Bretagna – Lancillotto alla conquista della Dolorosa Guardia

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Il bianco cavaliere e i suoi scudieri ricevettero buona accoglienza nella casa di un borghese cui si rivolsero, e che era meravigliosamente fornita di quel che conviene ai cavalieri erranti. Mentre i valletti ponevano i cofani nel guardaroba e i cavalli nella stalla, l’ospite chiamò la figlia, e la pulzella condusse il bianco cavaliere in una camera dove, con l’aiuto di sua madre, lo disarmò, gli lavò il viso e il collo, e l’asciugò con una bianca salvietta ben lavorata.
Poi egli si abbigliò d’un abito molto ricco, che uno degli scudieri gli recò; dopo di che, la pulzella lo prese per mano e lo condusse nella sala.

Vi era seduta una damigella magnificamente adorna e, alla luce dei ceri che illuminavano la stanza, il cavaliere riconobbe Saraide, una delle pulzelle della Dama del Lago.
«Ah! bella e dolce damigella, siate tra tutte la benvenuta! Come sta la mia buona Dama?».
«Molto bene», rispose ella.
E, traendolo da parte: «Mi ha invitato a dirvi – aggiunse – che domani conoscerete il vostro nome e quelli di vostro padre e di vostra madre. Alla sommità di questo borgo s’innalza un castello fiero e orgoglioso che viene chiamato la Dolorosa Guardia, perché alcun cavaliere errante vi si è mai presentato che non sia stato ucciso o imprigionato. E Saraidequel fuoco arde tutte le notti per attirarne, ché le genti di qui sperano arrivi infine colui che porterà a buon termine l’avventura e li libererà. La fortezza ha due cinte di mura, ciascuna interrotta da una porta difesa da dieci cavalieri e, per avere successo, dovrete vincerli tutti, e non sempre uno alla volta, poiché, quando uno di essi si sente stanco, ne può chiamare altri alla riscossa. Ma questi scudi sono vostri».

Così dicendo, gli mostrò tre scudi appoggiati al muro, tutti dipinti d’argento, uno con una banda vermiglia, l’altro a due bande, il terzo a tre.
«Il primo – continuò – aggiunge la forza d’un uomo a quella di colui che lo porta. Il secondo, la forza di due uomini. Il terzo, quello dalla tripla banda, la forza di tre uomini. Certamente domani ne avrete bisogno. E, comunque, ricordatevi che non dovete far sapere ad alcuno il vostro nome prima che le vostre imprese vi abbiano fatto conoscere in diverse contrade».

Così parlò la damigella; dopo di che, tutti si sedettero a desinare e furono ben serviti di quel che s’addice al corpo.
E, mentre il bianco cavaliere dormiva in un letto molto alto e ricco, tutti, nel borgo, pregarono per il suo successo, tanto ci si augurava di veder infranti gli incantamenti e i cattivi costumi del castello.

Al mattino, quando Dio fece levare il sole, il bianco cavaliere si fece armare e, montato su un destriero forte e veloce, ascese la collina e giunse davanti alla porta della fortezza.
Il corno risuonò; un cavaliere apparve sulla cinta delle mura: «Cosa volete?».
«Che il castello si apra».
«Ah! signore, vorrei che foste abbastanza prode per portare a buon fine l’avventura, ché questo dolore è durato fin troppo! Ma noi dobbiamo conservare la nostra lealtà e tenere fede al nostro giuramento».

In quel mentre il ponte levatoio si abbassò, e dieci cavalieri uscirono uno alla volta per il portello, ciascuno seguito dal proprio destriero che uno scudiero tirava per la briglia; Lancillotto-Dolorosa-Guardiapoi, montati a cavallo, andarono in bell’ordine, lancia in resta, a disporsi ai piedi della collina.
Che rude battaglia per il bianco cavaliere! Ma, come dice il proverbio, nessuno può nuocere a colui che Dio vuole aiutare. Gli uni, egli li urta sì rudemente con la lancia che non hanno bisogno di medico; agli altri fende l’elmo, spacca lo scudo; rompe il giaco sulle braccia e sulle spalle. Ma anch’essi lo raggiungono e lo feriscono, ché non appena l’uno ha la peggio, un altro si lancia alla riscossa, e gli fu certo utile indossare un piccolo giaco a buone maglie sotto la bianca cotta di ferro.

Eppure, grazie ai due scudi dalle bande vermiglie che due volte gli ridonano nuove forze, si batte tanto e sì rudemente che alla fine non ha più che tre avversari. Il che vedendo, uno esclama che, poiché molti altri, più prodi di lui, hanno perso la vita, egli non si farà uccidere come loro: offre la spada e si riconosce prigioniero; allo stesso modo gli ultimi due.
E la porta del castello si apre con grande fracasso.

Era circa l’ora nona. Con gran gioia, il cavaliere dalle armi bianche ascese la collina. Ma, quando ebbe superata la soglia, scoprì una seconda cinta di mura e una seconda porta, davanti alla quale si tenevano schierati dieci nuovi cavalieri.
In quel momento sentì che Saraide, aiutata dai suoi scudieri, gli slacciava l’elmo tutto ammaccato e spaccato, e gliene poneva in testa un altro; poi ella gli passò al collo la correggia dello scudo dalle tre bande.
«Ah! damigella, mi farete disonorare! – egli le disse. – Il secondo scudo era già di troppo. Volete forse che io vinca senza alcun merito?».
Intanto veniva issato su un destriero fresco; allo stesso tempo un valletto gli faceva scivolare in mano una lancia grossa, corta, robusta, il cui ferro tagliava come rasoio.

Vi era là una statua di rame che rappresentava un cavaliere tutto armato e montato, con in mano un’ascia. E tale figura era incantata, di modo che sarebbe caduta non appena il futuro conquistatore del castello vi avesse gettato lo sguardo.
Il bianco cavaliere leva gli occhi: all’istante essa precipita e rompe il collo a uno di coloro Lancillotto-scudo-tripla-bandache vi si erano schierati sotto. Senza stupirsi, il bianco cavaliere abbassa la lancia, dà di sprone, piomba come una tempesta sugli altri e ne uccide due, uno dopo l’altro.

Presi dalla paura alla vista di quella prodezza che pareva loro più da diavolo che da uomo, gli altri si lasciano scivolare giù dai destrieri e s’affannano a raggiungere il portello.
Ma prima che vi siano giunti, l’avversario si getta su di loro, la spada snudata, e ne costringe tre a invocare misericordia. Gli ultimi cinque si danno alla fuga.
E la porta si apre innanzi al vincitore.

Allora egli vede venire incontro una folla di dame, di damigelle e di borghesi, che dimostravano la più grande gioia del mondo e di cui uno gli annunciò che Brandus delle Isole, il malvagio signore della Dolorosa Guardia, era appena fuggito al galoppo sul suo cavallo.
«Devo fare ancora qualcosa per portare a termine l’avventura?», domandò il bianco cavaliere.
Senza rispondere, lo condussero non lontano di là, in un cimitero.

La sommità del muro di cinta era disseminata di un gran numero di elmi e sotto ognuno di essi vi era una tomba, sulla quale era scritto: «Qui giace il tale, ed ecco la sua testa».
Ma c’erano anche tombe non sormontate da alcun elmo; vi si poteva leggere: «Qui giacerà il tale», ed era il nome di qualche buon cavaliere ancora vivente sulla terra di re Artù, o altrove.
Infine, in mezzo al cimitero si trovava una grande lastra di metallo, meravigliosamente lavorata in oro, pietre preziose e smalti, e sopra vi erano incise, in lettere d’azzurro, le seguenti parole: «Questa tomba non sarà aperta da mano d’uomo, se non da colui che conquisterà la Dolorosa Guardia».

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Brandus delle Isole aveva spesso tentato con la forza o con l’ingegno di sollevare quella lastra, ma mai vi era riuscito.
Il bianco cavaliere decifrò l’iscrizione senza fatica, ché sapeva abbastanza lettere da poter comprendere una scrittura; poi appoggiò entrambe le mani su un lato della lastra, e la sollevò facilmente per un buon piede al di sopra della testa.
Allora scorse altre lettere che dicevano: «Qui giacerà Lancillotto del Lago, figlio di re Ban di Benoic».
Così apprese il proprio nome.

Subito, lasciò ricadere la lastra, ma Saraide, che era al suo fianco, aveva letto contemporaneamente a lui.
Uscito dal cimitero, fu condotto in un palazzo, piccolo ma molto ricco, che era stato di Brandus delle Isole; e là fu disarmato e le sue ferite furono curate da buoni speziali.
Intanto, le genti del castello, al pensiero che forse egli non avrebbe acconsentito a restare quaranta giorni tra loro, sospiravano, perché così non sarebbero stati infranti gli incantamenti che notte e giorno li tormentavano, e li rendevano preda di terrori misteriosi sì che nessuno viveva un’ora sola di pace.

Un valletto, fratello di un cavaliere della Tavola Rotonda chiamato Aiglin delle Valli, manoscritto-medioevoaveva assistito alla conquista della Dolorosa Guardia. Pensando che re Artù sarebbe stato ben lieto di ricevere al più presto la notizia, partì tra nona e vespro su un buon cavallo da caccia, e se ne andò a spron battuto a Carleon.
Due giorni più tardi si presentava al palazzo.
«Re Artù! Che Dio ti salvi! Ti porto le più strane notizie che siano mai entrate nella tua casa».
«Ditele, dunque, bell’amico».
«La Dolorosa Guardia è presa: ho visto un cavaliere passare le due porte con la forza delle armi».
«Valletto, non dirlo, ché non è vero».
«Sire, impiccatemi, se mento».

In quel mentre, entrò Aiglin che, vedendo il fratello inginocchiato davanti al re, gli disse: «Bel fratello, sii il benvenuto!».
«Se è vostro fratello, Aiglin, bisogna dunque credergli: cuore leale non mente. Che armi portava quel cavaliere?».
«Bianche, sire, come il cavallo. Uccide più uomini da solo di quanti se ne potrebbero sotterrare in due arpenti di terra. Che Dio non mi soccorra se ferro o acciaio possono resistere contro la sua spada!».
«Deve essere il novello cavaliere che ho investito a san Giovanni. Partirò per la Dolorosa Guardia domani. Signora – disse il re alla regina – prendete tra le vostre damigelle quelle che preferite, ché verrete con me».

Quattro giorni più tardi, il re arrivava al castello con la sua compagnia.
«Signor valentuomo – gridò alla scolta – vi prego di lasciarci entrare».
«Chi siete?».
«Sono re Artù».
«E chi è la dama che è con voi?».
«È la regina».
«Sire, per voi e per la regina, farò quanto è in mio potere», disse la scolta. E inviò un valletto ad avvertire il novello signore del castello che re Artù era davanti alla porta.

Lancillotto-Ginevra-estasi

Il bianco cavaliere si affrettò a montare a cavallo e ad andare ad accogliere il re. Aperta la porta, si trova all’improvviso alla presenza della regina, ed eccolo che cade in estasi: gli occhi fissi su di lei, fa indietreggiare il cavallo fin sotto la volta senza nemmeno accorgersene.
In quel mentre la scolta, che credeva di far bene, fa cadere la saracinesca; e il bianco cavaliere rimane là, fuori di senno, a contemplare attraverso le sbarre colei che fu sempre il fiore di tutte le dame.

«Signore! – esclama Keu adirato – agite da villano!».
Ma il bianco cavaliere non lo sente.
Allora Saraide, la pulzella della Dama del Lago, lo tira per il lembo del mantello, finché egli ritrova il giusto senno.
«Signore – egli chiede a Keu – che state dicendo?».
«Dico che offendete il mio signore e la mia signora chiudendo loro la porta sul naso, e offendete anche me non rispondendomi neppure!».

A queste parole, il bianco cavaliere fu sì dolente che per poco non ne divenne folle. Estrae la spada, grida alla scolta, imprecando: «Non ti ho ordinato di lasciar entrare Lancillotto-partemadama la regina?».
«Signore, mai me ne avete parlato».
«Se tu non fossi così vecchio, ti taglierei la testa! Apri, e non azzardarti più a chiudere quella porta».
Ciò detto, fugge al galoppo verso il castello.

Intanto il re, la regina e la loro compagnia superavano le due cinta di mura e penetravano nei cortili, dove videro uno strano spettacolo ché tutte le finestre erano adorne di dame, damigelle, cavalieri e altra gente che piangevano a calde lacrime, in silenzio.
«Ora che sono entrato – disse il re stupito – non ne sono più di quando ero fuori».
«Sire – disse la regina – qui non c’è che gente che soffre. Speriamo che colui che ha fatto sì gran prova, ne faccia di migliore».

In quel momento, il bianco cavaliere attraversava il cortile a cavallo, tutto armato, l’elmo in testa, la lancia in pugno, e lo scudo a tre bande sul dorso, deciso ad allontanarsi per sempre dal castello.
E, vedendolo partire, tutti coloro che silenziosamente piangevano alle finestre, si misero all’improvviso a gridare con tutte le loro forze: «Re, prendetelo! Re, prendetelo!».
«Che dite? Che volete?», chiese il re stupefatto, mentre s’avvicinava.
«Solo per suo mezzo possono essere infranti gli incantamenti del castello!».

Ma, quando il re si voltò, il cavaliere dalle bianche armi era già uscito dalla Dolorosa Guardia e s’allontanava per la foresta oscura, quanto più veloce poteva galoppare il cavallo.
Intanto Saraide s’era avvicinata alla regina.
«Signora – le disse a voce bassa – quel cavaliere si chiama Lancillotto del Lago, figlio di re Ban di Benoic. Ricordatevene».

(Gli amori di Lancillotto del Lago: 10-14)