Arawak – La storia di Adaba

Tre fratelli andarono una volta a caccia, portando con sé la sorella. Mentre questa rimaneva nell’accampamento, essi percorrevano la boscaglia in cerca di selvaggina, senza però mai prendere nulla. Se mai gli riusciva di catturare qualcosa, era a volte un albero-cavo-painttacchino selvatico.
Passavano i giorni, e i fratelli erano sempre sfortunati.

Vicino all’accampamento c’era un albero, e nella cavità di quest’albero c’era una pozza d’acqua in cui viveva Adaba, la Rana arboricola.
Un giorno la Rana cantava «wang! wang! wang!», la ragazza la udì e le chiese: «Perché non la smetti di cantare? Perché non mi vai a cercare della carne?».
A quelle parole Adaba tacque, ma poi in silenzio si tramutò in uomo e andò nella boscaglia.

Due ore dopo ritornò con della carne e disse alla ragazza di accendere il fuoco per cuocerla, senza stare ad aspettare i fratelli, perché quelli di sicuro non avrebbero portato nulla.
Come rimasero sorpresi costoro, quando tornarono effettivamente a mani vuote, nel vedere la sorella intenta ad affumicare un bel po’ di carne, mentre uno sconosciuto riposava in una delle loro amache!
L’uomo era, infatti, quanto mai strano: aveva il corpo striato sino in fondo alle gambe magre, e come unico vestito aveva un perizoma di tessuto.

Dopo uno scambio di saluti, Adaba s’informò di come era andata la caccia ai tre fratelli e volle ispezionare le loro frecce. Ridendo, tolse la muffa di cui erano coperte, e spiegò che era quella muffa ad alterare la loro corsa.
Erano frecce troppo vecchie per andare a bersaglio.
Adaba pregò allora la ragazza di filare una lenza da pesca e di tenderla fra due alberi. Dietro suo ordine, i fratelli la mirarono a turno e le loro frecce, ripulite dalla muffa, la centrarono.

Dal canto suo, Adaba cacciava in modo curioso: anziché mirare all’animale, tirava la sua freccia verso il cielo: ricadendo, essa si piantava nella schiena della preda.
I fratelli impararono questa nuova tecnica, e venne ben presto il giorno in cui non fallirono più il bersaglio. Orgogliosi delle loro prodezze e fieri di Adaba essi decisero di condurlo al villaggio e di farne il loro cognato.
Adaba e la moglie vissero felici e contenti per molto tempo.

rana-verde

Ma un giorno la donna volle che il marito la seguisse in un fosso in cui essa stava facendo il bagno.
«No – disse Adaba. – Io non faccio mai il bagno in questo genere di posti, ma solo negli alberi cavi dove c’è acqua».
Allora la donna spruzzò per tre volte Adaba, poi balzò fuori dal fosso e lo rincorse. Ma quando volle afferrarlo, egli riacquistò la sua forma di Rana e saltellò fino all’albero cavo in cui lo si vede oggi.

Allorché la donna tornò, i fratelli le chiesero di Adaba, ed essa si limitò a dire che era partito. I fratelli però sapevano come e perché, e bastonarono a dovere la sorella.
Inutilmente, però: Adaba non abbandonò più il suo albero cavo per portar loro fortuna di nuovo.
E i fratelli non riuscirono mai più a prendere le stesse quantità di selvaggina.

(Fonte: Lévi-Strauss, Dal miele alle ceneri)

***

Dall’Ape alla Rana – passando per l’Uomo.
La Natura «seduce». La Natura «uccide» seducendo. La Morte entra nel mondo attraverso le Porte della Seduzione.
Teorema sudamericano.
L’Uomo, dice all’ingrosso questo teorema, non è che una sorta di ipotenusa pitagorica surreal-obscuratracciata tra due cateti, entrambi «seducenti»: l’Ape e la Rana.
L’Uomo starebbe dunque sospeso tra queste due forme di uno stesso veleno: il veleno della Seduzione attraverso cui la Natura lo tenta e lo adesca – perché la Natura, è evidente, lo vuole «morto».

Dall’Ape alla Rana, tramite l’Uomo, è in viaggio il Veleno. È all’opera una metamorfosi del Veleno, un suo trasporto. Ma, insieme, è all’opera una Immaginazione che riconosce uno «stesso» nella varietà dei veleni.
Perciò, se segui il Racconto, ti trovi a viaggiare in una metonimia del Veleno, ora detto Ape, ora invece Rana. Se cerchi l’Uomo e non lo vedi che per brevi apparizioni, è perché è preso lì in mezzo, a fare da pendant dall’una all’altra «voce» diversamente avvelenata del suo vocabolario.

Tra l’Ape e la Rana c’è di mezzo il Racconto dell’Uomo. Tra l’Ape e la Rana c’è il Mondo di Mezzo, il mondo dove si producono mediazioni e «teoremi» del Mondo – c’è il Mondo dell’Immaginazione Umana, il Mondo dove l’Immaginazione umana «feconda» le sue ipotesi.
Ed eccola, con una di queste sue ipotenuse, a «connettere» l’Ape alla Rana, eccola a sovrascrivere l’uno all’altro questi due «geroglifici», accomunati solo dall’essere entrambi «velenosi».
Velenosi, dice il Racconto, perché seducenti.
Seducenti e perciò letali. Letali di quella Morte a cui il Racconto, chissà come mai, non si arrende.

Eva-serpente

Il veleno dell’Ape, il «tossico» che l’Ape Femmina nasconde nel suo miele, e l’«appetito» che questo suo miele desta nel palato di chi l’assaggia, possono e devono essere scongiurati per il bene del Racconto dell’Uomo.
Perché la Natura non lo «uccida», è bene che l’Uomo lo diluisca, è bene che lo annacqui: non potendo la Specie rinunciare del tutto al gioco «naturale» della seduzione, pena la sua estinzione – è bene che l’Uomo «misuri», che dia cioè una metrica all’uso del Miele, una regola «musicale» al consumo di ciò che lo consuma.
Questo forse raccomandava Pitagora ai suoi discepoli: di passare il tempo cantando e suonando le sue stagioni. E nient’altro.

C’è dunque la stagione dell’Ape, e c’è quella della Rana.
Tra le due è l’Immaginazione Umana – il filo di Arianna che le «congiunge». (Il filo che, non a caso, prende nome da una Sedotta).
surreal-donna-musicaDall’Ape alla Rana è in circolo un veleno che è lo stesso veleno di cui si nutre la nostra Immaginazione: ecco perché essa può «connettere» le due Voci.

La Rana, dice il Racconto, la Rana arboricola «nasce» dall’Ape Maschio. Dice cioè che ogni Maschio «seduttore» ha in sé qualcosa del veleno dell’Ape. Che ogni Maschio, le cui «doti naturali» e i cui «attributi fisici» seducono le femmine, è a occhio e croce anche lui Ape e, come l’Ape, è insieme dolce e pungente.
Le cognate, dice il Racconto, per lui persero la testa! Ogni scusa era buona. «Fa caldo!», dicevano, e si denudavano ai suoi occhi! «Su, vieni a bagnarti con noi!», cantavano le Sirene a Ulisse dagli scogli. «Dai, spogliati e facciamo all’amore!», sussurravano provocanti le Ninfe a Narciso.
Ma lui no, dice il Racconto, lui non ne volle sapere. L’acqua era la morte del suo «fuoco». Perciò corse a rifugiarsi nella cavità di un albero. Ma quella cavità non era asciutta, in quella cavità c’era una pozza d’acqua, e Simo, l’Ape Maschio, vi morì annegato.
Aveva in braccio suo figlio, quando morì. E quel figlio non annegò. Anzi, ben si adattò a vivere nella pozza d’acqua. E visse che era diventato una Rana, la Raganella arboricola.

L’Ape e la Rana sono chiamate a formare una coppia di opposizioni, tale che l’una assume l’aspetto inverso dell’altra.
Entrambe fanno il loro nido nella cavità degli alberi, ma con una differenza, che costituisce di fatto il tratto pertinente della loro opposizione. […]
L’ape si trova dalla parte del secco, mentre la rana si trova dalla parte dell’umido: l’acqua le è indispensabile all’interno del nido per assicurare la protezione delle uova, così canta quando ne trova, e in tutta l’America tropicale (come anche nel resto del mondo) il canto della rana annuncia la pioggia.
Si può dunque porre l’equazione:

(ape : rana) : : (secco : umido).

(Lévi-Strauss, Dal miele alle ceneri)

Che l’ape sia associata al fuoco e la rana all’acqua si capisce. Più difficile da capire è l’associazione che il Racconto istituisce tra la Rana e l’abilità nella caccia. «Connessione incomprensibile, tranne forse in funzione di una antica credenza nella natura divina di KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERAquesti batraci, credenza riscontrata in altre regioni della Guayana» (Roth).
Forse si spiega, a detta di Lévi-Strauss, con la capacità che ha la raganella «di emettere un fluido tossico, assimilato dal pensiero indigeno al veleno da caccia, nella preparazione del quale si usa talvolta il veleno dei batraci dendrobati».

Adaba, dunque, se è il provetto Cacciatore che è, lo deve al veleno che, in quanto rana, secerne. Questo veleno «proviene» dal Miele di suo padre Ape, e anch’esso, come il Miele, è «seducente»: seduce le prede a cui dà la caccia.
Se il veleno avvelena, è perché nell’albero genealogico dei Veleni, discende dal Miele. Se l’inferno è l’inferno, è perché è un paradiso sprofondato nella piega di una luna di miele.
Il Miele è il veleno dei veleni. È il più tentatore dei veleni.
Teorema sudamericano.
Non c’è veleno, per quanto amaro, che non provenga da una dolce tentazione.
Era miele d’Ape, ma a furia di annacquarlo – adesso è uno schifoso viscido ammorbante «fluido tossico».