Platone – Quel bello che è sempre

Vi sono di quelli che partoriscono nell’anima più che nel corpo, intendo dire quei frutti che s’addice all’anima concepire e partorire. E che cosa le si addice? Cogitazione (φρόνησις) e ogni altra virtù.
Nel novero di costoro stanno anche tutti i poeti in quanto capaci di generare, e tutti gli Dalì-adolescenzaartigiani a cui si ascriva un’invenzione.
Ma la cogitazione di gran lunga più grande e più bella è quella che si cura di mettere ordine (διακόσμησις) nelle città e nelle case, e a cui si dà il nome di saggezza e giustizia.

E se uno di costoro, data la giovane età, sia gravido nell’anima, celibe qual è e tuttavia già in età per fare all’amore, se per caso costui desideri generare e mettere al mondo, anch’egli – credo – si mette in cerca del bello errando per la smania di trovarne uno in cui generare; nel brutto non avverrà mai che possa darsi generazione.
Gravido com’è, smania per i corpi belli e non per i brutti, e qualora (in un corpo bello) trovi un’anima bella e nobile e di buona natura, la sua smania si raddoppia, e sulla sua bocca di colpo spuntano parole sulla virtù e su come dovrebbe essere l’uomo buono e come dovrebbe comportarsi, e si fa addirittura maestro in materia.

Credo, infatti, che al contatto col bello e man mano che vi prende confidenza, finalmente mette al mondo e genera i frutti di cui prima era gravido, e che gli stia vicino o lontano, [quel bello] lui sempre lo tiene a mente, e alleva la creatura che gli è nata sempre in compagnia del bello, di modo che questi [compagni] stringono tra loro una comunione assai più grande di quella [che comunemente s’instaura] tra i ragazzi e un feeling (φιλία) assai più saldo, in quanto hanno messo in comune figli più belli e più immortali. […]

È necessario che chi s’incammina per la retta via a questa impresa, fin da giovane si metta in cerca di corpi belli, e dapprima, se la sua guida lo guida rettamente, che s’innamori di un solo corpo e in esso generi parole belle, poi che comprenda che il bello percepito in un qualsiasi corpo è fratello al bello di un altro corpo, e che se si deve andare in cerca di ciò che è bello a vedersi, sarebbe troppo sciocco non giudicare che la bellezza percepita in tutti i corpi è una sola e stessa bellezza.

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E una volta che abbia compreso questo, bisogna che si innamori di tutti i corpi belli e che allenti la smania per uno solo, tenendola in poco conto e considerandola poca cosa.
E dopo di ciò, impari a giudicare la bellezza che è nelle anime più degna d’onore di quella che è nei corpi, sicché, anche se l’Amato è grazioso nell’anima ma possiede un modesto fiore di bellezza, ne sia appagato e lo ami e ne abbia cura e partorisca parole di questo genere e si appassioni a quelle parole che sono capaci di rendere migliori i giovani, finché col tempo si ritrovi a contemplare il bello che c’è nella vita quotidiana e nelle leggi e a vedere che tutta quanta la bellezza è nata da un solo parto, per giungere infine a giudicare piccola cosa il corpo bello.

Dalle vicende della vita quotidiana si volga poi alle scienze, per vedere finalmente la bellezza delle scienze, e guardando a tutta questa abbondanza di bello, non ami più come uno schiavo la bellezza che è in un solo fanciullo o uomo o fatto quotidiano, asservito come uno sciocco a quella, come un meschino, ma rivolto al vasto mare del bello e contemplandolo partorisca molte, belle e magnifiche parole, e pensieri in una filosofia senza invidie, finché, in tal modo fortificato e cresciuto, discerna un’unica scienza, che è quella di un bello siffatto […]

Colui che sia stato fin qui guidato per le strade di Eros, contemplando in ordine e rettamente le cose belle, una volta pervenuto alla fine del viaggio «erotico», in un istante surreal-volto-parolegli sarà dato di avvistare il miraggio di ciò che è bello di natura, quel bello appunto, o Socrate, in vista del quale sono stati sopportati tutti i travagli precedenti: un bello che anzitutto è sempre, e che non nasce e non muore, che non cresce e non diminuisce, e che inoltre non è in parte bello e in parte brutto, né bello ora sì e ora no, né bello per un verso e brutto per un altro, né qui bello e là brutto, né bello per alcuni e brutto per altri.

Finalmente il bello non gli apparirà più come un volto né come mani o una qualunque altra parte del corpo, né come un discorso o una scienza, né ancor meno come qualcosa che stia in un altro – che si tratti di un essere vivente o della terra o del cielo o d’altro – ma come una presenza che è se stessa, attraverso se stessa, con se stessa eternamente in una sola ecceità, mentre tutte le altre cose belle ne partecipano in modo tale che, mentre esse nascono e muoiono, quella invece non cresce e non diminuisce e non ne subisce nessuna conseguenza.

E quando uno, dopo aver amato in modo retto i fanciulli, risalga dalle singole cose belle e cominci a contemplare quel bello, allora sì, è quasi giunto alla meta.
Infatti, in questo consiste la retta via «erotica» o l’esservi ben guidato da un altro: partendo dalle cose belle di quaggiù, in cerca di quel bello là, elevarsi sempre più su, come percorrendo dei gradini, da uno a due, e da due a tutti i corpi belli, e da tutti i corpi belli alle belle occupazioni, e dalle occupazioni alle belle conoscenze, e dalle conoscenze giungere infine a quella conoscenza che di nient’altro è conoscenza che di quel bello là, e grazie ad essa arrivare a riconoscerlo come ciò che è bello.

È questo il momento della vita che più di ogni altro vale la pena di vivere per un uomo: il momento in cui egli contempla il bello in se stesso.
E una volta che tu l’abbia visto, non potrai considerarlo alla stregua dell’oro e dei vestiti, dei bei fanciulli e dei ragazzi, di fronte a cui ora sbigottisci al solo guardarli e saresti surreal-visionedisposto, tu come tanti altri, pur di contemplare i giovinetti e stare sempre in loro compagnia, a non mangiare e non bere, se mai fosse possibile, ma unicamente a guardarli e stare con loro.

E dunque che cosa dovremmo pensare, se a uno fosse dato di vedere quel bello nitido, puro, intatto, e anziché contaminato da carni umane e colori e ogni altra effimera vanità, potesse scorgere il bello divino in se stesso nella sua sola ecceità?
Credi forse che diventi meschina la vita di un uomo che là tenga fisso lo sguardo e contempli, con essa convivendo, proprio la luce a cui deve la vista?

Non ti accorgi che proprio a quest’altezza, a lui, nella sua solitudine, mentre contempla il bello con l’organo con cui può essere visto, accadrà di partorire non simulacri di virtù, perché egli non sta a idolatrare un simulacro, ma la virtù così come a lui si è svelata (ἀληθῆ), perché è al Paese delle rivelazioni che egli è approdato (τοῦ ἀληθοῦς ἐφαπτομένῳ).
Partorendo così quella virtù che gli si è svelata, e nutrendola, tanto gli basta per diventare amico di dio e, se mai a qualcuno sia concesso diventare immortale, anche lui lo diverrà.

(Platone, Simposio, 209ac; 210a-212a)

***

Il Viandante in cerca del bello, non è al seguito, dice Platone, di «simulacri di virtù», ma della virtù così come a lui si è svelata. Se pure è solo alla fine del viaggio che egli lo comprende, in realtà egli è sempre stato innamorato di nient’altro che del suo proprio mondo «virtuale», di quel «possibile» che il suo «viaggio erotico» gli ha fatto scoprire portandolo a spasso attraverso i corpi, attraverso i fatti delle città e le scienze dell’anima.
Quel «possibile» (è così che possiamo chiamarlo dopo Kierkegaard), ha la «virtù» speciale di tenere in «agitazione» l’anima – di suscitarle «cogitazione», «frenesia» (è così che potremmo tradurre φρόνησις, se la parola non fosse finita in pasto al gergo «clinico»).

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Quel «possibile» giace in apnea nelle profondità dell’anima, nella sua Casa in fondo al mare, o come si narrava una volta: nella sua «camera d’aria», nelle sue phrenes, nelle sue nervature più intime e più indicibili al nostro dire discorsivo.
Come possiamo chiamare noi questo «possibile»? quale nome possiamo dargli? Per un greco come Platone, il problema neanche si poneva: la sua lingua glielo tramandava già risolto.
Lo chiamava «bello». Detto in greco: lo chiamava «richiamo» (καλεῖν καλόν). Per bello s’intendeva «ciò che ti chiama a chiamare», ciò che ti rivolge la parola, cioè che ti invita a parlare, ciò che chiede esistenza alla tua parola.

Il Viandante non lo sa, se non alla fine del viaggio.
Solo all’ultimo di paradiso, viene a sapere che il suo «possibile», fin dal principio, s’è consegnato a un innocente, quanto ignaro, gioco di parole.
A un Witz, direbbe Freud. A un anagramma o a una sciarada racchiusa nella fonetica di un balbettio.
Niente di discorsivo, sebbene finisca per essere continuamente rinviato al Discorso – quasi rimettendo ad esso il suo proprio destino.

Quasi.
Perché il Discorso non può trionfare che di «simulacri di possibili», non può assoggettare surreal-frenesiaalla Legge della sua Logica che i feticci, ovvero i Segni sorti in luogo e al posto del Possibile – di quel Possibile che a ogni Viandante non può manifestarsi che nel suo proprio «miraggio» di quella «specie miracolosa di bello» che è il bello di natura, il bello naturale – il bello al di là di tutti i Segni, e di tutta, s’intende, l’economia del Valore e del Significato.
Il bello insensato.
Il bello senza storia.
Il bello che non cresce e non diminuisce.
Il bello che, semplicemente, si ripete. Sempre dispari. Sempre celibe o nubile. Sempre disgiunto, fuori mano. Sempre presente. E presente solo all’esercizio perpetuo della sua immediata «rimozione».

Tu dici che esagero?
E allora senti di nuovo come ne parla Platone.
Dice che è «una presenza che è se stessa, attraverso se stessa, con se stessa eternamente in una sola ecceità».
È vero, sta scritto che Dio disse: «non è bene che questo germe antenato dell’Uomo stia solo» (Genesi, 2: 19). E perciò gli diede una compagna: perché la compagna però lo guidasse, come Beatrice guida Dante, al di là di Se Stessa e del suo miraggio.
Perché lo ben guidasse a venire a capo della sua Parola. Perché lo aiutasse a ritrovare il Richiamo che lo chiamò a chiamare per nome le cose.

E con quale altro nome, fosse stato greco, poteva chiamare il Richiamo?
Come, se non chiamarlo bello (καλεῖν καλόν)?
È così, ogni Viandante a quel punto si disse – non c’è niente di più bello del Possibile che ci ha dato la Parola perché rispondessimo al suo richiamo.
Niente è più bello di chi a sé mi reclama.