Kordofan – Le difficili nozze del Faris

«Ti sei fatto grande – disse il padre al figlio. – Sei diventato ormai un Faris (un cavaliere). È ora che ti cerchi moglie».
Il figlio diede un’occhiata a tutte le ragazze del paese, ma per molto tempo non riuscì a trovarne una che gli piacesse.
Un giorno cavalcò nel deserto.
Giunse in un posto lontano, vide un accampamento e si avvicinò. Quella gente aveva un nubiana-dancetamburo, suonava e ballava. Tra i danzatori c’era una ragazza che al Faris sembrò più bella di qualunque altra avesse mai visto prima, e subito se ne innamorò.

Il Faris parlò alla ragazza. Il Faris le domandò: «Di dove sei?».
La ragazza disse: «Noi siamo nomadi e vaghiamo sempre. Quando arriviamo in un posto, ci chiediamo già dove andremo l’indomani».
Il Faris parlò a lungo con la ragazza. E la ragazza, quando fu il momento di congedarsi, gli disse: «Se una di noi lo vuole, si può sempre trovare la nostra traccia».
Si salutarono, e il Faris cavalcò verso casa.

Il Faris rimase a casa alcuni giorni. Poi disse fra sé: «Mio padre mi ha detto di cercarmi moglie. Andrò a cercare quella ragazza e la sposerò, perché mi piace. La ragazza mi ha detto che, se una di loro vuole, lascia una traccia del suo passaggio. Se lei mi ama come io amo lei, la troverò».
E così, il giorno dopo, sellò il cavallo, prese delle provviste e una borraccia d’acqua, e ritornò nel posto dove aveva visto per la prima volta la ragazza danzare fra le tende.

Quando vi giunse, trovò soltanto un ramo spoglio, a cui però era appeso un otre pieno d’acqua e un pane abbrustolito. Il Faris bevve l’acqua e mangiò il pane, poi si guardò intorno in cerca della traccia. E quando l’ebbe trovata, la seguì per tutto il giorno, finché non giunse in un altro posto, dove di nuovo trovò un otre d’acqua e un pane abbrustolito. E quando il terzo giorno seguì la traccia dell’Amata, la sera trovò di nuovo l’oltre e il pane appesi a un ramo secco, in un antico luogo d’accampamento.
Andò avanti così per venti giorni, finché la sera del ventesimo intuì d’essere ormai vicino alla carovana della sua Amata: il pane appeso all’albero era, infatti, ancora caldo. Perciò, invece di fermarsi a dormire, decise di proseguire il viaggio durante la notte.

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Si mise in cammino, ma nell’oscurità della notte perse di vista la traccia, e vagò a caso nel deserto, cavalcando di qua e di là, finché non si trovò dinanzi a un castello.
Entrò, legò il suo cavallo e andò nella casa. Vi trovò Sette Giovani Dormienti sdraiati su un angareb (lettiera). Il Faris passò accanto a loro, ed entrò in una seconda stanza. Qui giaceva una bella fanciulla. Il Faris vide che sull’altra sponda del suo giaciglio c’era ancora posto e, stanco com’era, si distese vicino alla fanciulla, ponendo tra sé e lei la sua spada.

Il Faris era così stanco che subito s’addormentò. La fanciulla, dopo un po’, si svegliò e, notata la spada, si alzò cautamente e andò dai giovani: «Fratelli! – disse piano. – Svegliatevi! Voi dormite, e nell’altra stanza è giunto uno straniero e si è disteso vicino a me sull’angareb, ma fra noi due ha messo la spada. Venite a vedere! è proprio un bell’uomo!».
I Sette Fratelli si spaventarono e corsero nella camera accanto. Ma quando videro il Faris, dissero: «Sorella, coricati e continua a dormire! A quanto pare, lo straniero non ha cattive intenzioni. Noi faremo a turno la guardia qui vicino, e se lui ti vuole fare qualcosa, tu grida e chiamaci!».
La fanciulla tornò a letto e si addormentò.

Il mattino dopo, quando il Faris si destò, i Sette Fratelli lo salutarono e gli offrirono il nubiana-kordofan-girlcaffè.
Il Faris disse: «Vi ringrazio. Sono venti giorni che viaggio sulle tracce di una gente che muta ogni giorno accampamento e fra cui c’è una bella fanciulla, che vorrei sposare. La notte scorsa ho perso la traccia e così sono capitato nel vostro castello. Ero così stanco che mi sono steso a dormire sulla sponda del primo angareb che ho visto libero».
«Oh – risposero i Fratelli. – Noi sappiamo di quale gente parli, e ti possiamo indicare la strada. Ma poiché è una gioia averti qui, una rara gioia in questa nostra vita piena di dolori, perché non ti trattieni qualche giorno con noi? Quando vorrai riprendere il viaggio, ti diremo noi da che parte cavalcare».

Il Faris accettò il loro invito, ma volle sapere la causa della loro afflizione.
E quelli gli confessarono: «C’è un uomo che vuole sposare a tutti i costi nostra sorella. Ma poiché è crudele, noi abbiamo rifiutato le sue richieste. Sicché, ora, ogni due giorni egli viene a combattere con noi. Ieri è stato di nuovo qui, e la lotta ci ha così sfiniti che non ci siamo accorti del tuo arrivo. La prossima volta che tornerà, lo sappiamo, sarà l’ultima per noi. Ecco perché vorremmo passare lietamente con te i nostri ultimi giorni di vita».

Il Faris disse: «Miei cari amici! Questa notte ho dormito così bene, che stamattina ho voglia di fare una cavalcata, com’è mia abitudine. Abbiate la bontà di mostrarmi in che direzione abitano i vostri nemici, perché possa evitarli».
I Sette Fratelli gli mostrarono la strada. Il Faris partì a cavallo dalla parte opposta ma, quando non fu più in vista del castello, fece un giro e cavalcò contro i nemici.
Quando i nemici lo videro avvicinarsi, l’assalirono in gran numero, ma il Faris uccise la gran parte di loro e, i pochi superstiti, li inseguì fino al loro accampamento.

Il Signore di quell’accampamento ne udì le grida, montò a cavallo e si lanciò al galoppo contro il Faris. Era crudele, quell’uomo. Era spietato e senza paura, ma quella volta dovette arrendersi alla spada del Faris. Dovette prostrarsi dinanzi a lui e, in cambio della vita, gli cedette tutti i tesori accumulati con le sue rapine.
Il Faris ebbe bisogno di molti asini per il loro trasporto. Una lunga carovana di schiavi e di bestie lo seguì sulla via del ritorno.

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Quando i Sette Fratelli videro apparire in una nube di polvere uomini e animali, pensarono che fosse il loro Nemico venuto con tutte le sue forze ad assalirli. Scoprirono invece, con loro grande sollievo e meraviglia, che era il Faris che tornava trascinando in catene l’indegno pretendente alla mano della loro sorella!
E quando il Faris ebbe loro donato tutti quei tesori, essi lo pregarono di non partire: «Hai combattuto tanto – gli dissero – e sei troppo stanco per metterti in viaggio».
Lo condussero nell’angareb della sorella, chiusero la porta e si ritirarono nel cortile. Quella notte, il Faris, malgrado la stanchezza, dormì davvero poco.

La mattina dopo, sellò il cavallo e, salutati i Fratelli, riprese la via che doveva condurlo dalla sua sposa errante. Viaggiò tutto il giorno e, al tramonto, quando ormai disperava di ritrovarla, udì delle voci provenire da dietro i cespugli.
Allora il Faris saltò a terra, legò il cavallo e guardò fra i rami. Vide gli stessi danzatori che aveva visto la prima volta, e in mezzo a loro, più bella di tutti, danzava la fanciulla di cui era innamorato.

Poi le danze, di colpo, cessarono. Il padre della ragazza radunò gli uomini e disse loro: «Voi tutti, miei giovani amici, mi domandate questa mia figlia in sposa. Ma io la posso nubiana-kau-womandare a uno soltanto di voi. Salite a cavallo e, l’uno dopo l’altro, passate rapidamente dinanzi a mia figlia. Nel passare ognuno di voi cerchi di afferrarla con una mano, sollevarla e prenderla con sé sul cavallo. Mia figlia seguirà come sposa soltanto colui che ci riuscirà! Provate, chi ci riesce».

I giovani salirono a cavallo e tentarono, l’uno dopo l’altro, di sollevarla, ma nessuno ci riuscì. E quando l’ultimo fu passato senza successo, il Faris balzò sul suo cavallo e si lanciò a gran velocità verso la fanciulla. E quando le fu vicino, la sollevò col braccio sinistro e, proseguendo a cavallo, la pose delicatamente sulla sella davanti a sé.
Il padre della ragazza allora disse: «Tu sei uno straniero, ma sei un vero Faris. Hai compiuto quello che mia figlia stessa aveva posto come condizione, e perciò puoi sposarla».
La fanciulla, da parte sua, aveva riconosciuto subito l’uomo per cui aveva lasciato ogni notte acqua e pane lungo la strada. Perciò fu molto contenta e si dichiarò pronta a seguirlo.

Trascorsa una quindicina di giorni nell’accampamento dei nomadi, il Faris e la sua sposa si misero in cammino.
Dopo pochi giorni, furono al castello dei Sette Fratelli, e questi furono felicissimi di accogliere lui e la sua nuova sposa. Gli prepararono una camera da letto, e la loro bella sorella si diede premura di stendere le stoffe migliori sull’angareb che doveva servire da giaciglio agli sposi.
Poi, i Sette Fratelli dissero: «Tu, nostro salvatore, hai salvato nostra sorella dalla crudeltà del Predone. Hai meritato tanto da lei e da noi, e hai saputo conquistare a tal punto la nostra amicizia, che ti diamo volentieri nostra sorella in sposa, purché tu lo desideri come lo desidera lei».

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La loro sorella, infatti, non s’era scordata della notte d’amore vissuta e goduta col Faris. Da allora non aveva potuto desiderare nulla di più bello.
Furono quindi celebrate le nozze, e per un mese intero si banchettò e si gioì, si cantò e si danzò ininterrottamente.
Trascorso quel mese, il Faris si preparò al ritorno in compagnia delle sue due mogli. Si congedò dai Sette Fratelli e, per accorciare il viaggio, partì per la via più breve.
La via più breve non era però la più facile. Questa via passava davanti a una fortezza che un tale Saidi Abd aveva costruito, usando come mattoni le teste degli uomini assaliti e uccisi su quella strada.

Quando il Faris vide questo edificio fatto di teschi, desiderando sfidare il suo costruttore, urtò con la lancia uno dei teschi, e questo rotolò fino ai piedi di Saidi.
Saidi s’infuriò e uscì subito a cavallo. Brandì la spada e si lanciò contro il Faris urlando: «Da anni aspetto di misurarmi con uno più forte di me».
Il Faris disse: «Sono io quello più forte che stavi aspettando! Difenditi!».
Kordofan-warriorsIl Faris e Saidi si scontrarono. Il Faris spezzò la spada a Saidi. Poi l’afferrò e lo sbalzò di sella.

Saidi allora disse: «Mio Faris, ero un uomo malvagio, perché nacqui schiavo, ma non trovai nessuno che fosse più forte di me. Ora tu mi hai vinto. Ti prego di lasciarmi la vita e di prendermi al tuo servizio. Credimi: non potresti trovare servo più fedele di me».
Il Faris rispose: «Vieni con me! Vedremo quel che valgono le tue parole e i tuoi atti».

E così il Faris poté rimettersi in cammino verso casa.
Immaginava la faccia che avrebbe fatto suo padre, vedendolo tornare non con una, ma con due spose, e in più questo schiavo che ora aveva al suo servizio.
E fu così. Il padre ne fu molto stupito e, sulle prime, si rallegrò col figlio. Quando però vide le due spose, fu turbato dalla loro bellezza e pensò: «Come? mio figlio prima non s’accontenta di nessuna donna del paese; poi porta in casa non una, ma due straniere, e ognuna di loro è infinitamente più bella di una fanciulla di qui! Io non avevo nulla di meglio di mio padre, e mio padre non ebbe nulla di più di mio nonno. Neanche mio figlio deve avere più di quel che ho io. Dunque lo farò uccidere, e mi prenderò le sue mogli».

Il padre disse al figlio: «Figlio mio, le tue case non sono abbastanza grandi e belle per le tue nobili spose. Domani ti darò dei servi. Con loro andrai nel bosco ad abbattere il legname per la tua nuova casa».
Il Faris chiamò il servo Saidi e gli disse: «Ora proverò se mi sei amico e servo fedele. Mio padre mi manda domani nel bosco con la sua gente. Ho visto come ha guardato le mie spose. Temo che stia meditando di uccidermi, per impadronirsi di loro. Io domani andrò nel bosco, ma tu non permettere a nessuno, chiunque sia, di entrare in casa nostra».
Intanto il padre così istruiva i suoi servi: «Domani andrete nel bosco con mio figlio. Quando sarete soli con lui, gettatelo a terra, cavategli gli occhi e trafiggetegli il cuore. A prova d’aver eseguito i miei ordini, portatemi i suoi occhi e una fiala del suo sangue!».

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Quando, l’indomani, il Faris e i servi di suo padre si furono inoltrati nel bosco, il capo dei servi gli saltò addosso e, avendolo gettato a terra, così gli parlò: «Ascolta, ci duole eseguire questi ordini. Tuo padre ci ha comandato di ucciderti e di portargli il tuo sangue e i tuoi occhi come prova. Il sangue, lo posso prendere altrove. Gli occhi, però, devi darmeli».
Il capo dei servi gli cavò gli occhi e se ne andò con gli altri. Sulla via del ritorno, uccisero una gazzella e riempirono una fiala del suo sangue. Sicché, tornati dal loro padrone, gli dissero: «Eccoti le prove! Guarda! Questo sono i suoi occhi, e questo è il suo sangue!».

Saputo della morte del figlio, il padre andò di corsa a prendere le due mogli. Ma davanti alla casa c’era Saidi che non lo lasciava entrare.
«Bene! – disse il padre. – Manderò degli uomini a ucciderti!».
Gli uomini vennero, ma Saidi li uccise a colpi di spada. Il padre ne mandò degli altri, ma anche questi altri furono uccisi dalla spada di Saidi. Ogni volta che il padre mandava altri uomini, la spada di Saidi li uccideva.

Intanto, il Faris vagava cieco nel bosco.
Una volta, mentre sedeva sotto un cespuglio, vide un serpente strisciare verso un nido. C’era un uccellino in quel nido e, alla vista del serpente, l’uccellino svolazzò ai piedi del Faris. Il Faris lo raccolse e lo depose su un ramo.
Dopo un po’ giunse un uccello più grande, la madre. E il piccolo pigolò: «Mamma! surreal-ciecoMamma! Se l’uomo cieco non mi avesse raccolto e messo qui, e se non avesse cacciato il serpente che m’inseguiva, sarei stato mangiato».
La madre disse: «Quest’uomo è cieco perché suo padre gli ha fatto cavare gli occhi e se li è fatti portare a casa, per metterli al sicuro in un angolo».
«Mamma – disse l’uccellino – tu sei così forte, non potresti volare fin laggiù e riportare gli occhi a quest’uomo?».
La madre disse: «Sì che posso, piccolo mio. Lo posso, e lo farò, perché costui ti ha salvato la vita».

L’uccello volò fino alla casa del padre del Faris. Cercò nel cortile e, in un angolo, nella polvere, ritrovò gli occhi del Faris. Allora l’uccello li raccolse, volò alla fontana e li lavò con cura. Poi li portò nella macchia, dove il Faris giaceva addormentato e glieli rimise.
L’uccello però si confuse: mise l’occhio destro nell’orbita sinistra, e il sinistro nella destra. La conseguenza fu che ora il Faris appariva assai più bello di prima, e perciò non lo si poteva riconoscere tanto facilmente.

Quando si svegliò, il Faris credette d’aver sognato tutta la sua disavventura, perché adesso apriva gli occhi e ci vedeva. Udì l’uccello cinguettare nei cespugli sopra la sua testa, ma non capì quello che l’uccello gli diceva.
Fece dunque ritorno a casa. Quando vi giunse, trovò Saidi sulla soglia. E poiché Saidi non l’aveva riconosciuto, si finse straniero e domandò: «Che cosa succede qui?».
«Non succede niente di speciale – rispose Saidi. – Sto qui a difendere la casa del mio signore che è in viaggio da un po’. Sto qui a difenderla dagli uomini che suo padre ogni giorno manda a combattermi. Oggi ho combattuto, e domani mi toccherà di nuovo combattere. So che domani combatterò contro il nemico del mio signore: uno che prima era amico del mio signore, ma che poi l’ha tradito. Non so altre novità».

Lo straniero disse: «Allora io, lo straniero, posso dirti novità più grandi! Il tuo signore, mio Saidi, è ritornato!».
Saidi balzò in piedi, e solo in quell’istante riconobbe il suo signore!
Il Faris disse: «Domani io stesso cavalcherò contro il mio nemico e lo farò prigioniero. Ma tu intanto cavalca a casa di mio padre. Ti ringrazio della tua amicizia. Rimarremo sempre amici!».
Poi il Faris entrò dalle donne.
Come aveva annunciato, così l’indomani avvenne.

[fonte: Frobenius, Storia delle civiltà africane]