Baudrillard – Il buon poema è quello di cui non resta nulla

La prima legge di Saussure (quella dell’«accoppiamento») non è affatto – lui stesso vi insiste – quella dell’allitterazione o ridondanza espressiva illimitata di questo o quel fonema. […]
L’accoppiamento è piuttosto la duplicazione calcolata, cosciente e rigorosa, che rimanda a uno statuto della ripetizione – non come accumulazione di termini – ma come surreal-accoppiamentoannullamento ciclico dei termini a due a due, come sterminazione mediante il ciclo del raddoppiamento. «Le vocali si accoppiano sempre esattamente, e devono sempre dare come resto zero» (Saussure).

E nella citazione emblematica che dà a questa legge: numero deus pari gaudet (Dio gode del numero pari) – è detto che, in un modo o nell’altro, lo stesso godimento è inseparabile, non dall’ammucchiamento dell’identico, dal rafforzamento di senso mediante l’addizione dell’identico, ma proprio dall’inverso, cioè dal suo annullamento mediante il doppio, mediante il ciclo dell’anti-vocale, dell’anti-gramma in cui l’elemento fonematico si annulla come in uno specchio.

La seconda legge di Saussure (quella che riguarda la parola-tema, ovvero quell’«anatema» che corre sotto il testo) dev’essere analizzata nello stesso senso. Si deve comprendere che non si tratta affatto di ripetere il significante originale, di riprodurne le componenti fonematiche in un testo.
«Si tratta, nell’ipogramma, di sottolineare un nome, una parola, ingegnandosi a ripeterne le sillabe, e dandogli così un secondo modo d’essere, artificioso, aggiunto per così dire all’originale della parola» (Saussure).

In realtà, il nome-tema si diffrange attraverso il testo. È in qualche modo «analizzato» dal verso e dal poema, dissolto nei suoi elementi semplici, decomposto come la luce d’uno spettro, i cui raggi difratti analizzano poi il testo. In altre parole, il corpus originale è disperso in «oggetti parziali».
Non si tratta quindi di un altro modo d’essere dell’identico, d’una reiterazione o d’una parafrasi, di un avatar clandestino del nome originale del dio. Ma piuttosto d’una esplosione, d’uno smembramento in cui questo nome è annientato. Non un «doppio artificiale» (a che scopo, se è per ridire la stessa cosa?), ma di un doppio smembrato, un corpo fatto a pezzi come quello di Osiride o di Orfeo.

Courtois-Orfeo-morte

Lungi dal rafforzare il significante nel suo essere, di ripeterlo positivamente, questa metamorfosi nelle sue membra sparse equivale alla sua morte in quanto tale, al suo annientamento. Per dirla tutta, c’è qui, sul piano del significante, del nome che lo incarna, l’equivalente dell’uccisione del dio o dell’eroe nel sacrificio.
È disarticolato, disintegrato nella sua morte nel sacrificio (eventualmente fatto a pezzi e mangiato) che l’animale totemico, il dio o l’eroe circola poi come materiale simbolico dell’integrazione del gruppo. Fatto a pezzi, disperso nei suoi elementi fonematici dentro questa uccisione del significante, il nome del dio assilla il poema e lo riarticola al ritmo dei suoi frammenti, senza mai ricostituirsi in quanto tale.

L’atto simbolico non consiste mai nella ricostituzione del nome del dio dietro perifrasi e distribuzione nel testo, mai nella risurrezione del significante.
Ha torto Starobinski quando dice: «Si tratterà di riconoscere e di riunire le sillabe direttrici, come Iside riuniva il corpo smembrato di Osiride». E ha torto Lacan quando dice: «Se l’uomo si trova aperto a desiderare altrettanti altri in se stesso quanti sono i surreal-sacrificionomi delle sue membra fuori di lui, se deve riconoscere altrettante membra disgiunte dalla sua unità, perduta senza mai essere stata, quanti sono gli essenti che di tali membra sono la metafora – si vede anche che è risolta la questione di sapere quale valore di conoscenza abbiano i simboli, perché sono queste stesse membra che gli fanno ritorno dopo aver errato per il mondo in una forma alienata» (Sulla teoria del simbolismo in Ernest Jones).

L’atto simbolico non è mai in questo «ritorno», in questa ritotalizzazione dopo l’alienazione, in questa risurrezione di una identità; è sempre, al contrario, in questa volatilizzazione del nome, del significante, in questa sterminazione del termine, in questa dispersione senza ritorno – è questa che rende possibile quella circolazione intensa all’interno del poema (come nel gruppo primitivo in occasione della festa e del sacrificio), che restituisce il linguaggio al godimento, e di cui anche qui non resta né risulta nulla.
Non è sufficiente tutta la turba delle categorie linguistiche per cancellare questo scandalo della perdita e della morte del significante, di questa agitazione febbrile del linguaggio che, come dice Bataille della vita, «chiede alla morte di esercitare a sue spese le sue devastazioni».

È qui, certamente, che i limiti che s’impone Saussure esplodono: questo principio poetico non vale soltanto per le poesie vediche, germaniche, latine, e non serve a nulla cercare, come ha fatto lui, una generalizzazione ipotetica della prova: è evidente che i poeti moderni non si sono mai dati una parola-tema generativa, se pure i poeti antichi l’hanno mai fatto – ma questa non è un’obiezione, perché è chiaro che, per tutte le lingue e per tutte le epoche, la forma individuata da Saussure è sovrana.

È chiaro per tutti – è l’evidenza del godimento – che il buon poema è quello di cui non resta nulla, in cui tutto il materiale fonico messo in gioco è consumato, e che viceversa il cattivo poema (o la non-poesia) è quello in cui c’è un residuo, in cui ogni fonema o difono surreal-arcateo sillaba o termine significante non è stato ripreso dal suo doppio, in cui non tutti i termini si sono volatilizzati né consumati in una reciprocità (o in un antagonismo) rigoroso, come nello scambio/dono primitivo, in cui sentiamo pesare ciò che resta, che non ha trovato il suo corrispondente, né quindi la sua morte e la sua assoluzione, che non ha trovato da scambiarsi nell’operazione stessa del testo: è in proporzione a questo residuo che noi sappiamo che un poema è cattivo, che è scoria di discorso, qualcosa che non ha divampato, che non s’è perso né consumato nella festa d’una parola reversibile.

Il resto è il valore.
Il resto è il discorso della significazione, il nostro linguaggio retto dalla linguistica. Tutto ciò che non è stato ripreso dall’operazione simbolica del linguaggio, dalla sterminazione del simbolico: ciò su cui si basa l’economia della significazione e della comunicazione.
È qui che produciamo e ci scambiamo dei termini, dei valori di senso, sotto la legge del codice.

Allo stesso modo s’inaugura il processo dell’economico: ciò che rientra nel circuito dell’accumulazione e del valore, è ciò che resta del consumo sacrificale, ciò che non si esaurisce nel ciclo incessante del dono e del contro-dono.
È questo resto che si accumula; è su questo resto che si specula; è qui che ha origine l’economico.

(Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte)