Le mille e una notte – Il giovane che maltrattava la cavalla

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Il Califfo e il suo Visir stavano per rientrare a palazzo quando, passando per una piazza, la loro attenzione fu attratta dal clamore di un gran numero di spettatori che guardavano un giovane ben vestito, salito sopra una cavalla bianca che spingeva a tutta briglia intorno alla piazza e che maltrattava crudelmente.
Mentre continuavano a camminare, il Califfo disse al gran Visir di tenere bene a mente quella piazza, e di non mancare di fargli venire il giorno appresso quel giovane a palazzo.

E quando l’indomani il giovane fu introdotto al suo cospetto, il Califfo gli chiese per prima cosa il suo nome.
Il giovane gli disse di chiamarsi Sidi-Nouman.
«Sidi-Nouman – gli disse allora il Califfo – ho visto allevare cavalli, e ne ho allevati io stesso: ma non ne ho visto trattare nessuno in modo così barbaro come tu trattavi la tua giumenta in piena piazza, a grande scandalo degli spettatori che ne mormoravano altamente. Poiché ho saputo che non è la prima volta che fai tale cattivo trattamento alla tua giumenta, io voglio sapere quale ne è la cagione».

Sidi-Nouman, incominciò a parlare così: «Commendatore dei credenti, la prima volta che vidi la mia consorte a viso scoperto, dopo che l’ebbero condotta in casa mia con le iranian-womancerimonie ordinarie, fui lieto di non essere stato ingannato circa la sua bellezza: la trovai di mio gradimento ed ella mi piacque. Il giorno dopo le nostre nozze ci venne servito un pranzo di più vivande. Io mi posi a tavola, e come non vidi la mia consorte, la feci chiamare.

«Dopo avermi fatto a lungo aspettare, ella giunse finalmente. Io dissimulai la mia impazienza, e ci mettemmo a tavola, cominciando dal riso che presi con un cucchiaio, siccome è costume. Mia moglie al contrario, invece di servirsi col cucchiaio come fanno tutti, trasse da un astuccio una specie di stuzzica-orecchie, col quale cominciò a prendere il riso ed a portarlo alla bocca grano per grano.
Sorpreso da simile maniera di mangiare, le dissi: “Amina (poiché questo era il suo nome), avete imparato nella vostra famiglia a mangiare il riso in tal maniera?”.

«Il tono affabile con cui le facevo tali rimostranze mi pareva che la spingesse a sentirsi in obbligo di darmi una qualche risposta: e invece, senza dirmi una sola parola, continuò sempre a mangiare allo stesso modo, e quasi per farmi più dispetto, non mangiò più il riso che di tanto in tanto, e invece di mangiare degli altri cibi con me, si accontentò di portare alla sua bocca di quando in quando solo delle briciole di pane.
La sera a cena fu la stessa cosa. L’indomani, e tutte le altre volte che da quel giorno mangiammo insieme, ella si comportò alla stessa maniera. Da parte mia, mi decisi a dissimulare e fingere di non badare alle sue azioni, nella speranza che col tempo ella s’abituasse a vivere com’io desideravo: ma la mia speranza era vana, ed io non stetti lungo tempo ad esserne convinto.

«Una notte Amina, credendomi addormentato, si alzò pian piano e, come potei spiare, prese a vestirsi con grandi precauzioni per non far rumore, temendo di svegliarmi. Terminato che ebbe di vestirsi, un momento dopo uscì dalla camera senza fare il minimo rumore.
Appena fu uscita, io m’alzai gettando la mia veste sulle spalle, ed ebbi tempo di scorgere, per una finestra che sporgeva nel cortile, ch’essa apriva la porta di strada ed usciva.

«Corsi immediatamente alla porta da essa lasciata semiaperta, e col favore del chiaro di luna la seguii finché la vidi entrare in un cimitero vicino alla nostra casa. Allora, protetto notte-stregadall’ombra d’un muro, vidi Amina con una gula.
La Maestà vostra non ignora che le gule dell’uno e dell’altro sesso sono demoni erranti nella campagna. Essi abitano ordinariamente gli edifici in rovina, donde si gettano all’improvviso sui viandanti, che uccidono e di cui mangiano la carne. In mancanza di viandanti, vanno la notte nei cimiteri a pascersi della carne de’ morti che dissotterrano.

«Io fui spaventevolmente sorpreso quando vidi mia moglie con quella gula. Esse dissotterrarono un morto che era stato seppellito quello stesso giorno, e la gula tagliò dei pezzi di carne a più riprese, che poi mangiarono insieme sedute sulla sponda della fossa.
Quand’esse ebbero terminato quell’orribile pasto, gettarono il rimanente del cadavere nella fossa, che colmarono della terra che avevano tolta. Io le lasciai fare e ritornai sollecitamente a casa.

«Entrando lasciai la porta semiaperta come l’avevo trovata, e dopo esser rientrato nella mia camera, mi coricai di nuovo fingendo di dormire. Amina rientrò poco tempo dopo senza far rumore, e spogliatasi si coricò anch’ella.
Con lo spirito invaso dall’idea d’una azione così barbara e abominevole come quella di cui ero stato testimone, con la ripugnanza che avevo di vedermi coricato accanto a colei che l’aveva commessa, stetti a lungo sveglio prima di riaddormentarmi. Nondimeno dormii, ma d’un sonno così leggero, che la prima voce che si fece udire per chiamare alla preghiera pubblica dello spuntar del giorno, mi destò, ed alzatomi, andai alla moschea.

«Dopo la preghiera uscii dalla città, e passai la mattina a passeggiare nei giardini ed a pensare al partito che avrei preso per obbligare la mia donna a cangiar vita. Immerso in questi pensieri, giunsi a casa mia ove rientrai all’ora del pranzo.
Appena Amina mi vide, fece servire e ci mettemmo a tavola. Siccome notai che ella persisteva sempre a non mangiare il riso se non grano per grano, così le dissi con tutta la moderazione possibile: “Amina, ditemi, ve ne scongiuro, se le vivande che ci sono servite non valgono meglio della carne dei morti?”.

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«Ebbi appena pronunciato queste ultime parole, che Amina prese un vaso d’acqua che si trovava a lei vicino, v’immerse le sue dita mormorando tra i suoi denti alcune parole che non compresi, e gettandomi dell’acqua in viso, mi disse in tono furioso: “Sciagurato, ricevi la punizione della tua curiosità e divieni cane!”.
Appena Amina ebbe pronunziate queste diaboliche parole, mi vidi mutato in cane. La meraviglia e la sorpresa cagionatami da un mutamento sì subitaneo e sì poco aspettato, m’impedirono, lì sull’istante, di salvarmi, il che le dette tempo di prendere un bastone per maltrattarmi. Difatti ella mi appioppò sì forti colpi, che non so come non restassi morto sul posto.

«Stanca finalmente di battermi e di perseguitarmi, e disperata di non avermi accoppato, come desiderava, escogitò un nuovo mezzo di farlo.
Ella aprì a metà la porta di strada con l’intenzione di schiacciarmi quando l’avessi passata per fuggire; ma il pericolo dà spesso animo per conservare la vita; osservai i suoi movimenti, ingannai la sua vigilanza, e con un balzo uscii dalla porta salvandomi la vita ed eludendo la sua malvagità.

«Corsi allora a rifugiarmi nella bottega di un fornaio. Il quale fornaio stava facendo colazione, e quantunque non avessi dato alcun segno d’aver bisogno di mangiare, mi gettò un pezzo di pane. Prima di slanciarmi su di esso con avidità come fanno gli altri fornaiocani, lo guardai facendogli segno col capo e muovendo la coda per dimostrargli la mia riconoscenza.
Egli mi seppe buon grado di quella specie di cortesia e sorrise. Non avevo bisogno di mangiare; pur nondimeno per fargli piacere presi il pezzo di pane e lo ingoiai con molta gioia.

«Egli notò tutto, ed ebbe la bontà di sopportare la mia presenza vicino alla sua bottega. Io vi restai accucciato e rivolto dalla parte della strada per fargli intendere che da quel momento non gli chiedevo se non la sua protezione.
Io vi fui sempre ben trattato, ed egli non faceva colazione, non pranzava, non cenava senza ch’io non avessi la mia parte.
In tutto questo ero ancor più soddisfatto, in quanto mi ero accorto che la mia attenzione gli piaceva e che spesso, quando aveva in mente di uscire e io non ero attento, mi chiamava col nome di Rossastro, che mi aveva imposto egli stesso.

«Era già molto tempo che stavo in quella casa quando un giorno una donna venne a comprar del pane e nel pagarlo al mio ospite gli diede una moneta d’argento falsa con altre buone. Il fornaio, che si accorse della moneta falsa, la rese alla donna, e gliene domandò un’altra in cambio.
La donna ricusò di riprenderla e pretese che non fosse falsa. Il mio ospite però sostenne il contrario, e nella sua disputa: “La moneta – disse egli alla donna – è sì visibilmente falsa che son sicuro che il mio cane non si ingannerebbe. Vieni qua Rossastro!”, disse poi chiamando me.

«Alla sua voce io saltai leggermente sul banco, e il fornaio gettandomi le monete d’argento mi disse: “Vedi, non è vero che fra queste v’è una moneta falsa?”.
Io guardai tutte quelle monete, e mettendo la zampa sulla falsa, la separai dalle altre, http://www.metmuseum.org/art/collection/search/453673guardando il padrone come per dimostrarglielo.
Il fornaio, che si era attenuto al mio giudizio se non per una specie di scherzo per divertirsi, fu estremamente sorpreso nel vedere che io avevo sì bene saputo trovarla senza esitare. La donna, convinta della falsità della sua moneta, non ebbe che ridire, e fu obbligata a darne un’altra buona invece di quella.

«Appena essa fu partita, il mio padrone chiamò i suoi vicini cui narrò la mia capacità. La fama dunque della mia abilità a distinguere la falsa moneta si diffuse in poco tempo non solo nelle vicinanze, ma anche in tutto il quartiere e per tutta la città.
Sicché, ero sempre indaffarato per tutta la giornata. Bisognava contentare tutti quelli che venivano a comprar del pane e dar loro prova della mia abilità.
Ciò durò lungo tempo, ed il mio padrone non poté fare a meno di confessare ai suoi amici che io gli valevo un tesoro. Questa mia abilità però non mancò di attirargli degli invidiosi. Mi si tesero degli agguati per rapirmi, ed egli fu costretto a custodirmi con molta cura.

«Un giorno una donna, attirata da questa novità, venne a comprar del pane come gli altri. Il mio posto abituale era allora sul banco; ella vi gettò sei monete d’argento innanzi a me, tra le quali ve ne era una falsa. Io la scelsi dalle altre, e mettendovi la zampa sopra la guardai come per domandarle se era quella.
“Sì – mi disse quella donna guardandomi stupita – questa è la falsa, non ti sei ingannato!”.
Ella pagò il pane che era venuta a comperare, e quando andò per ritirarsi, mi fece segno di seguirla all’insaputa del fornaio. Allora, vedendo che il fornaio era occupato a pulire il forno per cuocere del pane, e che non badava a me, saltai abbasso dal banco e seguii quella donna.

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«Dopo aver fatto un buon tratto di cammino, essa giunse alla sua casa, ne aprì la porta, e quando fu entrata, tenendo la porta aperta: “Entra, entra – mi disse – non ti pentirai di avermi seguita!”.
Quando fui entrato ed ella ebbe chiusa la porta, vidi una damigella d’una grande bellezza intenta a ricamare. Era la figliuola della donna caritatevole che mi aveva condotto con sé, abile ed esperta nell’arte magica, come ben presto conobbi.
“Figliuola mia – le disse la madre – io vi conduco il famoso cane del fornaio, che sa così bene distinguere la falsa moneta dalla buona. Voi sapete che ve ne ho detto il mio pensiero dal primo momento che se ne è sparsa la voce, manifestandovi che poteva ben essere un uomo mutato in cane per qualche malvagità. Mi sono ingannata nella mia congettura”.
“Voi non vi siete ingannata, madre mia – rispose la giovinetta – e ve lo faccio vedere subito”.

«La damigella si alzò, prese un vaso pieno di acqua in cui immerse la mano, e gettandomi dell’acqua sopra, mi disse: “Se tu sei nato cane, cane resta; ma se sei nato uomo, riprendi la forma d’uomo in virtù di quest’acqua”.
Tosto fu rotto l’incantesimo e, io perduta la figura di cane, mi vidi uomo come prima.
Penetrato dalla grandezza del beneficio, mi gettai ai piedi della damigella, e dopo averle iranian-beautybaciato il lembo della veste: “Mia cara liberatrice – le dissi – io sento sì vivamente l’eccesso della vostra bontà senza pari verso uno sconosciuto qual io sono, che vi supplico di dirmi ciò che posso fare per compensarvene degnamente”.

«E dopo averle raccontato chi ero, le feci la narrazione del mio matrimonio con Amina.
“Sidi-Nouman – mi disse la figliuola – non parliamo dell’obbligazione che dite d’avermi. Il solo sapere di aver reso servigio a un uomo onesto quale voi siete, vale per me come qualunque riconoscenza. Quanto ho fatto per voi non basta, ma voglio terminare ciò che ho cominciato. Trattenetevi un momento con mia madre che or ora ritorno”.

«Poco dopo essa rientrò con una piccola bottiglia, dicendomi: “Sidi-Nouman, i miei libri che ho consultati dicono che Amina presentemente non è in casa vostra, ma che deve subito ritornarvi. Mi dicono altresì che la dissimulatrice finge, innanzi ai vostri domestici, d’essere in una grande inquietudine per la vostra assenza, dando loro a credere che mentre pranzavate, vi siete ricordato di un affare che v’ha obbligato ad uscire senza por tempo in mezzo: che uscendo voi avete lasciata la porta aperta, e che un cane essendo entrato e venuto fin nella sala da pranzo, essa l’aveva cacciato. Ritornate dunque in casa vostra senza perder tempo, con la piccola bottiglia che vedete e che affido alle vostre mani. Quando vi sarà aperto, aspettate nella vostra camera che Amina rientri; essa non vi farà aspettar a lungo. Appena sarà rientrata, discendete nel cortile e presentatevi faccia a faccia a lei. Nella sorpresa in cui sarà di vedervi, contro la sua aspettativa, vi volgerà le spalle per prendere la fuga. Allora gettatele sopra dell’acqua di questa bottiglia, pronunziando arditamente queste parole: Ricevi il castigo della tua malvagità! E ne vedrete l’effetto”.

«Le cose accaddero come la giovane Maga m’aveva detto.
Amina non istette lungo tempo a ritornare, e siccom’ella s’avanzava, io mi presentai a lei con l’acqua in mano pronto a gettargliela sopra. Ella diede in un gran grido, ed essendosi rivolta per uscir fuori della porta, le gettai addosso l’acqua, pronunziando le parole che la giovane Maga m’aveva insegnato; all’istante essa fu mutata in una cavalla, che è quella che la Maestà Vostra vide ieri in piazza».

Quando il Califfo vide che Sidi-Nouman non aveva più nulla da dire, gli disse: «La tua storia è singolare, e la malvagità di tua moglie non è punto scusabile. Però non condanno assolutamente il castigo che le hai fatto provare fino ad ora, ma voglio che tu consideri quanto il supplizio è grande nel vedersi ridotta al grado delle bestie, e spero che tu ti contenterai di lasciarle far penitenza in questo stato».

(Le mille e una notte)