Lautréamont – Ho sognato d’essere un porco

Gericault-medusa

Mi ero addormentato sulla scogliera. Chi per un’intera giornata ha inseguito lo struzzo attraverso il deserto senza riuscire a raggiungerlo, non ha avuto il tempo di prendere del cibo e di chiudere gli occhi. Se è lui a leggermi, sarà anche capace d’indovinare, a rigore, quale sonno pesò su di me.
Ma quando la tempesta ha spinto verticalmente un vascello, con il palmo della mano, in fondo al mare; se, sulla zattera, dell’intero equipaggio non resta che un uomo, rotto dalle fatiche e dalle privazioni di ogni genere; se il maroso lo sballotta come un relitto, per ore più lunghe della vita dell’uomo; e se una fregata, che solca più tardi quei luoghi desolati con la carena spezzata, scorge lo sventurato che trascina per l’oceano la sua scarna carcassa, e gli reca un soccorso che ha rischiato di essere tardivo, io credo che questo naufrago indovinerà ancora meglio fino a quale punto fu spinto l’assopimento dei miei sensi.

Il magnetismo e il cloroformio, quando se ne danno la pena, sanno talvolta generare simili catalessi letargiche. Esse non hanno alcuna somiglianza con la morte: dirlo sarebbe una grande menzogna.
Ma veniamo subito al sogno, affinché gli impazienti, affamati di simili letture, non si Gericault-mortomettano a ruggire come un banco di capodogli macrocefali che si battono tra loro per una femmina incinta.
Sognavo di essere entrato nel corpo di un porco, e non mi era facile uscirne, e sguazzavo i miei peli nelle paludi più fangose.
Era come una ricompensa?
Oggetto dei miei voti, non facevo più parte dell’umanità!

Per quanto mi riguardava, intesi così l’interpretazione, e ne provai una gioia più che profonda. Tuttavia cercavo attivamente quale atto di virtù avessi compiuto per meritare quest’insigne favore da parte della Provvidenza.
Ora che ho ripassato nella mia memoria le diverse fasi di quello spaventoso appiattimento contro il ventre del granito, durante il quale la marea, senza che me ne accorgessi, passò due volte sopra un miscuglio irriducibile di materia morta e di carne viva, non è forse inutile proclamare che quella degradazione non era probabilmente altro che una punizione realizzata su di me dalla giustizia divina.

Ma chi conosce i propri intimi bisogni o la causa delle proprie gioie pestilenziali? La metamorfosi non sembrò mai altro ai miei occhi che l’alta e magnanima eco di una felicità perfetta, che attendevo da molto tempo. Era finalmente giunto il giorno in cui fui un porco!
Provavo i denti sulla corteccia degli alberi; il grugno, me lo contemplavo con delizia. Non rimaneva più la minima particella di divinità: seppi elevare la mia anima fino all’altezza eccessiva di quell’ineffabile voluttà.

Ascoltatemi dunque, e non arrossite, inesauribili caricature del bello, voi che prendete sul serio il risibile raglio della vostra anima sovranamente spregevole; voi che non capite surreal-porcoperché l’Onnipotente, in un raro momento di buffoneria eccellente, che certamente non supera le grandi leggi generali del grottesco, si sia preso, un giorno, il mirifico piacere di far abitare un pianeta da esseri singolari e microscopici, che si chiamano umani, e la cui materia somiglia a quella del corallo vermiglio.
Certo, avete ragione di arrossire, ossa e grasso; ma ascoltatemi. Non invoco la vostra intelligenza; le fareste vomitare sangue per l’orrore che essa vi testimonia: dimenticatela, e siate coerenti con voi stessi…

A quel punto, più nessuna coercizione. Quando volevo uccidere, uccidevo; ciò, anzi, mi accadeva spesso, e nessuno me lo impediva. Le leggi umane mi perseguitavano ancora con la loro vendetta, anche se non attaccavo la razza che avevo abbandonato così tranquillamente; ma la mia coscienza non mi muoveva alcun rimprovero.
Durante il giorno mi battevo coi miei nuovi simili, e il suolo era disseminato di numerosi strati di sangue coagulato. Ero il più forte, e riportavo tutte le vittorie. Ferite cocenti coprivano il mio corpo; fingevo di non accorgermene. Gli animali terrestri si allontanavano da me, e io rimanevo solo nella mia risplendente grandezza.

Quale non fu il mio stupore quando, attraversato a nuoto un fiume per allontanarmi dalle contrade che la mia rabbia aveva spopolato, e raggiungere altre campagne per impiantarvi le mie usanze di assassinio e carneficina, tentai di camminare su quella riva fiorita.
I miei piedi erano paralizzati; nessun movimento veniva a tradire la verità di quella forzata immobilità. Tra sforzi soprannaturali per continuare il mio cammino, fu allora che mi svegliai e sentii che ridiventavo uomo.

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La Provvidenza mi faceva così capire, in un modo non inspiegabile, di non volere che, neppure in sogno, i miei progetti sublimi si realizzassero. Tornare alla mia forma primitiva fu per me un dolore così grande che durante la notte ne piango ancora.
Le mie lenzuola sono costantemente bagnate, come se fossero state immerse nell’acqua, e ogni giorno le faccio cambiare. Se non ci credete, venite a vedermi; controllerete, per esperienza diretta, non la verosimiglianza ma proprio la verità della mia asserzione.

Quante volte, dopo quella notte passata all’aperto su una scogliera, mi sono mescolato a branchi di porci per riprendere, come di diritto, la mia metamorfosi distrutta!
Ma no, è tempo di abbandonare questi ricordi gloriosi, che non si lasciano dietro altro che la pallida via lattea degli eterni rimpianti.

(Lautréamont, I canti di Maldoror: 4)