Baudrillard – Stiamo per morire sotto i nostri rifiuti linguistici

È noto che l’operazione poetica «viola le due leggi fondamentali del linguaggio»: l’equivalenza significante/significato, e la linearità del significante (Saussure: «Che gli elementi che formano una parola si susseguano, è una verità che in linguistica sarebbe meglio non considerare come una cosa senza interesse perché evidente, ma al contrario nuvola-letterecome quella che dà in anticipo il principio centrale di ogni riflessione utile sulle parole»).
C’è poi una terza dimensione, di cui non si è mai veramente tenuto conto, e che è strettamente solidale con le altre due: è quella della illimitatezza, della produzione senza limiti del materiale significante.

Esattamente come l’equivalenza e l’accumulazione definiscono una dimensione dell’economico che è quella della produzione illimitata, della riproduzione indefinita del valore, così l’equivalenza significante/significato e la linearità del significante definiscono un campo della discorsività illimitato.

Noi non avvertiamo nemmeno più, tanto ciò ci è «naturale», questa proliferazione del nostro linguaggio discorsivo, che tuttavia ci distingue da tutte le altre culture. Noi usiamo e abusiamo di parole, di fonemi, di significanti, senza nessuna restrizione rituale, religiosa o poetica di alcun tipo, in tutta «libertà», senza obblighi né responsabilità rispetto all’immenso materiale che «produciamo» a nostro piacimento.
Ognuno è libero di usare senza fine, di attingere senza fine al materiale fonico, in nome di ciò che vuole «esprimere», e tenendo in considerazione soltanto ciò che ha da dire.

Questa «libertà» del discorso, questa possibilità di prenderlo e di usarlo senza mai restituirlo né risponderne, né sacrificarne sia pure una parte come si faceva dei beni primitivi per assicurarne la riproduzione simbolica, questa idea del linguaggio come d’un medium tuttofare e d’una natura inesauribile, come d’un luogo dove sarebbe fin d’ora realizzata l’utopia dell’economia politica: «a ciascuno secondo i suoi bisogni» – fantasma di uno stock inaudito, d’una materia prima che si riprodurrebbe magicamente via via che se ne usa (senza nemmeno bisogno d’una accumulazione primitiva), e quindi della libertà di uno sperpero fantastico – questo statuto, che è quello della nostra parole-orecchiecomunicazione discorsiva, quello d’una disponibilità folle del materiale significante, non è pensabile fuori da una configurazione generale in cui gli stessi princìpi governano la riproduzione dei beni materiali, e quella della stessa Specie: una mutazione simultanea fa passare dalle formazioni sociali in cui i beni, il numero degli individui e la proliferazione delle parole sono, in modo più o meno rigoroso, contingentati, limitati, controllati all’interno di un circolo simbolico, alle formazioni sociali «moderne», le nostre, caratterizzate da una produttività indefinita, tanto economica che linguistica e demografica – società prese su tutti i piani in una escalation senza fine: dell’accumulazione materiale – dell’espressione linguistica – della proliferazione della Specie.

Questo modello di produttività – crescita esponenziale, demografica galoppante, discorsività illimitata – dev’essere analizzato simultaneamente su tutti i piani.
Sul solo piano del linguaggio, di cui qui si tratta, è chiaro che a questa libertà sfrenata di usare i fonemi in numero illimitato ai fini dell’espressione, senza un processo inverso di annientamento, di espiazione, di riassorbimento, di distruzione – poco importa il termine – si oppone radicalmente questa semplice legge enunciata da Saussure che in poesia non una vocale, non una consonante, non una sillaba dev’essere profferita senza essere raddoppiata, cioè in qualche modo esorcizzata, senza completarsi nella ripetizione che l’annulla.
Da questo momento, non è più questione d’un uso illimitato. Il poetico, come lo scambio simbolico, mette in opera un corpus strettamente limitato e contingentato, ma si fa carico di venirne a capo, mentre la nostra economia del discorso mette in gioco un corpus illimitato, senza preoccuparsi di risolverlo.

graffiti-inquinamento

Cosa diventano le parole, i fonemi, nel nostro sistema discorsivo?
Non bisognerebbe credere che spariscano gentilmente dopo che sono serviti, o ritornino in qualche posto come i caratteri nella matrice del linotype, in attesa di servire di nuovo. Anche questo fa parte della nostra concezione idealistica del linguaggio.
Ogni termine, ogni fonema non ripreso, non restituito, non volatilizzato mediante il raddoppio poetico, non sterminato come termine e come valore (nella sua equivalenza con ciò che ha «voluto dire»), resta.

È un residuo. E va ad aggiungersi a una sedimentazione fantastica di rifiuti, di materia discorsiva opaca (ci si comincia ad accorgere che il problema essenziale di una civiltà produttiva può essere quello dei suoi rifiuti, che è semplicemente quello della sua morte: soccombere sotto il proprio residuo – ma il residuo industriale non è nulla in confronto al residuo linguistico: così com’è, la nostra cultura è assillata e bloccata da questa mucchio-libri-uomogigantesca istanza residuale pietrificata, che essa cerca di risolvere mediante una sovrapproduzione: mediante un rilancio linguistico essa cerca di ridurre la caduta tendenziale del tasso di «comunicazione».

Non serve a nulla.
Come qualsiasi merce, cioè qualsiasi cosa prodotta sotto il segno della legge del valore e dell’equivalenza, è un residuo insolubile che sbarra il rapporto sociale, cioè qualsiasi parola, qualsiasi termine, qualsiasi fonema prodotto e non distrutto simbolicamente s’accumula come un rimosso, pesa su di noi con tutta l’astrazione del linguaggio morto.

Sul nostro linguaggio regna un’economia di profusione e di spreco – l’utopia dell’abbondanza. Ma mentre l’«abbondanza» e lo spreco sono una caratteristica recente dell’economia materiale, un tratto storico, essi appaiono tuttavia come una dimensione naturale, già sempre stata, del linguaggio parlato e scritto.
Utopia che ce ne sia, che ce ne sarà sempre, in qualsiasi momento, quanto se ne vorrà per tutti. Utopia di un capitale illimitato di linguaggio come valore d’uso e valore di scambio.
Ognuno, per significare, procede per accumulazione e scambio cumulativo di significanti la cui verità è altrove, nell’equivalenza con ciò che vogliono dire (lo si può dire almeno delle parole – la concisione è una virtù morale, ma non è mai che un’economia di mezzi).

Questo «consumo» discorsivo, sul quale non cala mai lo spettro della penuria, questa manipolazione scialacquatrice, sostenuta dall’immaginario della profusione, porta a un’inflazione prodigiosa che lascia, a immagine delle nostre società a crescita incontrollata, un residuo altrettanto prodigioso, un rifiuto non degradabile di significanti usati [consommés], ma mai consumati [consumés].
Perché le parole che sono servite non si volatilizzano, s’accumulano come un rifiuto – inquinamento segnico altrettanto fantastico dell’inquinamento industriale, e ad esso contemporaneo.

(Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte)