Bretagna – Ginevra e Lancillotto si baciano

La regina Ginevra era la donna più bella che sia mai esistita, all’infuori di Elena senza Pari e della figlia di re Pelles.
Era alta, diritta e ben fatta, né grassa né magra, ma una via di mezzo, e i bei seni minuti, bianchi, vicini, sollevavano l’abito come piccoli pomi sodi; la vita stretta, i fianchi Ginevra-tronoabbastanza larghi per sopportar meglio il gioco del letto, le braccia rotonde, lunghe e piene, le dita allungate e le mani piccole, insomma sì avvenente nel corpo e nelle membra che non vi si trovava niente da riprovare.
I capelli, biondi e lucenti come una coppa d’oro, erano un po’ ricci, il che le stava bene, e le trecce, grosse come un pugno, le ricadevano fino alle anche.

Aveva gli occhi verdi e brillanti come quelli d’un falco di montagna, le sopracciglia brune e ben distanziate, la carne più bianca d’una sirena o d’una fata, più tenera del fiore di maggio, più fresca della neve che cade.
La fronte era liscia quanto il cristallo, le labbra vermiglie come la rosa e un po’ carnose per baciar bene, i denti chiari, ridenti, fatti col compasso; in breve, aveva l’aria d’un angelo disceso da una nube.
Ma tanto era bella, altrettanto era saggia, sciolta nella parola, cortese, indulgente e valente, di modo che non si poteva vederla senza amarla.

Passarono quattro giorni, durante i quali ella non cessò di pregare Galeotto di affrettare l’incontro: ché ben sospettava che il cavaliere nero non fosse tanto lontano quanto si diceva.
Infine, il quinto giorno, mentre gli chiedeva quali fossero le notizie: «Abbastanza belle, signora – egli disse. – Il fiore dei cavalieri è arrivato».
«Ah, come fare per vederlo in segreto? Non voglio che altri lo vedano prima di me».
«In nome di Dio, è quello che anch’egli non vuole! Ma ecco quel che faremo».

Galeotto-Ginevra-damigelle

Tutta la giornata conversò per ingannare il tempo. Infine, venuta la sera, prese la mano di Galeotto, mandò a chiamare la dama di Malehaut, Laura di Carduel e un’altra delle sue damigelle perché la seguissero, e se n’andò con loro, attraverso i prati, al luogo dell’appuntamento.
Mentre camminava, Galeotto chiamò uno scudiero che passava di lì, e gli ordinò d’andare a dire al siniscalco che venisse immediatamente al prato degli arboscelli.
«Come? – fece la regina stupita. – È il vostro siniscalco?».
«No di certo, signora; ma il mio siniscalco ha l’ordine di condurlo con sé».

Galeotto e la regina si sedettero sotto gli alberi, alquanto lontani dalle damigelle, un po’ sorprese di vedersi così tenute a distanza.
Intanto, il siniscalco e il suo compagno passavano il guado e se ne venivano attraverso la pianura.
Lancillotto era così bello che non se ne sarebbe trovato uno uguale in tutto il paese. Non appena scorse il suo antico prigioniero, la dama di Malehaut se lo ricordò molto bene; ma, per non essere riconosciuta, abbassò il capo e si avvicinò a Ginevra, mentre egli salutava passando.

Quando Lancillotto arrivò davanti alla regina insieme col compagno, tremava sì forte che riuscì a fatica a mettere il ginocchio a terra; aveva perso tutto il suo colore e abbassava gli occhi come colui che ha vergogna.
Lancillotto-Ginevra-ginocchioE Galeotto, che se ne accorse, disse al siniscalco: «Andate a far compagnia a quelle damigelle che sono troppo sole».
E non appena il siniscalco si fu allontanato, la regina prese per mano il cavaliere inginocchiato, lo fece alzare e sedere davanti a sé: «Signore – gli disse sorridendo – via abbiamo molto desiderato; infine, per grazia di Dio e di Galeotto, vi possiamo vedere! Non sono ancora del tutto sicura che voi siate colui di cui ho chiesto; Galeotto me l’ha detto, ma, se così fosse la vostra volontà, vorrei sentirlo dalla vostra bocca. Chi siete?».

Lancillotto, che non osava ancora guardarla in viso, mormorò che non ne sapeva nulla. Allora, vedendo che il suo turbamento persisteva, Galeotto pensò che sarebbero stati più a loro agio da solo a sola; e con voce abbastanza alta perché le damigelle lo sentissero: «Sono ben scortese – esclamò – a lasciare quelle dame in compagnia d’un solo cavaliere!».
E, a sua volta, andò a sedersi accanto a loro e si mise a chiacchierare di diverse cose.

«Bello e dolce signore – diceva intanto la regina – perché vi nascondete a me? Potete ben confessare se avevate armi nere e se siete colui che vinse il primo e il secondo giorno».
«Signora, non son io».
Ma ella comprese quel che voleva dire: cioè che non aveva vinto, ed ella lo apprezzò di più per la sua modestia.
«Chi dunque vi ha fatto cavaliere?».
«Signora, foste voi».
«Io?».

Allora le disse come la Dama del Lago l’avesse condotto a corte vestito d’un abito bianco e come, valletto il venerdì, fosse stato investito cavaliere la domenica; ma il re non gli Ginevra-Lancillotto-investitura-spadaaveva cinto la spada, ed era da lei che egli l’aveva avuta: dunque era suo cavaliere.
Poi raccontò tutto quello che aveva fatto da quel momento, e quando ella seppe che era lui che aveva conquistato la Dolorosa Guardia: «Ah! – esclamò. – So bene chi siete: siete Lancillotto del Lago, figlio di re Ban di Benoic!».
Egli si tacque.

«Ma ditemi – ella riprese – per chi avete fatto tutto questo! Non lo riporterò ad alcuno. È certamente per una dama. Per la fede che mi dovete, chi è?».
«Ah! signora, vedo che devo confessarlo: siete voi».
«Eppure non è per me che il primo giorno del torneo rompeste le due lance che vi furono portate dalle dame, ché io m’era tenuta fuori del messaggio».
«Feci per loro quel che dovevo: per voi quel che potevo».
«Mi amate dunque tanto?».
«Signora, non amo me stesso né altri quanto amo voi».
«E da quando mi amate?».
«Dall’istante in cui vi vidi».
«Ma da dove vi venne quest’amore?».

In quel momento, la dama di Malehaut tossì e scostò il velo. Lancillotto ne riconobbe la voce, poi il volto, e all’improvviso provò tanta inquietudine che gli occhi gli s’inumidirono dal turbamento.
La regina, sorpresa, s’accorse che egli osservava le damigelle; ma ripeté la domanda senza far mostra d’aver visto nulla.
E, riprendendo la padronanza di sé per parlare, egli rispose: «Signora, foste voi a fare di me il vostro amico, se la vostra bocca non mentì. Il giorno che presi congedo da voi, vi dissi che sarei stato vostro cavaliere ovunque io fossi, e voi mi rispondeste che lo volevate. E io vi dissi ancora: “Addio, signora!” e voi replicaste: “Addio, bello e dolce amico!”. Mai più quella parola mi è uscita dal cuore. È quella che mi farà diventare valentuomo, se mai lo sarò. Mi ha salvato da ogni male. Mi ha preservato da tutti i pericoli. Mi ha sfamato quando avevo fame. Mi ha reso ricco nella mia povertà».

Lancillotto-Ginevra-trafitti-spada

«In fede mia, sia benedetto Iddio che me l’ha fatta dire! Ma io non le davo tanta importanza, e senza pensarvi l’ho detta a più di un cavaliere. Se vi ha reso valentuomo, è perché non avete certo il cuore di un villano. Eppure, quei cavalieri che, presso le dame, danno gran peso a cose che in fondo hanno ben poco a cuore, non sono affatto abituati a pensare in modo sì nobile. E ho visto bene, un momento fa, che voi amate una mia damigella, ché avete pianto d’angoscia, e ancor adesso non osate guardare francamente dalla loro parte. Vedo da ciò che il vostro pensiero non m’appartiene quanto dite. Chi è la damigella?».

«Ah! signora, in nome di Dio! che Dio mi aiuti! Mai alcuna di esse ebbe il mio cuore in proprio potere».
«Ho visto quel che ho visto. Il vostro cuore è laggiù, benché il vostro corpo sia qui».
Diceva questo per tormentarlo, ché ben sentiva d’esser colei che egli amava d’amore. Ma Lancillotto fu così turbato di sentirla parlare in tal modo, che sarebbe svenuto, se la paura d’essere scorto dalle damigelle non l’avesse trattenuto.

Lancillotto-Ginevra-bacioVedendolo mutare di colore, la regina l’afferrò per le spalle per impedirgli di cadere, e chiamò Galeotto.
Costui venne di corsa e, quando ella gli ebbe raccontato quanto era accaduto: «Ah! signora – disse. – Con simili crudeltà potreste portarmelo via!».
«Ma egli pretende d’aver fatto per me tante gesta d’armi: è vero?».
«Potete ben crederlo: come ha il cuore più prode, ha anche il cuore più schietto del mondo. Per l’amor di Dio, abbiate pietà di lui, che vi ama più di se stesso!».

«Ma che posso fare? Non mi chiede nulla».
«Signora, non osa: si trema quando si ama. Vi prego dunque in nome suo di concedergli il vostro amore, di prenderlo per vostro cavaliere e di diventare per sempre la sua dama; così lo renderete più ricco che se gli donaste il mondo. E davanti a me sigillate la vostra promessa con un bacio, in segno di vero amore».
«Glielo darei volentieri quanto egli lo riceverebbe; ma non è né l’ora né il luogo. Le mie damigelle devono essere stupite di quanto già è accaduto, e certo ci vedrebbero».

Lancillotto era sì felice e commosso, che non poté rispondere altro che: «Ah! signora, vi rendo grazie».
Ma Galeotto soggiunse: «Passeggiamo tutt’e tre come se chiacchierassimo».
«Non me ne farò pregare», disse la regina.
Allora s’allontanarono insieme, fingendo di conversare. E la regina, vedendo che Lancillotto non osava fare alcunché, lo prese per il mento e, davanti a Galeotto, lo baciò alquanto a lungo. Tanto che la dama di Malehaut la vide.

Lancillotto-Ginevra-prato-arboscelli

«Bello e dolce amico – disse la regina. – Sono vostra e ne ho grande gioia. Ma vegliate affinché la cosa resti segreta, ché io sono una delle dame di cui più si è detto bene e, se la mia reputazione si perdesse, il nostro amore ne sarebbe svilito. E voi, Galeotto, ricordate che se me ne venisse male, sarebbe colpa vostra, come, se ne avrò bene e felicità, sarà grazie a voi».
«Signora, vorrei rivolgervi una preghiera: concedetemi la sua amicizia».
Allora la regina prese Lancillotto per la mano destra: «Galeotto – disse – vi dono per sempre Lancillotto del Lago, figlio di re Ban di Benoic».
E quando Galeotto conobbe il nome dell’amico, ne ebbe gran gioia, ché ben sapeva che re Ban era stato uno dei migliori gentiluomini del mondo.

Era caduta la notte, ma il tempo era chiaro e sereno, e la bella luna risplendeva sui prati. Lancillotto e Galeotto accompagnarono la regina fino al suo padiglione; dietro di loro venivano il siniscalco e le dame.
Là giunti, i cavalieri presero congedo, e i due amici andarono a dormire nello stesso letto, dove per tutta la notte discorsero di quanto stava loro a cuore.

Intanto, la regina fantasticava a una finestra. La dama di Malehaut, vedendola da sola, le si avvicinò con gran dolcezza: «Ah! – mormorò. – Bella è la compagnia a quattro!».
dama-Malehaut«Cosa volete dire?».
«Madama, ho forse parlato più di quanto convenisse. Non bisogna prendersi con la propria signora e col proprio signore più libertà di quanta ne concedano, per tema di farsi odiare».
«Per l’amor di Dio, vi conosco come troppo saggia e troppo cortese per dire cosa che sia tale da farvi odiare. Parlate, lo voglio e ve ne faccio preghiera».

«Signora, ho visto come siete stata in confidenza col cavaliere. Non potreste affidar meglio il vostro cuore, ché siete colei che egli ama di più al mondo. L’ho tenuto a lungo prigioniero; le armi vermiglie, le armi nere, sono stata io a dargliele. L’altro ieri, quando lo vidi pensoso sulla riva del fiume, indovinai che egli vi amava. Per un istante, avevo creduto di poter ottenere il suo cuore … ahimé, mi disingannò ben presto».
E raccontò come avesse tenuto Lancillotto nella prigione per un anno e mezzo, e tutto quello che era accaduto finché egli ne era uscito.

«Ma – riprese la regina – perché dite che val meglio la compagnia a quattro che a tre? Una cosa resta più nascosta quando si è solo in tre a conoscerla».
«Signora, presto Galeotto e l’amico suo partiranno, m ovunque si troveranno potranno parlare di voi. Voi resterete, e se non osate svelare ad alcuno il vostro pensiero, ne portereste da sola tutto il fardello. Se vi piacesse che io fossi la quarta nel vostro segreto, potreste parlarmi di lui».
«Bell’amica, lo sarete. Ma sappiate che non potrò mai più fare a meno di voi, ché, quando amo, nessuna ama più di me».

Allora rivelò alla dama di Malehaut che il cavaliere nero si chiamava Lancillotto del Lago, ed ebbe cura di raccontarle come egli avesse pianto guardandola.
Poi volle a tutti i costi che la nuova amica dividesse il proprio letto e, quando furono coricate, le chiese se avesse un amore in alcun luogo. L’altra, pensando a Lancillotto, rispose che non aveva mai amato che una sola volta, e solo col pensiero.
Allora la regina decise che l’avrebbe legata a Galeotto.

(Gli amori di Lancillotto del Lago: 30-31)