Ovidio – Salmacide ed Ermafrodito

State ora a sentire come mai la fonte Salmacide abbia cattiva fama e perché con le sue acque lente snervi e rammollisca le membra di chi vi si bagna. Sono pochi a saperne la causa, mentre a tutti è nota la sua potenza.
Dentro le grotte dell’Ida le Naiadi allevarono un bimbo nato a Mercurio dalla dea Citerea [Venere]. Il suo aspetto era tale che vi si potevano riconoscere i tratti sia della madre che Ermafrodito-Louvredel padre; e anche il suo nome era formato coi loro nomi. Costui, non appena compì quindici anni, lasciò i monti natii, e partito dall’Ida che l’aveva allevato, si divertiva a vagare per luoghi sconosciuti, a vedere fiumi sconosciuti, e la curiosità gli alleggeriva la fatica.

Si recò anche nelle città della Licia, e tra i Cari, vicini alla Licia. Qui vide uno stagno d’acqua così limpida che lasciava intravedere il fondale: non c’erano canne palustri, né alghe sparute né giunchi dalle cime slanciate. L’acqua era trasparente; e tuttavia la riva dello stagno era cinta di zolle fresche e di erbe sempreverdi.
Vi abitava una ninfa, ma non era abile nella caccia, né avvezza a flettere l’arco o a fare gare di corsa: era l’unica naiade che la veloce Diana non conosceva.

Spesso, si racconta, le sue sorelle le dicevano: «Salmacide, su, prendi una lancia o una faretra colorata, e alterna ai tuoi ozi le dure fatiche della caccia!». Ma lei non prendeva né una lancia né una faretra colorata, e ai suoi ozi non alternava le dure fatiche della caccia.
Eccola invece che ora bagna le belle membra nella sua fonte, e passa il tempo a lisciarsi i capelli con un pettine di legno del Citoro e a specchiarsi nelle onde come a volere da loro un consiglio su come meglio acconciarsi; ora avvolgendo il corpo in un diafano velo si stende a giacere su un molle letto di foglie o d’erbe, o anche spesso raccoglie fiori.

Anche quella volta per caso ne raccoglieva, quando vide il fanciullo e al primo sguardo desiderò di possederlo.
Tuttavia, sebbene avesse una gran voglia di farlo, non gli si avvicinò se non dopo essersi messa tutta a posto: si aggiustò da ogni parte il velo, studiò l’espressione del volto e solo quando fu sicura d’apparire bella prese a parlare.
«O fanciullo – disse – degnissimo d’essere preso per un dio! se un dio sei, puoi essere Cupido; se invece sei un mortale, beati coloro che ti hanno messo al mondo, e felice tuo fratello, e fortunata davvero tua sorella, se ne hai una, e la nutrice che ti allattò, ma più e più ancor più beata di tutti la tua sposa, se mai a qualcuna concederai l’onore di sposarla! Se ce l’hai, sia questo un mio furtivo piacere, ma se non ce l’hai, scegli me e andiamo a unirci nello stesso talamo!».

Carracci-Ermafrodito-Salmacide

Qui la Naiade tacque. Il volto del ragazzo arrossì (non sapeva infatti che cosa fosse l’amore), ma anche quel rossore gli donava: il colore era quello dei pomi che pendono da un albero ben esposto al sole o dell’avorio tinto di porpora, o della luna che sotto il suo disco candido rosseggia, quando invano risuonano gli strumenti di bronzo per sventare l’eclissi.
La Naiade non la smetteva più di chiedere baci, almeno di quelli che si danno a una sorella, e già tendeva le mani verso il suo collo eburneo, quando lui: «La vuoi finire? – disse – sennò scappo via da te e da questo luogo!».

Salmacide si spaventò e rispose: «Te lo lascio libero questo posto, straniero» e, voltate le spalle, finse di andarsene e, volgendosi di quando in quando dietro a guardarlo, s’inoltrò nella macchia e s’appiattò tra i cespugli, in ginocchio.
Ed ecco che lui, credendosi ora solo e inosservato, gira di qua e di là per il prato vuoto, e si bagna le piante dei piedi fino al tallone nelle onde che gli vanno incontro giocose, e Navez-Salmacide-Ermafroditopresto, attirato dal tepore e dalle carezze dell’acqua, si sfila la morbida veste dal tenero corpo.

Quale fu allora lo stupore di Salmacide, e come ardeva dal desiderio di quella nuda bellezza! Finanche gli occhi avvampavano alla Naiade: pareva né più né meno Febo riflesso in un’immagine allo specchio in tutto lo splendore del suo disco. Si faceva sempre più impaziente, a stento sopportava di rinviare il godimento, ormai smaniava d’abbracciarlo, ormai fuori di sé a malapena riusciva a trattenersi.
Lui, intanto, dandosi dei colpetti sul corpo con la cavità delle mani, si tuffò agile nelle acque e, mentre alternava le bracciate, traspariva attraverso le limpide acque, come se uno coprisse una statua d’avorio o dei candidi gigli con una lastra di lucido vetro.

«Evviva! è mio!», esclama la Naiade e, gettata via ogni veste, si slancia in mezzo alle acque, e afferra il ragazzo che si ribella, gli carpisce a forza dei baci, gli infila sotto le mani e gli tocca il petto sebbene lui non voglia, e gli si avvolge intorno ora di qua ora di là.
Alla fine, per quanto lui si sforzi e cerchi di sfuggirle, gli s’avvinghia come un serpente che, dopo averlo catturato, un’aquila reale solleva e rapisce con sé in cielo: mentre sta appeso, quello le stringe il collo e le zampe, e le si annoda con la coda attorno alle ali spiegate; o come l’edera che fascia gli alti tronchi, o come il polpo che, sorpreso un nemico sott’acqua, lo trattiene allungando i tentacoli da ogni parte.

Il pronipote di Atlante si ostina a negare alla ninfa la gioia sperata, ma quella non molla la presa e, premendolo con tutto il corpo, aggrappata com’è, dice: «Dibattiti pure, maligno: tanto non mi sfuggirai! E voi, o dèi, vogliate che sia così, e che mai venga il Ermafrodito-Romagiorno che lui si stacchi da me e io da lui!».
La sua preghiera trova ascolto presso gli dèi: infatti i corpi dei due si mescolano e si fondono, fino ad amalgamarsi in una sola figura. Come quando si rivestono due rami con un pezzo di corteccia, col tempo li si vede intrecciarsi e crescere insieme – così, una volta unitesi le membra in un tenace abbraccio, non sono più due, ma una forma duplice, e non si può più dire se sia femmina o ragazzo, perché non sembra nessuno dei due e, insieme, sembra l’uno e l’altro.

Allora Ermafrodito, appena vede che le limpide acque in cui s’era bagnato uomo lo hanno reso maschio a metà e che, a contatto con esse, le sue membra si sono fatte più molli, tendendo le mani e con una voce ormai non più virile, dice: «Padre mio e madre mia, a questo vostro figlio che porta il nome di entrambi concedete almeno questo: che qualunque uomo venga a questa fonte, ne esca mezzo maschio, e diventi molle solo a toccarne le onde!».
Commossi dalle parole del figlio biforme, i genitori esaudirono il desiderio, versando nella fonte un filtro contaminoso.

(Ovidio, Metamorfosi, 4: 285-388)