Laing – Lo spirito del giardino delle erbacce

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Sono nata sotto un sole nero.
Non sono nata, mi hanno schiacciata fuori.
Non è una cosa che si passa come niente.
Non sono stata allattata, sono stata soffocata. Non era mia madre. Io sulle madri sono schizzinosa.
Basta. Basta. Mi uccide. Mi sta tagliando la lingua.
Sono marcia, schifosa. Sono cattiva.
Tempo perso …

[…] Il «sole nero» (sol niger) è un simbolo della madre distruttiva, ed è in Giulia un’immagine ricorrente.
Le prime frasi appaiono sane. Ma improvvisamente la paziente è assalita da qualcuno, presumibilmente da questa cattiva madre, e irrompe in una crisi intrapersonale: «Basta! Basta!».
Rivolgendosi allora a me esclama: «Mi uccide». Segue un’auto-denigrazione difensiva, formulata con le stesse parole usate dalla cattiva madre nel condannarla: «Sono marcia, schifosa. Cattiva. Tempo perso …».

Le accuse contro sua madre aprivano sempre la strada a queste reazioni catastrofiche.
In un’altra occasione fece le solite accuse contro la madre, e la cattiva madre l’interruppe surreal-altalena-lunacon le solite accuse contro «quella bambina»: «Quella bambina è cattiva, quella bambina è perfida. Quella è tempo perso».
Allora io interloquii dicendo: «Giulia ha paura di essere uccisa da se stessa dicendo queste cose».
La scenata s’interruppe e «lei» disse piano: «Sì, è la mia coscienza che mi uccide. Ho avuto paura di mia madre tutta la vita e ce l’avrò sempre. Lei crede che io possa vivere?».

Questo discorso relativamente coerente mette in evidenza la continua con-fusione della sua «coscienza» e della sua madre reale. La sua cattiva coscienza era una cattiva madre che la perseguitava. […]
Giulia non era riuscita a far accettare realmente alla sua madre reale il suo bisogno di proiettare in lei una parte della sua cattiva coscienza: insomma, non era riuscita a farle veramente ammettere che nelle accuse di Giulia c’era un po’ di vero, il che le avrebbe permesso di vedere qualche imperfezione in sua madre, sollevandola almeno in parte dalle persecuzioni interne della sua «coscienza». […]

Il suo «io» sembrava ruotare intorno a un centro di raccolta che però, quando scattava la «catastrofe», diventava il «centro che non tiene». Insomma, sembrava un punto di riferimento per tutte le tendenze, centripete o centrifughe. Appariva come il nucleo veramente pazzo del suo essere: quell’aspetto centrale di lei che, così sembrava, doveva conservarsi caotico e morto perché lei non fosse uccisa.
Durante gli anni dell’ospedale le dichiarazioni di questo «io» si erano ormai confuse e ridotte a messaggi telegrafici continuamente ripetuti, che contenevano una gran quantità di significati.

Giulia diceva di avere dentro di sé l’Albero della Vita. Le mele di quest’albero erano i suoi seni. Aveva dieci capezzoli (le dita). Aveva anche «tutte le ossa di una brigata della fanteria leggera scozzese». Aveva tutto quello che le veniva in mente: tutto ciò che voleva surreal-sol-nigerl’aveva e non l’aveva, immediatamente, e allo stesso tempo.
La realtà non gettava la sua ombra, né la sua luce, su nessun desiderio o timore. Ogni desiderio trovava immediata soddisfazione; ogni timore poteva altrettanto istantaneamente essere cacciato.

Così Giulia poteva essere chiunque, dovunque, sempre.
«Io sono Rita Hayworth. Io sono Joan Blondell. Io sono una Regina Reale. Il mio nome di Regina è Giulianna». «Lei è autosufficiente – mi confessò una volta. – Lei è padrona di sé».
Ma questa padronanza di sé era un’arma a doppio taglio. Il suo io non aveva né libertà, né autonomia, né potere nel mondo reale. Proprio perché poteva essere la prima persona che le veniva in mente, non era nessuna.

«Io sono mille. Sono un’indinvidia. Sono una non una».
«Una non-una» voleva dire «nessuna singola persona», ma spesso diventava «nonnina», e questo aveva molti significati. Uno di questi era in contrasto con l’essere una sposa. Di solito mi considerava suo fratello, e chiamava se stessa la mia sposa, oppure la sposa della «bella vella vela vita», ossia della bella e vera vita.
Naturalmente, visto che a volte io e la vita eravamo per lei la stessa cosa, si sentiva spaventata dalla Vita, o da me. La Vita (io) la riduceva in poltiglia, le bruciava il cuore con un ferro rovente, le tagliava le gambe, le mani, la lingua, i seni.

La vita era concepita nei termini più violenti e distruttivi che si possano immaginare. Non si trattava di una qualità mia o di qualcosa che io avevo (per esempio il ferro rovente è un simbolo fallico). Si trattava di quello che io ero. Io ero la vita.
Pur avendo dentro di sé l’Albero della Vita, sentiva generalmente di essere la Distruttrice della Vita. Era perciò comprensibile che temesse di essere distrutta dalla vita.
Di solito rappresentava la Vita con simboli maschili o fallici, ma ciò che sembrava desiderare non era di essere un maschio, bensì di possedere un vasto armamentario di tutti gli strumenti sessuali dei due sessi: tutte le ossa del reggimento, i dieci capezzoli, ecc.

Sono nata sotto un sole nero.
Sono il sole d’occidente.

L’antica e sinistra immagine del sole nero le venne indipendentemente da qualunque lettura. Giulia aveva smesso di andare a scuola a quattordici anni, aveva letto pochissimo e non era particolarmente intelligente. È estremamente improbabile che si sia imbattuta in un accenno a questa immagine. […]

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Aveva sempre insistito che la madre non la voleva, e che invece di partorirla normalmente l’aveva schiacciata o scacciata fuori in qualche modo mostruoso.
Sua madre aveva «voluto e non voluto» un figlio maschio. Giulia era un «sole d’occidente», cioè un sole accidentale, cioè un solo accidentale: l’unico figlio maschio nato per accidente, che la madre, in un momento d’odio, aveva trasformato in femmina.
I raggi del sole nero la bruciavano e la scorticavano. Sotto il sole nero Giulia era come una cosa morta:

Io sono la steppa.
Lei è una città in rovina.

Le uniche cose viventi della steppa erano le bestie feroci; i topi infestavano la città in rovina. La sua esistenza era dipinta con immagini di totale, arida desolazione.
Questa morte esistenziale, questa «morte vivente» era il suo modo prevalente di essere nel mondo.

Lei è lo spirito del giardino delle erbacce.

In questa morte non c’era speranza, né futuro, né alcuna possibilità. Tutto era già accaduto. Non c’era piacere, né alcuna possibile soddisfazione, perché il mondo era vuoto e morto come lei.

La brocca è rotta, il pozzo è secco.

Era completamente inutile; non valeva niente. Non poteva credere che in qualche posto ci fosse una possibilità di amore.

È una delle tante ragazze che sono al mondo. Tutti dicono di volerla e non la vogliono. Io ora faccio una vita da puttanella da quattro soldi.

Ma come ella stessa ci ha detto, dava qualche valore a se stessa, anche se solo in maniera fantastica.
C’era una convinzione (che per quanto psicotica era pur sempre una forma di fede in qualcosa di valore che stava dentro di lei) che, nascosto o sepolto in lei, e finora non scoperto né da lei né da nessuno, ci fosse un qualcosa di grande valore.
Se si poteva andare nel profondo della buia terra si poteva scoprire «l’oro lucente», se si poteva mandar giù la sonda si poteva trovare «la perla sul fondo del mare».

(Laing, L’io diviso)