Delle due, una

Delle due, una.
Delle due angosce, dice Mastro Kierkegaard, solo una è «creativa». Lo dice uno che fu «maestro» d’angoscia, uno che la sua angoscia la lasciò parlare per apprendere dalla sua viva voce la «differenza», quella minima curvatura d’angolo che – di ogni individuo – fa sempre lo «scarto d’un pelo» rispetto alla sua Specie.
Mastro Kierkegaard dice che essere angosciati dalle circostanze è una cosa, e che de-chirico-due-maschereprodurre angoscia nel pieno di una festa, secernere angoscia sul più bello, è tutta un’altra cosa.
Non è sulla croce, ma in un «buon» momento, che il cristo dice: Se dobbiamo finirla, finiamola subito! È in un momento di gioia che gli irrompe, terribile, il presentimento che gli toccherà portare la croce a cui la Realtà vorrà sempre e comunque crocifisso il suo Possibile. Il suo Utopico.

C’è dunque l’angoscia che viene «da fuori», l’angoscia, per così dire, imposta dalle circostanze: le cose vanno male, tutto gira storto e, a quanto pare, dio stesso non s’è fatto scrupolo di lasciare il suo povero cristo inchiodato alla croce.
Questa è l’angoscia «passiva». L’angoscia «patetica», l’angoscia «patologica», l’angoscia che inietta pathos nel nostro logos.
Ma c’è poi – grazie a dio! – quell’altra angoscia, quella che non dipende dalle circostanze e dalle nostre estimazioni, quella che sorge «dall’intimo», non solo cioè «da dentro», ma dalla camera più segreta e nascosta di questo «dentro», qualcuno dice dalla struttura più profonda della sua coazione a ripetere la sua più «intima differenza».

Come un fulmine a ciel sereno, eccola – l’angoscia che di colpo fa breccia nella spensierata gaiezza di un carnevale, l’angoscia che fugge la «Festa», e che la fugge, è incredibile!, nientemeno nell’Ora del Trionfo di Bacco e Arianna, l’angoscia che nascosta dentro la scarpetta di Cenerentola ruzzola a precipizio giù dalle scale del suo proprio castello d’illusioni.
Questa, se ho capito le parole del Maestro, è l’angoscia «attiva». L’angoscia «poetica», l’angoscia che dà sull’altro mondo, l’angoscia in esilio dalla Realtà, che diffida delle sue pur lusinghiere apparenze. L’angoscia che nella sua ferita apre all’intuizione del mondo del Possibile. L’angoscia che, di questa intuizione, è la sola custode. L’angoscia che, questa via che ha intuito una volta al Possibile, la custodisce, paradossalmente, senza averne la benché minima memoria! Ne ha solo un vago «c’era una volta».

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Non sono buona a nulla, disse tra sé e sé la pietra angolare del Tempio. Disse: non servo, non produco «utili», e questo è lo scandalo che tutti i costruttori di discorsi non riescono a perdonarmi. Eppure il povero cristo in croce l’ha detto. Ha detto di non essere venuto a portare la pace (tra i due corni di un dilemma: essere o non essere in contraddizione), ma lo scandalo (di una parola orfana di padre e di madre): lo scandalo della sua presenza poetica, frammentaria, casuale, errante tra le righe del «discorso».
Lo scandalo di una Parola che si ripete negli «errori» del Discorso, negli squarci della sua Trama apparente, nei suoi lapsus, nei suoi quiproquo, nei suoi «detti» dispari, e che mai fruttificano se non, a chi lo scopre, forse ma non è detto, nell’altro mondo.

Forse, solo là – solo nel vano nirvana di quell’altro Reame, a qualcuno fu dato di cogliere un frutto, che so?, di estrarre tutta una Commedia dal balbettio di un poppante.
Non lo colse di certo nell’«essere o non essere?» del dilemma discorsivo che angoscia Amleto (come se Amleto fosse dannato a rivoltarsi in un’angoscia da cui non impara, nelle pieghe di un’angoscia in cui non riconoscerà mai la sua Maestra di via). Se mai un Chagall-cristo-crocefrutto qualcuno l’assaporò, fu nel poter-essere che gli dettava «poesia», e sognava, e anelava dal fondo senza fondo della sua folle fuga dalla nullità del mondo. Fuggiva a «creare» la gioia di vivere la libertà di un «senza nulla a pretendere».

Sicché, a ogni angoscia, la sua lingua.
Al Discorso angosciato, al Discorso patetico, al Discorso che patisce il peso della Realtà e ne porta la croce – la lingua «binaria» delle opposizioni e delle contraddizioni.
Alla Parola angosciante, alla Parola poetica, alla Parola che agisce nel nome e per conto del Possibile – la lingua «solitaria» delle ripetizioni che ripetono, senza memoria, nient’altro che la «trascendenza» che è loro congenita.

Il Discorso patetico mira alla «pace», alla conciliazione e all’equilibrio, o almeno alla tregua tra gli opposti, quando non alla «verità» come al quiescat in pace di tutti gli «errori».
La Parola poetica, non essendo buona a nulla, non mira a niente, non aspira a nessun futuro: è troppo presa nella presenza al suo scandalo, per aver altro da dire.
La Parola poetica è scandalo «per la ragione astratta [del Discorso binario] per la quale una [sola] volta non è nessuna volta, ma solo molte volte sono qualche cosa» (Kierkegaard, Il concetto dell’angoscia): la Parola poetica invece, la Parola scandalosa non fa che «ripetere» quell’«una volta» che è sempre la stessa volta, sempre lo stesso «c’era una volta», sempre lo stesso incipit da cui essa ogni volta riparte da zero, ogni volta punto e capo, immemore di sé, ignara della propria ignoranza.

Una volta, dunque. Una sola volta, un’unica traccia immaginale – e i mille segni di cui la Notte poetica può disporre per significarla. E la significa tutte le notti, sogno dopo sogno, la Notte significa Se Stessa parlando la sua Parola – che è tutt’altra dalla Parola che, angosciata, si assoggetta al Discorso e alle sue «patologie».
La Notte parla la sua Parola «angosciante», la Parola che la Realtà tiene sempre all’angolo, e che sempre crocifigge alla necessità di essere socialmente riconoscibile, per essere una «parola» che significa qualcosa. La Parola che parla la Notte, la Parola che la surreal-squarcioNotte usa per scrivere i suoi rebus, nasce (è Mastro Freud che garantisce!) con la vocazione a traslare, a trascrivere la stessa traccia ogni volta però su un segno diverso.

Due volte, invece. A un qualunque «tracciato» del Discorso, finanche a quello «eleusino», servono invece due tracce per significare Inizio e Termine, Madre e Figlia di uno stesso «concepire e partorire».
Il Discorso si nutre di concetti. Se si contraddice, è perché ha di mira il suo concetto di «non-contraddizione», o altrimenti detto, la Verità. Il Discorso vuole mettere pace, deve mettere pace tra Soggetto e Predicato.

La Parola che inocula angoscia nelle vene del più festoso trallallero della Ragione discorsiva, e che ne mina da sotto ogni fondatezza, la Parola che ne smaschera l’illusorietà, e che ne smonta ogni pretesa di realtà – esiste al di là del Discorso, ed è più antica del Discorso, è la sua Demetra distratta, e perciò senz’altra memoria che della sua perdita, e senz’altro compito che quello di tornare a perderla, a ogni ritrovamento rinnovando quella pena là, la pena antica di quella volta là.
È dunque la Pena il Soggetto che ogni volta si rinnova. E lo fa «sul più bello», nel momento di massimo splendore di un’Immaginazione. Nel fulgore di una Mitologia, se possibile della più prestigiosa. Lo fa, assoggettando un povero cristo alla sua malinconica «poesia».

Il Discorso «erra» in cerca della Verità in cui trovare «pace».
La Madre della Parola ha perso sua Figlia per strada. Non si darà mai pace di questa perdita. Non accetterà mai nessun risarcimento. Ciò che ha perso, ciò che ha irreversibilmente perso, è quel Possibile che ancora nella Matrice della Parola vuole poter-essere, nonostante tutto, presumendo da solo di valere mille e una Realtà.
Il Discorso «erra», la sua Matrice è sempre ferma là. Seduta sulla «roccia che non ride».

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Il Discorso dice e contraddice – disse Anassimandro – disdicendo incessantemente Se Stesso. Lo fa secondo l’ordine del Tempo. Il Discorso si ordina sempre in una «storia».
In questo discorso che erra, che nasce cresce e si sviluppa nel registro della storia dei suoi errori, succede però (a volte) qualcosa attraverso cui fa irruzione la Parola. Essa viene, quando le circostanze non lo richiedono. Viene e parla e – nota bene! – non si contraddice. Non viene che a rimuovere ciò che ha sempre rimosso. E passa, subito, ad altro.

Che cosa vuole dire Freud quando enuncia che l’inconscio non conosce la contraddizione, né il tempo? […]
Vuole dire che la Parola dell’inconscio obbedisce ad altre leggi da quelle del Discorso soggetto alla condizione di muoversi nell’errore fino al momento in cui incontra la contraddizione.
(Lacan, Il Seminario: 1)

La lingua dell’inconscio non ha tempo, non ha memoria, è sempre immersa nel Lete, sempre alle prese con la rimozione di sua Figlia (i Greci dicevano: della sua ἀλήθεια). La lingua dell’inconscio non coniuga che il presente dei suoi atti verbali. Non ha passato, e neanche futuro.
E non c’è un solo suo vocabolo che cada mai in contraddizione: ogni suo geroglifico è una «differenza senza negazione», una «differenza senza identità», e perciò, «non essendo subordinata all’identico, non arriverebbe o non avrebbe ragione di giungere sino all’opposizione e alla contraddizione» (Deleuze, Differenza e ripetizione).

Il suo «segno» prediletto è quello che più non è buono a nulla. Quanto più è insignificante, quanto più è destituito da ogni vecchia significazione, tanto più un segno è buono a rinnovare il Nulla – quel Nulla per cui l’inconscio si gioca, o la vita o la morte, tutto il suo eroico «prestigio».
È il segno del Possibile – di quel poter-essere che non è mai stato, e che mai sarà «realizzato». È il segno di quel «nato-morto» lasciato di là, in soffitta o in cantina non importa: esso è buono a traslare la Parola di palo in frasca.
Perciò, i sogni non si capiscono che sognando ancora. E sempre sulla spinta che ci dà quel Nulla, ogni volta che non ha nulla a pretendere.