Aiguesmortes – Non è tamburo né sposa

Tamburo o donna?
Dipende.
La Siberia o la Nubia?
A ogni giro di giostra, tutt’e due, a turno.
Tamburo e donna una volta, donna e tamburo un’altra.
Sicché: quando c’era una volta (bisogno di) un tamburo, il padre siberiano disse al figlio: su, non perdere tempo, va’ a prenderlo, ma – mi raccomando – che sia il tamburo buonotamburo-donnabuono, voleva dire, «da cavalcare» quando avrai da danzare il desiderio di una sposa.
Quell’altra volta, invece, quella volta che ci fu (necessità di) una donna, il padre nubiano disse al figlio: sei cresciuto, figlio mio, ti sei fatto grande! è ora che ti trovi una sposa, però sta’ attento a trovare la donna giusta – giusta, voleva dire, «da bilanciare» sogno e realtà desta quando avrai da suonare l’ultimo tam-tam.

Lo so, è una sciocchezza, ma – sai com’è – a un orecchio vecchio e stanco può succedere di mettersi in ascolto di inezie come queste che vengono da luoghi e tempi tra loro così distanti – come la steppa siberiana e il deserto sudanese – ed ecco che l’orecchio che troppe ne ha udite e che si è stancato di prenderle alla lettera, ecco che lui vi sente l’eco di uno stesso appello, che né il tamburo né la sposa potranno mai decifrare.
È una sciocchezza, lo so, ma è così – in questo modo sciocco – che me la racconto. Mi racconto che a premere il Figlio ora è un bisogno (siamo una Tribù di «uomini» e dobbiamo suonare il tamburo), ora invece è la necessità nuziale d’un desiderio (siamo una Specie e dobbiamo riprodurci).

Fatto sta che tra il Figlio siberiano e il tamburo «buono», c’è di mezzo una donna. E la donna gli dice: «Sposami! sposami e ti guiderò io al tamburo!».
E viceversa: tra il Figlio nubiano e la donna «giusta» al suo desiderio, c’è di mezzo un tamburo. E il tamburo fa tam-tam, e la notte nel deserto solo questo si sente in lontananza: un tam-tam, al cui suono danza l’Immaginata più bella del Reame.

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Chi è dunque la Guida?
È il Tamburo che guida il Figlio alla Sposa, o la Sposa la cui traccia lo conduce al Tamburo?
Ci vuole orecchio per giungere a Lei, o è Lei, soltanto Lei, che può guidare il Figlio fino all’ultimo di Paradiso – perché il Figlio vi possa balbettare il suo tam-tam «originale»?

Chiedo scusa, se per un attimo mi sono lasciato andare a questo aut-aut.
Errata corrige.
La Donna è il Tamburo, e il solo Tamburo buono è quello che suona sempre la stessa nota – tam-tam, la Ignota «originale», l’Eva – quella del «peccato» di ogni Adamo.

Dimmi: quanti endecasillabi ha dovuto tambureggiare Mastro Dante, per giungere – vecchio e stanco – al di là di tutti i miti, al di là della sua stessa poesia? e che cosa ha udito, una volta rientrato nel Tempio del suo ascolto?
Beatrice l’ha guidato al tam-tam della sua parola infantile. Beatrice che era sorta dal tamburo dei suoi versi, Beatrice che era nata da una fantasia del suo desiderio, Lei, l’ultima arrivata, l’ha guidato al di là di tutte le assonanze e di tutti gli artifici «poetici». surreal-via-statueBeatrice, figlia della sua Arte, l’ha portato per mano al di là dell’Arte. L’ha riportato all’Inizio – a balbettare la sillaba iniziale.
Paradosso?
No, miracolo – disse quel Tale – miracolo! Mia madre ha partorito suo padre!

Ecco perché Edipo c’entra, eccome se c’entra in questo Racconto. C’entra perché mischia le «parentele», e associa tra loro racconti del tamburo e racconti della sposa. C’entra perché confonde le fanciulle nubiane con le piume che adornano i tamburi sciamanici. C’entra, Edipo c’entra perché è vecchio e cieco. C’entra perché, invecchiando, è diventato, di nuovo, «tutto orecchio».

Non sarà l’Edipo di Freud, sarà casomai quello tirato in ballo da Nietzsche come l’Ultimo della Serie ispirata a una «mitologia dell’Uomo». Sarà quel che sarà, roba vecchia finché vuoi, ma – sai com’è – a chi «sorvola» i tempi e i luoghi, a chi «trasecola» i millenni, sembra pane fresco e, perché no?, a chi ha sete di assaporarla, la propria Sposa, se vuole, lascia sempre un otre pieno d’acqua fresca. Se Lei vuole, lascia sempre una traccia – là nel Trapassato remoto e rimosso. Prima che sul tam-tam danzasse altro che una tribù di desideri erranti nel deserto. Prima che nell’accampamento immaginale comparisse la prima Beatrice.

Edipo c’entra, perché – come ogni Uomo – solo da ultimo si spoglia della presunzione dei suoi occhi. C’entra, perché solo un cieco può riacquistare l’altra vista, e ritrovare la Traccia del suo antico nomadismo immaginale.
Solo ritrovandola, Edipo può giungere a comprendere nella sua «umanità» anche la «sventura» d’essere stato un uomo. Al di là di tutti i miti, al di là dunque del Mito dell’Uomo, al di là di tutti gli idoli narrativi, Edipo può rintracciare, non una, non due, ma molte volte il doppio, ambiguo, tracciato del suo tam-tam «originale».
Edipo può, come Mastro Dante, rientrare nel Tempio del suo udito – e il Cavaliere Nubiano riacquistare l’altra vista – invertendo tamburo e sposa, senso proprio e senso Edipo-Antigonefigurato, e riconoscendoli come entrambi scritti sopra il suo balbettio d’infante.
Entrambi «traslati» a significarsi vicendevolmente.

Suonata doppia: una volta è tamburo traslato sopra la sposa, e l’altra è sposa traslata sopra un vecchio tamburo. Così bisogna che sia nell’ordine delle parole, secondo la logica discorsiva.
La volta che è tamburo, e la volta che è sposa – non sono perciò due volte che a parole. Di fatto, è la stessa volta, e il tamburo e la sposa non sono che due potenze dello stesso Numero.

Un numero solitario non è nessun numero, molti numeri possono istituire una numerazione. Inizio e Termine – numero pari: e dunque c’è un «dio che ne gode». C’è un «godimento» a numerare. C’è dell’«erotico» che balla sulle note del Tamburo. Fa tam-tam. È facile prenderlo per amore!
Amore della Misteriosa, amore della Suonatrice, amore della Sconosciuta a cui ogni desiderio anela nella speranza di «pareggiarsi».

Mi manca.
Mio Padre dice che mi manca qualcuno o qualcosa.
Dice: vammi a prendere la luna, piccolo idiota!
Mio Padre mi dice di una mancanza. E mi dice: fammi vedere se sei capace di riempirla questa «assenza»!

Ma appena questo tam-tam provi a «pareggiarlo» con le parole del Racconto, se solo ti azzardi a tramare un discorso sul suo ordito misterioso – ecco: hai bisogno di due volte, per dire l’indicibile. Hai bisogno del Tamburo e della Sposa per dire che non è né l’Uno né l’Altra, e che è «udibile» solo nel Vuoto aperto tra Due «nomi di copertura».
Beatrice è uno Pseudonimo!
Perché non dovrebbe esserlo pure il Tamburo?

Ehrmann-Edipo-sfinge

Insomma, è solo un nudo e crudo tam-tam, un insignificante tam-tam, un piagnucoloso tam-tam, un monotono e sempre uguale tam-tam, la ripetizione di un tam-tam che, come dice il Poeta alle sue Amate, «di voi non vuole dire», che di voi non ha, non sa e non vuole dire che il suo proprio nulla «originale».
Originale non è sinonimo di «primo». Il peccato originale di Adamo non è semplicemente il primo peccato, di cui tutti gli altri sarebbero i secondi, i terzi e così via. È il peccato che dà «origine» all’uomo. Il peccato che si ripete, ed è sempre «originale», in ogni origine è il peccato che «origina» l’Uomo di cui, da ultimo, Edipo si duole.
Il peccato che non ha una seconda o una terza volta. È sempre quello della prima volta. Anzi, esso è il «c’era una volta», sempre uguale a se stesso, all’inizio di ogni favola.

Se, nel nostro pensare e parlare discorsivo, una sola volta, una volta isolata, non è mai una volta «dicibile», ma ha bisogno di opporsi, di contraddirsi, di differenziarsi da un’altra volta, per simulare un tracciato – nell’intimo tam-tam del nostro pensare e tamburello-Brindisiparlare sub-discorsivo, è sempre Quella Sola Volta Là che si ripete.
Non ha una storia da raccontare, non ha una memoria in cui serbare qualche sua reliquia, non ha un passato da cui differenziarsi.
È sempre Quella Sola Volta Là che si ripete.

Non è tamburo né sposa.
È tutt’e due che si partoriscono a vicenda, appena il Padre ti risucchia nella sua Langue. Vammi a prendere il tamburo, su vatti a cercare una sposa!
È il Padre che indica un tracciato, a partire da Lui alla volta di chissà dove.
È il Padre che pregiudica se è meglio che il Figlio vada in cerca di un tamburo o di una sposa.
Edipo, invece, è senza Padre.
Non ha che una volta, quella che «c’era una volta», su cui misurarsi.
Edipo ha solo un orecchio.
L’altro, ai tempi di van Gogh, se l’è tagliato.

(Aiguesmortes, Udite! Udite!)