Jâmî – Salâmân e Absâl

Alessandro-Aristotele

C’era una volta, in terra di Grecia, un sovrano, al pari di Alessandro, degno detentore del diadema e del sigillo reale.
Ora, sotto il suo regno viveva un saggio che aveva edificato la sua filosofia su solide fondamenta, a tal punto che tutti gli adepti della sapienza, quanti ce n’erano, erano suoi discepoli e avevano formato una cerchia attorno a lui.
Quando il re riconobbe la superiorità del suo genio, ne fece il suo compagno inseparabile, tanto nelle pubbliche adunanze che in privato. Il sovrano non faceva un mezzo passo senza attenersi alle sue istruzioni, e non s’impegnava in nessuna impresa prima d’aver fatto ricorso ai suoi consigli. E di questi suoi consigli seppe così ben profittare nella conquista del mondo da assoggettarlo tutto quanto al suo dominio, da Qâf a Qâf. E così egli compiacque i suoi sudditi con la giustizia e la bontà, e consolidò l’edificio del suo impero.

Se il re non è, lui in persona, un saggio, o se non ha almeno un saggio come amico e confidente, il castello del suo potere sorge su fragili fondamenta, e raramente accade che le leggi da lui promulgate producano buoni effetti. Non sapendo, infatti, neanche ciò che contraddistingue l’equità e l’iniquità, egli non sa dirimere la giustizia dalla tirannia, e applica questa invece di quella, considerando la giustizia come un’ignominia rispetto all’oppressione. Il mondo è sconvolto dal suo dispotismo, e le fonti della regalità e della fede non sono più che un vano miraggio.
Uno spirito chiaroveggente ha bene espresso questo pensiero sottile: «È la giustizia, e tarocco-giustizianon la fede, a mantenere la stabilità d’un regno. È meglio avere un re miscredente che pratica nobilmente l’equità, che un tiranno devoto». […]

Allorché, grazie alla strategia dell’illustre filosofo, il dominio universale fu assicurato al re di Grecia, e da un capo all’altro il saggio ebbe conquistato il mondo per il suo maestro, e n’ebbe fatto un secondo Alessandro – allorché su tutta la faccia della terra non restava un solo guardasigilli che non fosse soggetto al sigillo del re – una notte il monarca si mise a riflettere sulla sua condizione, sentendosi in debito di riconoscenza verso Dio.
Trovò infatti che la veste d’onore della buona sorte gli andava a meraviglia; tutti i beni di fortuna che aveva cercato, li aveva trovati – tutti, però, tranne uno: un figlio che, quando lui fosse morto, ne avrebbe preso il posto nella gloria e nella nobiltà.

Essendogli venuto in mente questo pensiero, lo confessò direttamente al filosofo: «O tu – gli disse – che ti professi consigliere del re, e delle cui cure mi congratulo, non c’è bene più grande di un figlio, nient’altro che un figlio a cui l’anima sia pienamente attaccata. Un figlio! ecco il supremo desiderio dell’uomo; è grazie a lui che sopravvive il suo nome. I tuoi occhi, finché vedono, è per lui che brillano di gioia; ed è grazie a lui che dopo morte la tua polvere diviene terra di un giardino. È lui che ti sostiene per mano quando ormai vacilli sulle gambe. È lui che ti serve da piede se sei impotente a camminare. Col suo appoggio, la tua schiena si rafforza, e quando lo guardi, la tua vita trova una ragione per ringiovanire. È un figlio che, nella mischia del combattimento, con la sua spada ti difende, e come una nube fa piovere strali sulla testa dei tuoi nemici. Quando i tuoi fedeli infliggono una sconfitta al nemico, tuo figlio combatte con tutta la sua anima, gli altri soltanto col corpo. È lui che provoca il pianto del tuo avversario, e ti assicura la vittoria».

Il saggio e devoto filosofo fece dapprima osservare al sovrano che, per fare un figlio, occorre contaminarsi con la lussuria delle femmine, ma poi, grazie al suo sapere, escogitò uno stupefacente procedimento, sconosciuto a tutti gli altri dottori.
Estrasse dai reni del re del liquido seminale, puro e senza macchie di libidine, e lo versò in tutt’altro posto che un grembo femminile. Dopo nove mesi, ne uscì un bimbo senza il benché minimo difetto. Dal ceppo di rose del corpo del re sbocciò un fiore, e il trono trionfò di questo felice evento. L’immensità del mondo e l’occhio del cielo erano, prima della sua apparizione, buio e deserto. Grazie a quel fiore, il mondo si popolò e il cielo s’illuminò.

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Quando si vide che il neonato era esente da ogni imperfezione, si prese come prima parte del suo nome un frammento della parola Salâmet, che vuol dire «salute perfetta», e l’altra metà la si prese dal nome del cielo, Âsmân, donde era venuto il suo corpo puro d’ogni difetto.
Il suo nome fu perciò Salâmân.
Mancandogli però una mamma che l’allattasse, gli si dovette procurare una nutrice: era una donna incantevole, bella come la luna quando è piena, poco meno che ventenne, di nome Absâl.

Dalla testa ai piedi, non c’era dettaglio del suo corpo che non fosse perfetto e irreprensibile. Sul capo, una riga argentea separava in due metà una messe di capelli neri. Una lunga treccia le pendeva dietro la nuca, e a ogni capello erano appese cento calamite. Il suo corpo si stagliava come nel giardino un cipresso di così ben fatte proporzioni, che i suoi piedi calcavano la corona dei re. La sua fronte lucida brillava come cristallo, e le sue brune sopracciglia parevano ruggine, ma bastava soffiar via la ruggine perché su quello specchio apparisse, intatta, la curva della sua grazia.

Il suo occhio era come un sonnambulo a spasso su uno strato di rose, sotto un parasole nero come il muschio. Le orecchie che le ornavano i due lati del viso, erano sempre in Absalascolto di sottili incantesimi, come ostriche d’argento pronte a richiudersi sulle perle di ciò che udivano. Sulle guance era tracciata una graziosa linea scura di peluria, e il lampo egizio della sua bellezza era puro come l’acqua del Nilo. Sebbene questa linea fosse disegnata per proteggerla dal malocchio, ella causava però solo guai all’occhio di chi la guardava.
Che dire poi dei suoi denti? Un collier di perle d’acqua pura, e lo scrigno di questi gioielli era un limpido rubino: per goderne, nella sua bocca chiunque avrebbe smarrito la via di ragione. Era così dolce il sapore delle sue labbra, che le avresti confuse con lo zucchero. […]

Il sovrano scelse dunque Absâl come nutrice, perché prendesse Salâmân il fortunato nell’abbraccio della sua tenerezza e lo nutrisse col latte della sua mammella.
Ora, quando il suo sguardo cadde sopra Salâmân, lei ne fu così ammirata che gli occhi le parvero uscire dalle orbite. Fu subito affascinata dalla grazia di questo bijou di bambino, e lo depose nella culla d’oro come un gioiello nello scrigno.

A furia però di guardare quel visino che le infiammava il cuore, perse il sonno della notte e il riposo del giorno. Senza tregua, tutto il suo zelo era consacrato a chiudere e ad aprire la culla del suo nutrimento: a volte lavava dal suo corpo il muschio e l’acqua di rosa, altre volte con le sue labbra zuccherine lo copriva di baci dolci come il miele.
In breve, la tenerezza che provava per quel viso s’impadronì a tal punto del suo cuore, che ella chiuse l’occhio dell’amore a tutto il resto del mondo. Se avesse potuto, è certo che si sarebbe appiccicata agli occhi la figura di quella creatura, al posto delle pupille.

Dopo qualche tempo, quando ebbe finito lo svezzamento, le sue occupazioni mutarono. Di notte, anziché giacere nel suo letto, andava a vegliare come una candela al capezzale del suo pupillo. E all’alba, quando lui si svegliava, lo preparava come fosse una bambola d’oro. Ungeva col collirio l’azzurro narciso dei suoi occhi, e lo vestiva di abiti sgargianti. Gli metteva, con un pizzico di civetteria, di traverso in testa il cappuccio dorato, e gli iranian-guitarappendeva al collo una fibbia nera. Con fermagli incrostati di rubini e d’oro stringeva poi la cintura alla sua esile vita.

Si consacrò così senza posa al suo servizio, finché egli non raggiunse l’età di quattordici anni – l’età dell’adolescenza.
A quattordici anni, Salâmân era bello come la luna piena al quattordicesimo giorno del mese. Di giorno in giorno cresceva con lui la sua bellezza, sicché tutti i cuori presero ad aver simpatia per lui. La sua bellezza centuplicò, e i sentimenti che ispirava divennero centomila volte più vivi; l’amore per lui turbava più di centomila cuori. […]

In quanto alle altre sue disposizioni, Salâmân spaccava il capello nella dialettica e, prima ancora di sentire una parola, s’affrettava a comprenderne il significato. Prima che una frase gli giungesse all’orecchio, il pensiero che vi era espresso era già addomesticato al giogo della sua intelligenza.
Ogni sua poesia era una perla del mare, brillante di natura. Ogni prosa era un frutto del giardino della sua grazia. I suoi versi si elevavano fino all’altezza delle Pleiadi, la sua prosa era sublime non meno delle due Orse.
A ogni battuta di spirito, il rubino della sua bocca era pronto alla risposta, e pura come l’onda era la sua perspicacia nel comprendere le sottigliezze. […]

Quando Salâmân giunse in età adulta, e quel che prima era un frutto verde divenne maturo, al cuore di Absâl venne desiderio di coglierlo e di gustarne il sapore. Ma questo frutto era su un alto ramo, e il cappio del desiderio di Absâl era troppo corto per raggiungerlo.
Si trattava tuttavia di una bella conquista, a cui non mancava certo il fascino. Ella si compiacque a esibire la sua bellezza agli occhi del principe, e ingaggiò con lui una gara di civetteria. A volte gli lasciava cadere sul viso la sua treccia come una ciocca pazza, sperando di legare il cuore del principe a quella sorta di catena di cui vanno pazzi tutti i sapienti. Altre volte invece, pettinandosi dinanzi a lui i capelli neri come il muschio, li separava con una fila nel mezzo come a significare: «Il mio cuore è separato da ciò che desidera. Fino a quando mi brucerà così?».

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Altre volte ancora si truccava tingendo di nero l’arco delle sopracciglia, per dare la caccia alla sua anima con la nerezza di quest’arco, e poter giacere con la sua preda. Ravvivava così col rimmel l’oscura luce del suo sguardo, pur di farlo deviare dal suo cammino con questa magia nera.
Evidenziava col fard la freschezza dei suoi petali di rosa, per impedire al suo cuore di resisterle ancora. E si dipingeva un neo sulla guancia, per attirare nella rete della sua bellezza quell’uccello prezioso: il cuore del suo Amato.

A volte poi, socchiudendo le sue labbra zuccherine, rompeva così il sigillo allo scrigno delle sue perle, promettendo – come lo zucchero – dolcezza al suo cuore e, invogliandolo a parlare, pareva voler raccogliere i gioielli del suo discorso.
Sovente, lasciava intravedere dalla scollatura un globo d’oro su cui cadeva una collana incrostata di perle, per incatenare il principe, malgrado la sua nobiltà sovrana, alla schiavitù della seduzione.
In breve, non perdeva occasione per fare la civetta con cento trucchi e artifici. Dal mattino alla sera, non faceva che attirarne lo sguardo su di sé, senza lasciarlo distrarre un istante dalla contemplazione della sua bellezza, ché lei ben sapeva che è per la via Layla-Majnundegli occhi che l’amore agisce sul cuore degli uomini, e che non c’è altro mezzo per gli incantesimi d’amore di conquistare un cuore. […]

Ora dunque, malgrado la sua timidezza e a dispetto del suo ritegno, Salâmân finì per subire il fascino delle moine di Absâl. Punto dal suo sguardo, il cuore gli sobbalzò, e il serpente nascosto nelle pieghe dei suoi capelli lo morse. Le sopracciglia gli si aggrottarono, e il desiderio delle labbra dell’Amata gli rese, al confronto, amaro perfino il miele. Il suo narciso lo stregò e gli tolse il sonno, il collier delle sue trecce vinse ogni sua resistenza. Il colore delle sue guance gli fece versare lacrime rosee, e il pensiero della sua boccuccia chiusa gli serrò il cuore. Sul suo zigomo avvistò una voglia di bellezza che l’annientò definitivamente. La ciocca pazza che lei lasciava cadere sul suo viso, agitò di desiderio il giovane principe.

Infine, la passione ebbe la meglio sulla sua timidezza, anche se ancora si dibatteva dicendo: «A Dio non piaccia che, dopo aver gustato il piacere dell’amore, funesto mi sia all’anima il retrogusto. La gioia non durerà, mentre per tutta la vita sarò decaduto dal mio rango e dal mio prestigio. Una breve felicità non può essere, per chi è saggio, il punto di mira della speranza».

Quando Salâmân si fu invaghito della sua bella, la buona stella di Absâl divenne ancor più radiosa. La sua passione, già di lungo tempo, prese nuovo vigore, e l’invase il desiderio di giacere con lui. Ogni scusa era buona per entrare all’improvviso nell’appartamento riservato al bel giovincello, per soddisfare sul suo rubino il desiderio del suo cuore ed esalare la sua dolce anima sulle labbra del suo Amato.
Una notte le offrì, infine, l’occasione propizia, ed ella andò di corsa nella sua camera, pronta a dargli l’anima. Si stese come l’ombra ai suoi piedi e li sfiorò umilmente col suo viso.

Salâmân, da parte sua, con cento sguardi e cento carezze, tese a lei la mano della compassione. La serrò nella stretta delle sue braccia e bevve alla sua dolce fontana il desiderio della sua anima.
E così tutt’e due presero a scambiarsi soavi baci, e ogni bacio era solo il preludio di iranian-loverscarezze sempre più appassionate. A furia di strofinarsi le labbra, le coppe della loro voluttà finirono per toccarsi e tuttavia, sebbene ripetessero più e più volte questo brindisi, il meglio restava ancora da fare.
Finirono così per cedere alle vertigini, persero la testa e fecero tra loro cadere il velo del pudore. Sciolsero il solo nodo che li separava ancora, malgrado il desiderio da un po’ li esasperasse. L’uno aveva lo zucchero, l’altra il latte: assieme fecero uno squisito accoppiamento. Il palazzo della loro anima si insaporì di delizie fino all’alba, quando finalmente si abbandonarono al sonno.

Sul far del giorno, allorché la Stella dal velo nero aprì le porte all’azzurro del cielo e sugli occhi dei due ebbri addormentati versò il collirio del risveglio, il principe si levò dal letto su cui aveva soddisfatto il suo desiderio, con l’occhio ancora assonnato.
Era ancora sotto l’effetto dell’ebbrezza della notte avanti, e in più l’amore per la sua compagna continuava ad agitarlo. Per riprendersi, chiese un sorso alla bocca di rubino della sua Amata. La chiamò a sé, indifferente alla gelosia di quanti l’udivano, e la fece sedere sul cuscino accanto a lui. Poi sollevò il velo del pudore dalle sue nude forme, e rinnovò con lei l’amore della notte avanti.

La cosa si ripeté anche il giorno successivo, e il malocchio per un po’ non si abbatté su di loro. Il giorno divenne settimana, la settimana divenne mese, il mese si allungò in anno. Fu, questo, un periodo senza pene e senza affanni.
Entrambi non desideravano altro che questa gioia tra loro mai cessasse, né giorno né notte, e tuttavia le rivoluzioni della sfera celeste dicevano dal fondo della loro trappola: «Non è nostra abitudine lasciare le cose immutate. Oh, quante relazioni abbiamo suscitato di giorno, per romperne il filo la notte! e quante fortune abbiamo accordato la sera per toglierle al mattino!».

Salâmân, divenuto inseparabile da Absâl, godette della sua compagnia per mesi e anni, trascurando i suoi doveri verso il re e il filosofo, a tal punto che essi se ne addolorarono. Chiesero informazioni, e i domestici del principe rivelarono loro il segreto dei due amanti.
Allora il re e il filosofo lo mandarono a chiamare per interrogarlo, e dapprima cominciarono a parlargli di cose varie, per poi passare a trattare di mille fatti antichi e iranian-kingrecenti, e finirono per spingere la conversazione sul terreno che stava loro a cuore. Al che, Salâmân confermò la veridicità di quanto avevano saputo delle sue avventurose amorose. […]

Il re disse a suo figlio: «O beniamino di papà, fiamma della luce che illumina il mio palazzo, gioia dei miei occhi, tu che trasformi in un roseto la terra delle mie speranze, sappi che per anni ho fatto sanguinare il mio cuore come un bocciolo di rosa, finché ho potuto cogliere il fiore che tu sei. Dunque, come un fiore tenero lascia che la mia mano sfiori i tuoi petali, non brandire contro di me questo pugnale: la spina della tirannia. È grazie alle ambizioni che ripongo su di te che il mio diadema tocca la volta celeste, ed è per te che continuo a calpestare il piedistallo del Trono. Non volgere più i tuoi sguardi sulle maestre di follia, non strappare via dal capo la corona della fortuna! Non allungare più la tua mano su una bella dalle forme aggraziate, non calpestare la maestà del Trono! Altre sono le occupazioni degne del tuo rango: invece di aggrapparti a una treccia nera, va’ piuttosto a caccia, lancia il tuo dardo e abbatti la gazzella o altra selvaggina. Ma che io non ti veda più, divenuto tu selvaggina, fare da bersaglio a queste gazzelle destinate ai leoni. Muta condotta, per amor di Dio, se non vuoi incorrere nel mio castigo. Per anni mi sono retto coraggiosamente in piedi per amor tuo. Quale vergogna sarebbe per te, se fossi proprio tu a gettarmi da basso».

Quando ebbe udito questi ammonimenti, col cuore sconvolto Salâmân disse: «O re, io sono schiavo della tua volontà. Altro non sono che la polvere dei piedi con cui tu calpesti il Trono. A tutto ciò che mi hai ordinato, ho sempre obbedito con tutta la mia anima, ma ahimé! devo confessare questa mia debolezza. Il mio cuore addolorato m’impedisce di sottomettermi al tuo volere. Molte volte ho riflettuto tra me e me, e mi sono tormentato a cercare una via d’uscita da questa calamità, ma sempre, al pensiero di questa donna, la mia anima s’è profusa in sospiri e gemiti. E non appena il mio sguardo è caduto su di lei, mi sono dimenticato dei due mondi, per gettarmi in estasi dinanzi a lei, e inabissarmi nella contemplazione del volto di questa mirabile creatura, immemore di consigli e rimproveri».

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Prese allora la parola il filosofo e parlò in questi termini: «O vino novello di una vecchia vigna, ultimo straordinario disegno del Calamo divino che ha scritto i sette climi e i quattro elementi, tu che sai decifrare le pagine della notte e del giorno, tu sei il depositario del tesoro di Adamo, tu sei da solo la sintesi perfetta del mondo. Conosci dunque il tuo valore, non sottovalutarti, perché sei ben più di quanto potresti dire. Colui la cui mano onnipotente ha modellato la tua argilla ha stampato nel tuo cuore le lettere della saggezza. Pulisci d’ogni immagine lo specchio del tuo cuore, e rivolgilo al regno puramente spirituale, affinché il tuo cuore diventi un tesoro di idee, e lo specchio della tua anima riluca nella luce della conoscenza. Vela i tuoi occhi al fascino della bella, non avere più rapporti con lei! Qual è la donna più carina? Una vana immagine piena di tare e di difetti, di cui né l’abito né le pieghe della veste sono immuni da concupiscenza. Non lasciarti sedurre da quest’essere sudicio, non uscire dal santuario della salute morale. Se i sensi ti mettono in conflitto corpo e anima, per cui ora li assecondi, ora invece li disprezzi, sappi che in principio fosti posto a un grado elevato tra le creature, e la tua stella brillava alta nella volta celeste. Ed ecco che la concupiscenza ti ha avvilito l’anima, e ti ha incatenato sul fondo degli abissi terreni».

A questo discorso del filosofo, Salâmân fiutò un profumo di saggezza: «Come? – disse. – Come potrei, in fin dei conti, sottrarmi a ciò a cui sono spinto originariamente dal mio temperamento?».
I rimproveri non gli avevano estirpato dal cuore la passione per Absâl, ma gliel’avevano iranian-cammellocomplicata. Il filtro della possessione d’amore gli divenne però amaro, e la sua stella portafortuna tramontò. Non poteva andare da nessuna parte senza avere nelle orecchie le parole dei censori. Alla fine si decise a fuggire.

Sebbene il suo cuore patisse a lasciare il paese natio, Salâmân fece sellare un cammello e, col favore della notte, vi montò assieme ad Absâl. Piccoli quali erano, stettero in due su una sola sella e, sballottati dal viaggio, la testa di lei posata sul petto del compagno, si abbracciavano teneramente per dormire.
Andavano così, serrati l’uno contro l’altro, e se pure la sella era stretta, il loro cuore, nondimeno, sobbalzava.

Dopo una settimana a dorso di cammello, Salâmân giunse sulla riva del mare: davanti a lui s’estendeva un oceano vasto quanto il cielo – le stelle che vedeva brillare erano gli occhi d’innumerevoli animali marini. Onde alte quanto le montagne l’agitavano: sembravano cammelli le cui bocche schiumassero rabbia.
Benché turbato da questo spettacolo, Salâmân si mise in cerca di una barca per la traversata, e ne trovò una che, per la forma, somigliava alla falce della luna crescente.

I due amanti vi s’imbarcarono tranquillamente, e quella falce divenne così la dimora del sole e della luna insieme. Lo scafo prese il largo, battendo i remi come un uccello le ali: come un cigno, poggiando il petto sulle onde, s’apriva il cammino alla sua meta. Aveva la forma di un arco, ma, simile a una freccia, rapido tagliava i flutti.
Quando ebbero remato per un mese, scorsero in mezzo all’oceano un’isola che era tutto un bosco impenetrabile alla loro immaginazione.

Non c’è al mondo uccello che non abbia soggiornato una volta in questa terra di delizie. Vi erano radunati sciami multicolori, su cui spiccava il piumaggio del fagiano e della tortora, e in ranghi serrati cantavano usando il becco a mo’ di flauto.
E c’erano alberi che col loro fogliame davano frescura e riparo agli uccelli cinguettanti, e Salaman-Absal-isolaai cui piedi c’erano frutti sparpagliati, acerbi e maturi insieme. Una fonte d’acqua viva scorreva ai piedi di ciascun albero, e radure inondate di sole s’alternavano a zone ombrose.

Finalmente Salâmân, al cospetto di questo incantevole paesaggio, si acquietò. Il suo cuore cessò d’essere combattuto tra la speranza e la paura, e trovò pace dandosi tutto ad Absâl.
Felici tutt’e due, uniti come l’anima e il corpo, finalmente rasserenati, come il giglio e la rosa rifiorirono l’uno nelle braccia dell’altra, e lontani dagli sguardi gelosi godettero di un piacere spensierato. Niente censori nelle orecchie a dire «non sta bene», nessun ipocrita a fare la doppia faccia per inquietarli. Era una rosa che si poteva tenere sul seno senza graffiarsi con le sue spine; il possesso di un tesoro senza il morso del serpente.

In ogni momento, quale che fosse il giaciglio su cui si stendevano l’uno accanto all’altra, i loro abbracci ne facevano un giardino in fiore; in ogni momento, ovunque la loro passione si abbeverasse, era una fonte d’acqua limpida che sgorgava. A volte tra loro cinguettavano come due usignoli, a volte si scambiavano baci come due pappagalli golosi di zucchero. Altre volte si facevano la corte al modo del pavone; altre ancora facevano a gara, in quanto a grazia, con la pernice.
Detto in parole povere, non c’era giorno né notte che non riempisse il loro cuore di allegria. Cosa si può sognare di meglio che stare in compagnia della propria Amata, senza censori tra i piedi?

In tutto questo tempo, suo padre, il re, era stato informato della bravata del figlio, e la cosa lo teneva inquieto. Cominciò a levare gemiti al cielo e a piangere lacrime di sangue. Inviò spie dappertutto, ma nessuno sapeva dire qualcosa di questo affare misterioso.
Egli possedeva però lo specchio magico che svela tutti gli enigmi del mondo. Simile al cuore del mistico perfetto, questo specchio era a conoscenza di tutti i beni e i mali del mondo. Il re se lo fece portare per prendere visione di ciò che lo turbava, e gli bastò il primo sguardo per avere notizie degli scomparsi.

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Li vide che facevano all’amore in un boschetto, senza darsi la minima pena per il loro futuro. Soli soletti, erano lontani dal pensare al resto del mondo, e non avevano più in cuore altro desiderio che di stare alla larga dagli uomini. A ciascuno dei due bastava il mondo dell’altro, nessuno dei due riceveva dolore dall’altro.
Il re, allo spettacolo di questa loro spensieratezza, non poté evitare di provare un sentimento di pietà per questi due giovani e, senza rivolgere loro nessuno di quei rimbrotti che gli stringevano il cuore, fece preparare, senza trascurare il minimo dettaglio, tutto il necessario per la loro sussistenza.

Intanto Salâmân, tutto preso nella gioia del possesso di Absâl, continuava la sua vita senza che la sazietà venisse a porre un termine alla sua follia. Non faceva nessuno sforzo per strappare il suo cuore a questa pazzia. Aveva gettato via dal capo il diadema regale, per inorgoglirsi dell’amore di Absâl, quest’altro diadema; e la felicità presente gli faceva rovesciare il trono, per calpestarlo sotto il piedi di questa sua stoltezza.
Questo desolante spettacolo afflisse il cuore del re, e questo comportamento indegno lo rattristò. Concentrò allora su Salâmân tutta la sua potenza di suggestione, per staccarlo per sempre da Absâl.

E così avvenne che il giovanotto, per quanto si affrettasse a ogni istante a correre dalla sua bella, trovava sempre qualcosa che li separava; le guardava il viso e il suo cuore surreal-sfera-cristallopalpitava, ma non riusciva più a toccarla.
Stanco di questi inutili tentativi, finì per abbattersi: morto l’asino, il peso che portava ruzzolò dunque a terra.
Quale pena maggiore c’è per lo sventurato, che d’avere accanto un tesoro e non poterne prendere una sola moneta? Quale angoscia più terribile per l’assetato, che di dover restare a bocca asciutta a un passo dalla fontana?

Infine, quando questo tormento l’ebbe estenuato, la porta della riconciliazione si spalancò dinanzi a Salâmân. Comprese che in tutto ciò c’era l’influenza di suo padre, che si sforzava di strapparlo alla follia che lo sconvolgeva.
Pentito e addolorato, fece ritorno dal padre, e contrito ne implorò il perdono. Felice è, certo, l’uccello che, dopo mille traversie, ritrova ancora, alla fine del cammino, il suo nido d’origine!
Ma v’è al mondo destino più pietoso di quello dell’innamorato? Nessun nodo è più inestricabile della sua condizione: la pena d’amore per l’Amata non scema, ma nel contempo non può esaudire il desiderio del suo cuore. I suoi tormenti si alimentano senza sosta dei sarcasmi degli invidiosi e delle parole degli amici.

Poiché il padre molto lo rimproverava, e assai aspramente, per la sua follia, Salâmân fu ancor più dibattuto. L’esistenza gli divenne di peso, e non aveva altro desiderio che di annientarsi. Quando la vita non vale più della morte, tanto vale morire di colpo.
Salâmân si diresse allora con Absâl nel deserto: voleva solo calpestare il suolo su cui spargere la sua anima a pezzi. Andò pertanto a tagliare legna e, quando l’ebbe accatastata, ne fece un rogo e vi appiccò il fuoco.
I due disperati si rallegrarono allo spettacolo delle fiamme. Poi, mano nella mano, vi si gettarono.

Il re, segretamente avvertito, progettò di far morire Absâl. Si concentrò con tutta la sua forza di volontà, perché il fuoco divorasse la donna e risparmiasse il suo amante. Absâl, in fondo, non era che vile metallo, mentre Salâmân era oro puro.
E così le fiamme bruciarono il vile metallo, mentre l’oro restò intatto. Quando l’oro è gettato nella fornace, se si scioglie, vuol dire che è falso, e che non è il metallo nobile che pretende di essere.

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Ma quando Salâmân ebbe appiccato il fuoco al rogo su cui il corpo di Absâl bruciava come erba secca, quando – scomparsa lei – si vide solo, come un corpo senz’anima, levò al cielo lamenti strazianti, e il soffio dei suoi sospiri andò a cercare asilo lassù, nella volta celeste.
A furia di lacerarsi il petto, tale era la sua rabbia che finì per spezzarsi tutte le unghie. Raccolse allora una pietra, quasi volesse su di essa saggiare la moneta della sua fedeltà, e se la batté sul cuore, e quando la polvere di quella pietra ebbe coperto di polvere il suo cuore, ben si vide che la moneta era di buona lega.

Vedendo che le sue mani non potevano più abbracciare l’Amata, le castigò mordendone il dorso, ed esasperato di non poter più accarezzare l’Amata, cominciò a mutilarle dito per dito – perché le sue dita s’erano lasciate sfuggire il gioiello che le adornava.
Non potendo più mirare la bella dalle labbra di zucchero, si masticò le dita quasi fossero steli di canna da zucchero. Furioso di poter toccare con le sue ginocchia le ginocchia della compagna, se li batté e coprì di lividi.

Non c’era notte che non si rifugiasse in un angolo della casa, senza stare a parlare col fantasma della scomparsa.
«Oh, tu – diceva gemendo – tu la cui partenza mi brucia l’anima, tu che avevi attratto i miei sguardi, finché furono vivi, sulla tua bellezza, tu sei stata l’intima della mia anima, Zawadzki-addiola luce dei miei occhi in lacrime. Abitavo nel quartiere del tuo possesso, e mai perdevo di vista la fiamma del tuo splendore. Eravamo rapiti entrambi nella reciproca contemplazione dei nostri tratti, e cento porte s’aprivano alla nostra unione. Bastavamo l’un l’altra: non c’era nessuno che badasse a noi, e noi di nessuno ci davamo pensiero. Per nostra fortuna, la tirannica mano del destino era troppo corta per toccarci, e tutto accadeva secondo il desiderio del nostro cuore. La notte, dormivamo stretti l’uno all’altra. Il giorno, ci sussurravamo i nostri segreti all’orecchio. Nessun intruso veniva a turbare la nostra quiete, nessuno era al corrente della nostra avventura. Oh, magari le fiamme del rogo ti avessero risparmiata bruciando solo me! ma ahimé! tu non sei più, e io sono solo. Come spiegare la mia catastrofe? Oh, povero me! Avesse voluto il cielo che io fossi morto assieme a te, e che con te vagassi sulla via del niente, senza il peso di questo corpo, io e te a gustare la felicità eterna!».

Il Racconto qui dice di quel tale Arabo, non so se ne hai sentito parlare, il quale, ubriaco e mezzo assonnato, una volta viaggiava a dorso di cammello. Sicché, quando il cammello affrettò il passo, quel poveraccio fu disarcionato e cadde dalla sella.
La bestia, alleggerita così del suo peso, poté correre ancora più veloce. Il beduino, invece, che era rimasto sul posto, quando all’alba si risvegliò, non vide più traccia del suo cammello.
«Ahimé – sospirò. – Ho perso la bestia che cavalcavo, e ora sono nei guai. Oh, fosse piaciuto a Dio che anch’io fossi andato disperso assieme al cammello: non avrei, ora, di questi problemi! Andrei ovunque il cammello mi portasse, io e lui per sempre inseparabili. E chiunque mettesse le mani sull’animale che ho perso, ovunque andasse, assieme a lui porterebbe anche me».

(Jâmî, Salâmân e Absâl: estratti)