re di questo nome, che le aveva fatto edificare quel palazzo poco lontano dalla capitale, e nel quale andava spesso a prendere il divertimento Crane-bella-addormentatadella campagna.
Dopo che l’ebbe ascoltato con tutta la bontà, gli parlò in questo modo: «Principe, rassicuratevi, voi non siete in un paese barbaro. L’ospitalità, l’umanità e la pulitezza non regnano meno nel Regno di Bengala che in quello di Persia. Non sono già io che vi accordo la protezione che mi domandate, trovandola voi non solo nel mio palazzo, ma anche in tutto il Regno, della qual cosa potete fidarvi sulla mia parola!».

Le ancelle della principessa che si erano svegliate alle prime parole che il principe Firûz-Shâh aveva dirette alla principessa loro padrona, con una meraviglia più grande in quanto non potevano immaginarsi come avesse potuto giungervi senza svegliare né loro né gli eunuchi, queste donne diciamo, non ebbero appena compresa l’intenzione della principessa, si vestirono sollecitamente e furono pronte ad eseguire i suoi ordini quando loro li ebbe dati.
Esse presero ciascuna una delle candele che in gran numero erano appese nella camera della principessa, e quando il principe ebbe tolto congedo ritirandosi rispettosamente, mossero innanzi a lui, e lo condussero in una bellissima camera, ove le une gli prepararono un letto, mentre le altre andarono a preparar cibi.

La principessa di Bengala, colpita dai vezzi, dallo spirito, dalla cortesia e da tutte le altre belle qualità di Firûz-Shâh principe di Persia nel breve colloquio avuto con lui, non aveva ancora potuto riaddormentarsi, quando le sue ancelle rientrarono nella sua camera per ricoricarsi.
Ella chiese loro se avevano avuto ben cura di lui, se lo avevano lasciato contento, se nulla gli mancava, e sopratutto, ciò che pensavano del principe.
Le donne della principessa, dopo averla soddisfatta sulle prime domande, risposero sull’ultima: «Principessa, noi non sappiamo ciò che ne pensiate voi stessa: ma per noi vi stimeremo felicissima, se il re vostro padre vi concedesse per sposo un principe tanto amabile».

Questo discorso lusinghiero non dispiacque alla principessa. Ella s’ornò il capo dei più grossi e dei più splendidi diamanti, si pose una collana, dei braccialetti ed una cintura di principessa-mille-una-notteeguali pietre preziose; il tutto d’un prezzo inestimabile; e l’abito che si vestì era d’una stoffa la più ricca di tutte le Indie, che non si lavorava se non per re, principi e principesse, e d’un colore che le accresceva bellezza. Dopo che ebbe ancora consultato il suo specchio più volte, e che ebbe domandato alle sue donne, l’una dopo l’altra, se nulla mancava al suo abbigliamento, ella mandò a vedere se colui era destato: e nel caso che fosse alzato, gli fece annunziare che ella sarebbe andata da lui.

Quando la donna ebbe adempiuto l’ordine avuto, egli disse: «La principessa è la padrona, e non sono nella sua casa che per eseguire i suoi comandi».
La principessa di Bengala ebbe appena saputo che il principe di Persia l’aspettava, che andò a trovarlo. Si assise sul sofà, e il principe fece la stessa cosa, sedendosi a qualche distanza da lei.
Allora la principessa, prendendo la parola, disse: «Principe, avrei potuto ricevervi nella camera in cui m’avete trovata coricata questa notte, ma siccome il capo dei miei eunuchi ha la libertà d’entrarvi, mentre mai penetra fin qua senza mio permesso, nell’impazienza di sapere da voi la sorprendente avventura che mi procura la felicità di vedervi, ho preferito venir qui come in un luogo dove né voi né io possiamo esser interrotti. Però fatemi la grazia, ve ne scongiuro, di darmi la soddisfazione che vi domando».

Per soddisfare la principessa di Bengala, il principe Firûz-Shâh cominciò il suo discorso dalla festa solenne. Giunse poi al cavallo incantato la cui descrizione, col racconto delle meraviglie che l’indiano salitovi sopra aveva fatto vedere innanzi ad una immensa assemblea, convinse la principessa che non si poteva trovare al mondo nulla di più sorprendente di questo.
Quando il principe Firûz-Shâh ebbe terminato di parlare, la principessa di Bengala disse: «Principe, se m’avete fatto uno dei più grandi piaceri raccontandomi le cose sorprendenti e meravigliose che ho intese, da un altro canto non posso supporvi senza spavento nelle più alte regioni dell’aria: e quantunque abbia il bene di vedervi innanzi a me sano e salvo, pur nondimeno non ho cessato di temere, se non nel momento in cui avete detto che il cavallo dell’indiano era venuto a posarsi sul terrazzo del mio palazzo. La stessa cosa poteva accadere in mille altri luoghi: ma son lietissima che il caso mi abbia data la preferenza e l’occasione di farvi conoscere che lo stesso caso poteva dirigervi altrove sì, ma non dove avreste potuto esser ricevuto con maggior piacere».

cavallo-alato

Il principe Firûz-Shâh voleva protestare alla principessa di Bengala ch’era venuto dalla Persia padrone del suo cuore: ma nel punto in cui si accingeva a parlare, una delle ancelle della principessa, che ne aveva l’ordine, venne ad avvertire che il pranzo era servito.
Questa interruzione liberò il principe e la principessa da una spiegazione che li avrebbe impacciati ambedue e di cui non avevano bisogno.
Essi si posero a tavola, ed appena ebbero preso posto, numerose giovani schiave della principessa, tutte belle e riccamente vestite, cominciarono un piacevole concerto di strumenti e di voci, che durò per tutto il pasto.
Il principe e la principessa si alzarono finalmente da tavola. La principessa condusse il principe di Persia in un gabinetto. Qui essi s’assisero sul sofà, di dove si godeva una magnifica vista sul giardino del palazzo.

Prendendo spunto da ciò, egli le disse: «Principessa, io avevo creduto non esservi al mondo se non la Persia, ove vi fossero superbi palazzi e mirabili giardini degni della Maestà dei re. Ma io vedo bene che dappertutto ove vi son grandi re, sanno farsi edificare dimore convenienti alla loro grandezza, e se vi è differenza nel modo di costruzione e negli accompagnamenti, si rassomigliano nella grandezza e nella magnificenza».
«Principe – rispose lei – vi assicuro che io lo trovo modestissimo quando lo metto a arabic-mille-una-notteparagone con quello del re mio padre. Voi stesso me ne direte ciò che ne pensate, quando l’avrete veduto».

Per lo spazio di due mesi il principe Firûz-Shâh s’abbandonò interamente alla volontà della principessa. Ma decorso quel termine, le dichiarò seriamente essere lungo tempo che mancava al suo dovere, e la pregò finalmente di accordargli la libertà di adempiervi, ripetendole la promessa che le aveva già fatta di ritornar subito, ed in un modo degno di lei e di sé, col domandarla in matrimonio al re di Bengala.
«Principessa – aggiunse egli – le mie parole forse vi saranno sospette, e dal permesso che vi domando, mi avete già messo nel numero di quei falsi amanti che pongono in oblio l’oggetto del loro amore appena se ne sono allontanati. Ma per prova della passione, non finta, e non dissimulata, ed essendo certissimo che la vita non mi può essere piacevole se non con una principessa tanto amabile quanto voi lo siete, e che m’ama, come non voglio dubitarne, oserei domandarvi la grazia di condurvi meco, se non temessi che prendereste la mia domanda per un’offesa».

La principessa di Bengala non rispose nulla a questo discorso: ma il suo silenzio ed i suoi occhi chinati gli fecero conoscere meglio di ogni altra dichiarazione, non aver ella ripugnanza ad accompagnarlo in Persia e che vi acconsentiva.
Il giorno appresso, un poco prima che sorgesse il sole, quando tutto il suo palazzo era ancora immerso in un profondo sonno, appena fu salita sul terrazzo col principe, costui voltò il cavallo dalla parte della Persia, in un luogo in cui la principessa poteva da sé facilmente sedersi in groppa.
Egli salì il primo, e quando la principessa si fu seduta dietro a lui con ogni agio, girò la valvola, ed il cavallo li rapì in aria.

Il cavallo usò la sua straordinaria sollecitudine, ed il principe Firûz-Shâh lo governò in modo che dopo due ore e mezza circa giunse alla capitale della Persia.
Egli non andò a discendere né nella gran piazza donde era partito, né nel palazzo del Sultano, ma in un palazzo di piacere, poco lontano dalla città.
Dopo aver lasciata la principessa nell’appartamento, il principe Firûz-Shâh comandò al portinaio di fargli sellare un cavallo, che tosto gli fu condotto.

banchetto-Nowruz

Il Sultano suo padre dava udienza quando egli si presentò innanzi a lui in mezzo al suo Consiglio. Egli lo ricevette abbracciandolo, versando lacrime di gioia e di tenerezza, domandandogli con premura ciò che gli fosse accaduto col cavallo dell’indiano.
Il principe raccontò al Sultano in qual modo se l’era cavata, e come avesse trovata la principessa di Bengala, e la buona accoglienza da lei fattagli.
«E, sire – aggiunse il principe alla fine – dopo averle promesso che non mi avreste ricusato il vostro consenso, l’ho condotta meco sul cavallo dell’indiano. Essa aspetta in uno dei palazzi di piacere della Maestà Vostra, in cui l’ho lasciata».

E così dicendo il principe si prostrò innanzi a suo padre, ma il Sultano lo rialzò, ed abbracciandolo una seconda volta, gli disse: «Figliolo mio, non solo acconsento al vostro matrimonio con la principessa di Bengala, ma voglio perfino andarle incontro».
Il Sultano, dopo aver dato gli ordini necessari, ordinò che si deponesse subito l’abito di lutto, e che le feste cominciassero, ed impose che si andasse a scarcerar l’indiano.

Quando questi gli fu presentato: «M’ero assicurato della tua persona – gli disse il Sultano – onde tu mi rispondessi della vita del principe mio figliolo. Rendi grazie a Dio che è stato ritrovato: va’, riprendi il tuo cavallo e non apparir più innanzi a me!».
Quando l’indiano fu fuori dal cospetto del Sultano, andò immediatamente al palazzo di piacere, e, dirigendosi dal custode, gli disse di venire da parte del Sultano e del principe a Stanton-fanciulla-morteprendere la principessa di Bengala in groppa al cavallo, per condurla in aria nella piazza del palazzo del Sultano.
Il custode gli credette e l’indiano, quando ebbe in groppa del cavallo incantato la bella principessa, si alzò per aria ed invece di andare al palazzo reale si diresse dalla parte opposta.

Quale non fu il dolore del principe Firûz-Shâh quando vide coi suoi propri occhi, senza poter arrecarvi impedimento, l’indiano rapirgli la principessa di Bengala, che egli amava sì appassionatamente da non poter più vivere senza di essa?
Qual partito prendere? Ritornerà egli al palazzo del Sultano suo padre a rinchiudersi nel suo appartamento per immergersi nell’afflizione senza darsi alcuna briga di inseguire il rapitore e liberare la sua principessa dalle mani di lui, e punirlo come meritava?
La sua generosità, il suo amore, il suo coraggio non permettendoglielo, continuò la sua via fino al palazzo di piacere.

All’arrivo del principe, il custode che s’era accorto della sua credulità, e d’essersi lasciato ingannare dall’indiano, si presentò innanzi a lui con le lacrime agli occhi; si gettò ai suoi piedi, accusò se stesso del delitto che credeva aver commesso, e si condannò da sé alla morte, che attendeva dalla sua mano.
«Alzati – gli dice il principe – non è già a te che imputo il rapimento della mia principessa, non imputandolo se non a me stesso ed alla mia semplicità! Senza perder tempo vammi a cercare un abito di derviscio e guardati dal dire che serve per me».

Poco lungi dal palazzo di piacere vi era un convento di dervisci, il cui shaykh era amico del custode. Costui andò a trovarlo, e facendogli una falsa confidenza della disgrazia d’un ufficiale della Corte verso cui aveva grandi obbligazioni, e che voleva favorire per dargli luogo di sottrarsi alla collera del Sultano, non durò fatica a ottenere ciò che domandava.
Portato l’abbigliamento di derviscio al principe Firûz-Shâh, costui se ne vestì. Travestito in tal modo, e per la spesa e per il bisogno del viaggio che andava ad intraprendere, dervisci-volantimunito d’una cassettina di perle e di diamanti che aveva portato per farne presente alla principessa di Bengala, uscì dal palazzo di piacere verso l’imbrunire.

Intanto l’indiano governò il cavallo incantato in modo che lo stesso giorno giunse di buon’ora in un bosco vicino alla capitale del regno di Kashmir.
Avendole l’indiano fatte proposte oscene e temendo che costui le facesse violenza, la principessa si alzò per resistergli, emettendo alte grida. Queste grida attirarono una schiera di cavalieri che a caso di là passavano e che circondarono lei e l’indiano.
Era il Sultano del regno di Kashmir, il quale ritornava dalla caccia col suo seguito, fortunatamente per la principessa di Bengala. Egli si rivolse all’indiano, e gli domandò chi fosse, e che pretendesse dalla donna che vedeva.
L’indiano rispose impudentemente ch’era sua moglie. La principessa, che non conosceva né la qualità né la dignità di quello che si presentava tanto a proposito per liberarla, smentì l’indiano, dicendo: «Signore, chiunque voi siate e che il cielo manda in mio soccorso, abbiate compassione d’una principessa, e non prestate fede a un impostore! Dio mi guardi dall’esser moglie di un indiano vile e tanto spregevole. Egli è un abominevole mago che mi ha rapita oggi al principe di Persia, cui ero destinata in sposa, e che m’ha condotta qui su questo cavallo incantato che vedete!».

Ella voleva continuare, ma invece d’ascoltarla, il Sultano di Kashmir, giustamente indignato dell’insolenza dell’indiano, lo fece circondare immediatamente, e comandò che gli si mozzasse il capo. L’ordine fu eseguito con tanta più facilità, in quanto l’indiano non aveva armi per potersi difendere.
Ma così la principessa di Bengala liberata dalla persecuzione dell’indiano, cadde in un’altra non meno di quella dolorosa.
Il Sultano, dopo averle fatto dare un cavallo, la condusse al suo palazzo ove l’albergò nel più magnifico appartamento dopo il suo, e le dette un gran numero di schiave per stare appresso a lei a servirla, con degli eunuchi per la sua guardia. Egli stesso la condusse fino all’appartamento destinatole.

sultano-principessa

La principessa di Bengala era ben lungi dal vedere un barlume della speranza che aveva concepita, cioè di poter sposare il figlio del re di Persia. Difatti, il Sultano di Kashmir aveva risoluto di sposarla il dì appresso, e ne aveva fatte annunciare le feste col suono dei timballi, dei tamburi e d’altri strumenti.
La principessa di Bengala fu destata al rumore di quei concerti rumorosi, e ne attribuì la cagione a tutt’altro oggetto che a quello per cui echeggiavano.
Quando il Sultano di Kashmir andò a farle visita, dopo aver presa contezza della sua salute, le fece sapere che le trombe che sentiva, suonavano per rendere le loro nozze più solenni, e la pregò vivamente a volervi acconsentire.

La principessa fu presa da una costernazione sì grande, che ne cadde svenuta. Le donne della principessa che stavano presenti, accorsero in suo aiuto, e lo stesso sultano s’adoperò per farla rinvenire: ma ella rimase lungo tempo in quello stato, prima di ritornare in sé.
Come fu rinvenuta, risolse fingere che le avesse dato di volta il cervello nello svenimento. Sicché, cominciò a dire delle stravaganze in presenza del Sultano, si alzò come per gettarsi su di lui, di modo che il Sultano fu assai sorpreso e molto afflitto di quel malaugurato contrattempo. Vedendo che non ritornava in sé, la lasciò con le sue donne a cui si raccomandò di non abbandonarla.

In questo intervallo il principe Firûz-Shâh, travestito da derviscio, aveva percorso parecchie province e le principali città di queste province, con altrettanta maggior pena d’animo, senza contare le fatiche del cammino, in quanto ignorava s’egli teneva una via derviscio-lunaopposta a quella che avrebbe dovuto prendere per aver notizie di colei che da tanto tempo cercava.
Attento alle notizie che si spargevano in ciascun luogo per cui passava, giunse alla fine in una grande città delle Indie, in cui si parlava molto d’una principessa di Bengala, la cui ragione aveva dato di volta lo stesso giorno che il Sultano di Kashmir aveva destinato per la celebrazione delle sue nozze con lei.
Al nome della principessa di Bengala, supponendo che fosse quella per la quale aveva intrapreso il viaggio, e sulla fama che se n’era sparsa, prese la strada del Regno e della capitale di Kashmir.

Al suo arrivo in quella capitale prese albergo in un Khan, si fece fare un abito da medico, e con quello e la lunga barba che si era lasciata crescere nel viaggio, si fece riconoscere per medico viaggiante. Nell’impazienza in cui stava di vedere la sua principessa, non differì di andare al palazzo del Sultano, ove domandò di parlare ad un ufficiale.
Il capo degli uscieri gli disse che era il benvenuto, che il Sultano l’avrebbe visto con molto piacere e che se riusciva a dargli la soddisfazione di vedere la principessa nella sua prima salute, poteva attendersi una grande ricompensa.
Dopo di che aggiunse: «Aspettatemi, ché tra un momento sarò da voi».

Era da molto tempo che nessun medico si era più presentato, e che il Sultano di Kashmir con gran dolore aveva come persa la speranza di rivedere la principessa nello stato di salute in cui l’aveva veduta, e nello stesso tempo quello di manifestarle, sposandola, fino a qual punto l’amava. Perciò comandò al capo degli uscieri di condurgli prontamente il medico che gli aveva annunziato.
Il principe di Persia fu presentato al Sultano di Kashmir sotto l’abito ed il travestimento di medico. Il Sultano fece aprire la porta della camera della principessa, ed il principe Firûz-Shâh entrò.

Appena la principessa lo vide apparire, prendendolo per un medico, di cui aveva l’abito, s’alzò come una furia, minacciandolo e caricandolo d’ingiurie.
Ma ciò non gl’impedì d’avvicinarsele, e quando fu abbastanza vicino per farsi sentire, Rhazessiccome non voleva essere inteso se non da lei sola, così le disse in tono basso e con aria rispettosa: «Principessa, io non sono già medico, ma riconoscete in me, ve ne supplico, il principe di Persia che è venuto a mettervi in libertà!».
Al tono della voce ed ai lineamenti dell’altero volto che ella riconobbe immediatamente nonostante la lunga barba che il principe si era lasciata crescere, la principessa di Bengala si calmò e subito fece apparire la gioia
sul suo viso.
La principessa di Bengala, non aveva un lungo discorso da tenere al principe di Persia, poiché ella non aveva se non da raccontargli in qual modo era stata liberata dalla violenza dell’indiano dal Sultano di Kashmir che ritornava dalla caccia; del precipitato disegno che questi aveva preso di sposarla, senza averle fatto prima la minima cortesia per prendere il suo consenso; e del partito preso da lei di fingersi pazza per conservarsi fedele al principe cui aveva dato il suo cuore e la sua fede.

Siccome il principe Firûz-Shâh non dubitò che il Sultano di Kashmir non avesse fatto accuratamente custodire il cavallo, comunicò alla principessa il disegno che aveva di servirsene per ricondurla in Persia, e convenne con lei dei mezzi che bisognava usare per riuscirvi, affinché nulla non ne impedisse l’esecuzione, particolarmente che invece di stare in veste da camera, come era fino allora stata, l’indomani si fosse vestita per ricevere il Sultano con civiltà, quando da lui le sarebbe stato condotto.

Il Sultano di Kashmir fu in grande gioia quando il principe di Persia gli ebbe detto ciò che aveva operato sin dalla prima visita per la guarigione della principessa di Bengala.
«Sire – disse il finto medico – siccome la principessa è stata portata su questo cavallo incantato, anche lei è soggetta al suo incantesimo, che non può esser dissipato se non da certi profumi che mi sono noti. Se la Vostra Maestà vuole averne il piacere, e dare uno spettacolo dei più sorprendenti alla sua Corte e al popolo della sua capitale, domani faccia portare il cavallo in piazza innanzi al suo palazzo, e si affidi a me per il resto. Io prometto di far vedere a Vostra Maestà e a tutta l’assemblea, in pochi momenti, la principessa di Bengala tanto sana di corpo e di spirito, come in nessun altro tempo della sua vita. Ed affinché la cosa si faccia con tutta la pompa che merita, mi pare a proposito che la principessa sia vestita il più magnificamente possibile e coi gioielli più preziosi che la Maestà Vostra può avere!».

donna-nuda-cavallo

Il sultano di Kashmir avrebbe fatto cose ben più difficoltose di quello che il principe di Persia gli proponeva, pur di giungere al soddisfacimento dei suoi desideri, che presentiva ormai così prossimo.
L’indomani il cavallo incantato fu tratto dal tesoro per ordine suo e posto di buon mattino nella gran piazza del palazzo, ed essendosi ben presto diffusa la fama in tutta la città che c’era un preparativo per qualche cosa di straordinario che doveva farsi, la gente vi accorse in folla da tutti i quartieri. Le guardie del Sultano vi furono disposte per impedire il disordine e lasciare un grande spazio vuoto intorno al cavallo.

Il Sultano di Kashmir apparve, e quando si fu seduto sul trono, circondato dai principali signori ed ufficiali della Corte, la principessa di Bengala, scortata da tutta la schiera di donne che il Sultano le aveva assegnate, s’avvicinò al cavallo incantato, e le sue donne l’aiutarono a salirvi sopra.
Quando fu in sella, ed ebbe i piedi in ambo le staffe, con la briglia in mano, il finto medico fece posare presso al cavallo vassoi pieni di fuoco, e, girando intorno gettò in Chagall-sposa-dettagliociascuno un profumo, composto di più specie di squisitissimi odori. Poi, raccolto in sé medesimo, con gli occhi bassi e le mani applicate sul petto, girò tre volte intorno al cavallo fingendo di pronunciare alcune parole, e nel punto in cui i vassoi esalavano un profumo spesso di un odore soave, e la principessa ne era circondata in modo che appena si poteva vedere lei e il cavallo, colse il tempo, e gettatosi leggermente in groppa dietro la principessa, portò la mano alla valvola della partenza che volse; poi nel momento in cui il cavallo li rapiva in aria, pronunciò queste parole ad alta voce, sì distintamente, che lo stesso Sultano le intese: «Sultano di Kashmir, quando vorrai sposare principesse che imploreranno la tua protezione, impara prima a ottenere il loro consenso!».

In tal guisa il principe di Persia recuperò e liberò la principessa di Bengala, e quello stesso giorno la condusse in poco tempo alla capitale della Persia, ove andò a scendere non al palazzo di piacere, ma in mezzo la reggia, innanzi all’appartamento del re suo padre; ed il re di Persia non differì la solennità del suo matrimonio con la principessa di Bengala, se non del tempo necessario ai preparativi, al fine di rendere la cerimonia più pomposa, e che mostrasse maggiormente la parte ch’egli vi prendeva.
Appena il numero dei giorni assegnati per le feste fu compiuto, la prima cura che il re di Persia si dette, fu di nominare e di mandare un’ambasciata solenne al re di Bengala, per rendergli conto di quanto era avvenuto, e per chiedergli l’approvazione e la ratificazione del parentado contratto con lui con quel matrimonio, che il re di Bengala, ben informato di ogni cosa, si fece un onore e un piacere di accordare.

(Le mille e una notte)