Bretagna – Lancillotto e la Dama del Lago si separano

caccia-cortese

Fino a diciotto anni, Lancillotto rimase sotto la protezione della Dama del Lago. Ed ella avrebbe ben voluto trattenerlo ancora, tanto l’amava. Ma sapeva che avrebbe commesso peccato mortale, grave come un tradimento, poiché egli era in età di ricevere la cavalleria.
Un giorno, poco dopo la Pentecoste, egli uccise a caccia il cervo più grande che avesse mai visto, e che era grasso come fosse stato agosto. Subito l’inviò alla Dama per mezzo di due valletti; ma egli rimase tutto il giorno, tanto era caldo, steso sull’erba all’ombra di una quercia.

Verso sera, inforcò il cavallo da caccia per avviarsi a tornare. Aveva l’aspetto d’un vero uomo dei boschi, vestito com’era d’una corta cotta verde, coronato di foglie e con la faretra alla cintura, ché mai se ne separava, mentre l’arco lo faceva portare da uno dei suoi valletti.
Al vederlo sì bello, la Dama sentì l’acqua del cuore salirle agli occhi. E quando egli entrò nella sala, nascose il viso tra le mani e, invece di abbracciarlo e di baciarlo come sempre faceva, fuggì nella camera grande.

Lancillotto la seguì: la trovò stesa su un letto, a piangere: «Ah! signora, che avete? – le chiese. – Se vi è stato fatto torto, raccontatemelo, ché non sopporterò che alcuno vi dispiaccia, finché sarò in vita».
Klimt-lacrime-FreyaMa la Dama singhiozzava sì forte da non poter parlare.
«Allora parto, se la mia presenza vi addolora tanto».
Detto ciò, esce, prende l’arco, se l’appende al collo, cinge la faretra, sella il cavallo, e già lo portava nel cortile, quando colei che l’amava più di ogni cosa accorse, asciugandosi il viso e gli occhi rossi e gonfi, e afferrò il cavallo per la briglia: «Vassallo – ella gridò – dove volete andare?».

«Signora, in un luogo in cui possa trovare consolazione».
«Dove? ditelo, per la fede che mi dovete».
«Alla corte di re Artù, a servire un valentuomo finché egli non mi faccia cavaliere».
«Ah! bel figlio di re, tanto desiderate essere cavaliere?».
«Certo, signora! È la cosa cui aspiro di più al mondo».
«Se sapeste quali gravosi doveri impone la cavalleria, non ardireste augurarvelo».
«E perché, signora? Sono dunque superiori al coraggio e alla forza d’un uomo?».
«Sì, qualche volta: Nostro Signore Iddio ha fatto gli uni più valenti degli altri, più prodi e più cortesi».

«Signora, sarebbe ben timido colui che non osasse ricevere la cavalleria. Ché tutti, se non possono avere le virtù del corpo, possono almeno possedere quelle del cuore. Le prime, come la statura, la forza, la bellezza, l’uomo le riceve nascendo. Ma la cortesia, la saggezza, l’indulgenza, la lealtà, la prodezza, la generosità, l’arditezza, solo la pigrizia può impedire di possederle, ché esse dipendono dalla volontà. E spesso vi ho sentito dire che è il cuore che fa il valentuomo[…] Signora, se trovo qualcuno che acconsenta a farmi cavaliere, non avrò timore d’esserlo, ché forse Dio vorrà farmi dono delle qualità necessarie, ed io vi metterò tutto il mio cuore, e il mio corpo, e la mia pena, e la mia fatica».
«In nome di Dio – disse la Dama sospirando – il vostro desiderio sarà dunque presto esaudito. Ed è perché io lo sapevo che piansi quando vi vidi. Sarete armato dal miglior valentuomo che vi sia».

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Da tempo ella aveva preparato tutte le armi necessarie al fanciullo, un giaco bianco, leggero e forte, un elmo argentato e uno scudo color della neve, a borchie d’argento. La spada, messa alla prova in molte occasioni, era grande, tagliente e leggera a meraviglia. E la lancia corta, grossa, robusta, dal ferro ben appuntito, il destriero alto, forte e vivace, l’abito di Lancillotto, il mantello foderato d’ermellino, tutto era bianco, e anche la scorta, abbigliata di bianco, montata su cavalli bianchi.
E in tale equipaggio, accompagnati da Lionello, Bohor e Lambegue, Lancillotto e la Dama del Lago si misero in cammino, il martedì precedente la festa di san Giovanni. […]

Ora, il venerdì precedente san Giovanni, re Artù cacciò tutto il giorno nella foresta di Camelot; verso sera, mentre rientrava in città con le sue genti, si vide venire incontro una bella compagnia.
Davanti a tutti, due ragazzi a piedi conducevano due somieri bianchi, l’uno dei quali trasportava un leggero padiglione da campo, il più ricco che fosse mai stato fatto, e l’altro due bei cofani pieni di abiti da cavalieri. Poi avanzavano, due a due, quattro scudieri montati su ronzini e che tenevano chi uno scudo a borchie, chi una grande spada, lucida, tagliente e leggera a meraviglia; e dopo di loro altri scudieri e sergenti; poi tre pulzelle; dama-cavallo-biancoinfine una dama accompagnata da un donzello bello come il giorno e da due gentili valletti coi quali ella s’intratteneva. E gli abiti, le armi, gli scudi, i cavalli, tutto di quel corteo era color della neve.

Il re si fermò, meravigliato. Intanto la dama, che l’aveva visto, incitava il palafreno e, superata la scorta, s’avanzò verso di lui in compagnia del bel donzello.
Sappiate che ella era vestita d’una cotta e d’un mantello di sciamito bianco, foderato d’ermellino, e che cavalcava un piccolo palafreno che andava all’ambio, sì ben formato che mai se ne vide di più bello, la cui gualdrappa di seta giungeva fino a terra; il morso e il pettorale erano d’argento fino, la sella e le staffe d’avorio finemente inciso di immagini in cui si potevano riconoscere dame e cavalieri.

Appena la dama giunse davanti al re, scostò il velo e, dopo avergli reso il saluto che egli s’era affrettato a rivolgerle per primo, da gentiluomo cortese e ben educato qual era, gli disse: «Sire, che Dio vi benedica come il miglior re di questo mondo! Vengo da molto lontano per chiedervi un dono che non mi rifiuterete, ché non può causarvi del male e non vi costerà nulla».
«Damigella – rispose il re – dovesse anche costarmi molto, purché non sia di onta a me e di danno ai miei amici, ve lo concederò, di qualunque cosa si tratti».
«Sire, molte grazie! Vi chiedo dunque di far cavaliere questo mio scudiero, quando egli ve lo domanderà».
«Bell’amica, vi siano rese grazie d’avermi condotto questo bel giovincello. Gli darò quello che mi compete: le armi e l’accollata; Iddio aggiungerà il resto: la prodezza».

La dama ringraziò il re e gli fece sapere d’essere chiamata la Dama del Lago; dopo di che, per quanto egli la pregasse di fermarsi, prese congedo, lasciandolo molto stupito, ché Lancillotto-riceve-arminon aveva mai sentito pronunciare quel nome.
Il donzello, che menava gran duolo di lasciarla, volle scortarla per qualche tempo.

Quando ebbero camminato fianco a fianco tristemente per la distanza d’un tratto d’arco, ella ruppe il silenzio e gli disse: «Figlio di re, bisogna dunque che ci separiamo. Ma prima voglio che sappiate, voi che io ho allevato, che non sono vostra madre e che voi non siete mio figlio. Il vostro lignaggio è tra i migliori del mondo e voi conoscerete un giorno il nome dei vostri genitori. Pensate a rendere il vostro cuore perfetto com’è il vostro corpo, ché sarebbe gran peccato se in voi la prodezza non valesse la bellezza. Domani sera, pregherete re Artù di farvi cavaliere, e lo stesso giorno, prima di notte, lascerete la sua casa e andrete errando per tutti i paesi in cerca di avventure: ché così conquisterete lodi e valore. Non fermatevi in alcun luogo, oppure il meno possibile; ma badate a non lasciar gesta che possano fare coloro che verranno dopo di voi. E se vi chiederà chi siete, rispondete che ignorate il vostro vero nome».

Ella trasse dal dito un anello che passò su quello del donzello. Poi lo raccomandò a Dio, baciandolo dolcemente, e gli disse ancora: «Bel figlio di re, ascoltate quanto vi dico: condurrete a buon fine le avventure più pericolose, e colui che compirà quelle che voi avrete tralasciato, non è ancora venuto al mondo. Vi direi di più, ma il cuore mi si serra e la parola mi manca. Andate, andate con Dio, voi che siete il buono, il bello, il nobile, il grazioso, il desiderato, il preferito!».

Gli baciò ancora teneramente la bocca, il viso e tutt’e due gli occhi; poi partì, sì triste che non avrebbe saputo pronunciare una parola di più.
E il donzello pianse vedendola allontanarsi. Corse ad abbracciare uno dopo l’altro i valletti, le pulzelle e i garzoni; dopo di che rimase con i somieri che trasportavano i suoi bagagli e due scudieri che gli aveva lasciato la Dama del Lago.
Allora si risolse a raggiungere il re.

(Infanzia di Lancillotto del Lago: 19; Gli amori di Lancillotto del Lago: 2-3)