Giappone – La storia del pescatore Urashima Tarô

C’era una volta nella provincia di Tango, sulle coste del Giappone, nel piccolo villaggio di Mizunoye, un giovane pescatore chiamato Urashima Tarô. Egli era il pescatore più abile del paese, tanto che in un giorno poteva da solo catturare più bonito e tai di quanti ne Urashima-turtlepotessero prendere i suoi compagni in una settimana.
Era un uomo grande e forte, ma, forse proprio per questo, amava molto le creature piccole e deboli, e specialmente gli animali.

Un giorno, mentre tornava a casa dalla pesca, Urashima Tarô vide un gruppo di ragazzi che si agitavano e gridavano sulla riva del mare. Erano talmente eccitati che Urashima Tarô non poté fare a meno di incuriosirsi.
Si avvicinò, e vide che stavano tormentando una tartaruga: prima un ragazzo la tirava da una parte, poi un altro la spingeva dall’altra, mentre un terzo bambino la batteva con un bastone e un quarto colpiva il suo carapace con una pietra.
Era, il loro, un gioco crudele: fingevano di rimetterla in libertà, e quando la tartaruga arrancava faticosamente verso il mare, subito le erano addosso e la rovesciavano sul dorso divertendosi a vederla agitare le zampette all’aria e facendole il solletico sul muso.

«Vergogna! – gridò Urashima Tarô. – Come potete divertirvi a tormentare così quella povera bestia?».
«E tu che c’entri? – risposero i ragazzi, facendo sberleffi. – La tartaruga è nostra. L’abbiamo catturata noi e possiamo farne quello che ci pare».
Urashima Tarô rimase male, ma vedendo che con quei monelli le parole non servivano, si frugò in tasca e vi trovò alcune monete.
«Sentite! – disse allora ai ragazzi. – Volete vendermi la tartaruga? Vi do tutto il denaro che ho: accettate?».
I monelli non se lo fecero dire due volte: presero le monete e corsero al più vicino negozio di dolciumi.

Urashima Tarô raccolse la tartaruga e la portò delicatamente fino al mare, poi la mise nell’acqua dicendo: «Va’, povera bestiolina, e un’altra volta cerca di non farti catturare!».
La tartaruga fece un piccolo cenno di saluto, poi scomparve nella profondità del mare.
Urashima-saves-tortoiseUrashima Tarô la seguì con lo sguardo fin quando poté, poi volse le spalle e tornò a casa. Era rimasto senza soldi e senza cena; infatti il denaro che aveva dato ai monelli avrebbe dovuto servirgli per comprarsi da mangiare; ma era tanto contento per la buona azione compiuta che non sentiva neanche la fame.

Il mattino dopo, come al solito, Urashima Tarô scese in mare con la sua barca e incominciò a pescare. A un tratto gli parve di udire una vocina sottile che lo chiamava per nome: «Urashima Tarô, Urashima Tarô!».
Si guardò intorno sorpreso, ma non vide nessuno. C’erano soltanto i gabbiani e le onde, e sulla riva alcune piante palustri con dei fiori a grappolo.
«Avrò sognato», si disse; e incominciò lentamente a ritirare la rete. Ma ecco che, tra il mormorio delle onde, la vocina si fece udire di nuovo: «Urashima Tarô! Urashima Tarô!».

Questa volta sembrava provenisse dal basso, e il giovane si sporse dalla sua barca e scrutò l’acqua. Vide dapprima disegnarsi un’ombra che saliva dal fondo del mare, poi ecco finalmente affiorare in superficie una grossa tartaruga, che guardò il giovane e chinò la testa in segno di saluto.
«Urashima Tarô – gli disse – non mi riconosci? Io sono la tartaruga che hai comprato ieri per liberarla dai suoi tormentatori, anche a costo di rimanere senza cena. Ho riferito la tua buona azione al potente Drago, il re del mare, ed egli ti è riconoscente quanto me. Vorrebbe averti suo ospite per un po’ di tempo. Monta sulla mia groppa e io ti condurrò al suo palazzo».

Urashima Tarô rimase interdetto. Come avrebbe potuto scendere in fondo al mare senza annegare? Ma la tartaruga, notando la sua perplessità, si affrettò a rassicurarlo: «Sei sotto la protezione del Re del mare e non devi temere di niente. Sali sulla mia groppa e non avere paura!».
Allora Urashima Tarô, incuriosito, ubbidì; scese dalla barca mettendosi a cavallo sul dorso della tartaruga, e subito s’inabissò. Ma non annegò; anzi, l’acqua nemmeno gli bagnò i vestiti.

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Intorno c’era una luce che dava un tocco di magia a tutte le cose: alle alghe e ai coralli, alle meduse iridescenti e ai pesci rossi e rosati, che agitavano le pinne e le code quasi fossero veli di seta.
Urashima Tarô non si stancava di guardare, e intanto la tartaruga scendeva sempre più giù fino a quando non si posò sul fondo, proprio davanti al palazzo del Re del mare.

Il Ryûgû-jô era un palazzo meraviglioso, fabbricato sopra uno scoglio dalle venature di madreperla. Aveva i tetti dalla punta rialzata, ricoperti di maioliche verdi e ornati di conchiglie. Una scalinata di marmo conduceva alla porta d’ingresso.
«Su, entriamo!», disse la tartaruga.
S’incamminò per prima e Urashima Tarô la seguì guardandosi intorno a bocca aperta. Due grossi pesci spada, che sulla soglia facevano la guardia, incrociarono le spade in segno di onore; poi due lunghe file di pesci rossi gli vennero incontro inchinandosi rispettosamente per scortarlo fino alla sala del trono.

Ed ecco, una bella Principessa con le sue vergini serventi gli andò incontro per accoglierlo. Era più bella di qualsiasi fanciulla al mondo e indossava larghi indumenti rossi e verdi come la parte inferiore di un’onda e fili dorati luccicavano attraverso le pieghe del suo abito. I suoi stupendi capelli neri le ricadevano sulle spalle alla maniera Urashima-principessa-colloquiodella figlia di un re antico e, quando parlò, la sua voce risuonò come musica sopra l’acqua.
Urashima, nel guardarla, si perse in tanta meraviglia che non riuscì a dire una sola parola. Poi ricordò che avrebbe dovuto inchinarsi, ma prima che potesse fare una riverenza, la Principessa lo prese per mano e lo condusse in una bella sala, al posto d’onore, dove gli offrì di sedersi.

«Urashima Tarô, è mio grande piacere accoglierti nel regno di mio padre – disse la Principessa. – Ieri hai liberato una tartaruga e ti ringrazio per avermi salvato la vita, perché quella tartaruga ero io. Ora, se lo vorrai, potrai vivere per sempre qui, nella terra dell’eterna giovinezza, dove l’estate non finisce mai, e mai giunge la tristezza. Io sarò la tua sposa, se lo vorrai, e vivremo insieme felici per sempre!».
Nell’ascoltare quelle dolci parole e nel guardare quel bel viso, il cuore di Urashima si colmò di gioia, e mentre tra sé e sé si chiedeva se non fosse tutto un sogno, così le rispose: «Ti ringrazio mille volte per la tua gentile offerta. Non c’è nulla che desidererei di più che rimanere con te in questa bella terra, della quale ho sentito molto parlare, ma che non avevo mai visto fino a oggi».

Mentre stava parlando, apparve una fila di pesci, tutti vestiti con indumenti a strascico, da cerimoniale. Uno a uno, silenziosamente e con passo maestoso, entrarono nella sala portando su piatti di corallo prelibatezze di pesce e alghe, tali che nessuno le potrebbe nemmeno immaginare, e fu dato inizio a una splendida festa dinanzi alla sposa e allo sposo.
La cerimonia nuziale fu celebrata con splendore accecante e nel reame del Re del Mare vi fu grande giubilo. Non appena la giovane coppia ebbe fatto le proprie promesse bevendo dalla coppa matrimoniale, per tre volte, musica fu suonata, canzoni vennero cantate e pesci con scaglie argentate e code dorate uscirono dalle onde e danzarono. Urashima si divertì con tutto il suo cuore. Mai in vita sua aveva partecipato a una festa tanto meravigliosa.

Urashima-principessa-tartarughe

Quando la festa fu finita, la Principessa condusse il novello sposo a visitare le altre meraviglie di quella terra incantata dove giovinezza e gioia andavano mano nella mano, senza che né il tempo né l’età potessero intaccarle.
Se il palazzo, fatto di coralli e adorno di perle, era già tutta una meraviglia, a Urashima, tuttavia, più meraviglioso ancora risultò il giardino delle delizie che lo circondava.
E così, l’una dopo l’altra, ogni giorno una delizia nuova si manifestava al suo sguardo stupito. Ogni giorno c’erano nuove gioie e nuove meraviglie per Urashima, e così grande era la sua felicità che, nel volgere di tre giorni, aveva già dimenticato tutto: la casa, i genitori, il suo paese e soprattutto, incredibile a dirsi!, la bella fanciulla dai capelli neri pettinati con due crisantemi sulle tempie che abitava in una casetta di fronte alla sua, e che di tanto in tanto lo guardava e gli sorrideva.

Al quarto giorno, però, la memoria di colpo gli tornò, e come destandosi da un sogno, disse a se stesso: «O cielo! Non è questa casa mia! La mia vita è altrove. Io vivo presso il mio vecchio padre e la mia vecchia madre. E vivo presso la bella fanciulla dai capelli neri. Devo tornare subito da loro!». E in tutta fretta cominciò a prepararsi per il viaggio.
Poi andò dalla sua bella moglie, la Principessa, e inchinandosi, le disse: «Sono stato molto Urashima-principessa-cofanofelice assieme a te, e tu sei stata più gentile nei miei confronti di quanto qualsiasi parola possa esprimere. Ma ora devo dirti addio, perché ci sono persone in ansia per me».

A udire quelle parole, la Principessa proruppe in un pianto, e tra le lacrime disse: «Dunque, non ti trovi bene qui, Urashima, per volermi lasciare così presto? Perché tanta fretta? Rimani con me solo un altro giorno!».
Ma Urashima fu irremovibile: «Non desidero lasciarti – rispose – ma sento che devo andare a vedere come stanno i miei vecchi genitori. Lasciami andare per un solo giorno e poi ritornerò da te».
«Se è così che vuoi – disse tristemente la Principessa – non c’è niente da fare. Ti rimanderò oggi stesso indietro da tuo padre e tua madre. E invece di tentare di trattenerti con me per un altro giorno, ti darò questo come pegno d’amore. Per favore, portalo con te».

E, così dicendo, gli diede un cofanetto laccato e chiuso con corda e fiocchi di seta rossa. «Questa scatola – soggiunse poi – è la tamate-bako e contiene qualcosa di molto prezioso. Ma, mi raccomando, non devi aprirla, qualsiasi cosa succeda! Se l’aprirai, ti accadrà qualcosa di tremendo! Ora promettimi che non aprirai mai questa scatola».
Urashima promise che non avrebbe mai e per nessuna ragione aperto la scatola, qualsiasi cosa fosse accaduta. Poi, dopo aver detto addio alla Principessa, scese alla spiaggia. Là trovò una grande tartaruga ad attenderlo. Montò velocemente sul suo guscio, e la tartaruga lo riportò sulla spiaggia da cui era partito.

Urashima si guardò attorno, ed ecco, subito, uno strano timore si impadronì di lui: la spiaggia e le colline erano le stesse di sempre, ma nessuna delle persone che incontrava aveva una faccia a lui nota.
Cosa poteva essere successo in quei tre giorni di assenza?
Urashima-tartarugaMentre se lo chiedeva, affrettò il passo verso la sua vecchia casa. Ma anche quella gli parve differente, e tuttavia gridò lo stesso: «Padre, sono tornato!».
Più e più volte lo gridò invano, perché il babbo e la mamma non c’erano più.

Sulla veranda della casa di fronte, richiamata dalle sue grida, si affacciò allora una vecchina dai capelli bianchi.
Urashima Tarô le chiese notizie dei genitori.
«Li conoscevo – ammise la vecchina. – Abitavano qui di fronte e avevano un figlio pescatore. Ma sono morti moltissimi anni fa».
«Come vi chiamate?», chiese Urashima Tarô.
«Fior di Loto».
Era proprio il nome della bella fanciulla dai capelli neri di cui era innamorato! Dunque, tanto tempo era trascorso senza che lui se ne accorgesse, mentre viveva in fondo al mare? Che fare, ora? Tutto turbato Urashima Tarô si diresse verso la spiaggia e incominciò a passeggiare sconsolato.

La cosa era spaventosa, ma forse un rimedio c’era, ed era chiuso nel cofanetto che la Principessa gli aveva raccomandato di non aprire mai.
«Ma che dono è mai questo? – si domandò. – Se non posso goderne, che dono è?».
Girò dunque la chiave d’oro e il coperchio si sollevò. Dal cofanetto uscì un leggero fumo bianco che avvolse Urashima Tarô e poi si dissipò. E quando dileguò, Urashima Tarô si accorse di essere diventato improvvisamente vecchio.

Era coperto di rughe, calvo; dal mento gli scendeva una barba bianca; si appoggiava a un bastone con la mano grinzosa. La Principessa del mare gli aveva fatto il dono dell’eterna giovinezza, e lui se l’era lasciata sfuggire con un alito di fumo. E perché mai? Solo per rivedere, e solo per un istante, che ne era della sua realtà?
Era stato meglio o peggio?
Restò pensieroso a guardare il mare, esso sì, eternamente giovane, su cui i gabbiani volavano con le larghe ali distese…