Afanasjev – Il Sole, la Luna e Corvo Corvonič

C’era una volta un vecchio e una vecchietta, che avevano tre figlie.
Il vecchio andò nel granaio a prendere il semolino; lo prese e lo portò a casa; in quel sacco c’era un buco; il semolino si versava, si versava.
Arrivò a casa.
Chiede alla vecchia: «Dov’è il semolino?», ma il semolino era uscito tutto.
mugnaio-sacco-farinaIl vecchio andò a raccoglierlo, e dice: «Se il Solicello mi scaldasse, se la Luna risplendesse, se Corvo Corvonič m’aiutasse a raccogliere il semolino: al Solicello darei la figlia più grande, alla Luna la mediana, e a Corvo Corvonič la più giovane!».

Il vecchio cominciò a raccogliere; il Sole riscaldò, la Luna illuminò e Corvo Corvonič l’aiutò a raccogliere il semolino.
Andò a casa il vecchio, e disse alla figlia più anziana: «Vestiti per benino e va’ sul balconcino!». Quella si vestì, uscì sul balcone, e il Sole se la portò via.
Anche alla figlia mediana ordinò di vestirsi per bene e mettersi sul balcone. Quella si abbigliò e uscì, la Luna l’afferrò e se la portò via.
Alla più piccola disse pure: «Metti un bel vestitino, ed esci sul balconcino!», e lei si vestì e si mise al balcone; Corvo Corvonič la prese e la portò con sé.

Dice il vecchio: «Quasi quasi vado a far visita a un genero».
Andò dal Solicello; arriva, e il Solicello dice: «Cosa posso offrirti?».
«Non voglio niente».
Il Solicello disse alla moglie d’approntare dei tortelli. La moglie li preparò. Il Solicello si posò sul pavimento, la moglie gli mise sopra una padella, e così frissero i tortelli.
Il vecchio si saziò.

Tornato a casa, ordinò alla vecchia di preparare dei tortelli; si sedette sul pavimento, e disse di mettergli addosso la padella coi tortelli.
«Come vuoi che si cuociano sopra di te?», dice la vecchia.
«Non ci pensare – dice. – Mettila, ché si cuoceranno».
La vecchia ce la mise, ma per quanto aspettasse non si cossero affatto, s’inacidirono soltanto. Niente da fare, la vecchia mise la padella sulla stufa; frisse i tortelli e li mangiarono.

Il giorno dopo, il vecchio andò a far visita a un altro genero, alla Luna.
baba-yaga-tristeArriva. Dice la Luna: «Cosa posso offrirti?».
«Io – risponde il vecchio – non voglio niente».
La Luna riscaldò il bagno per lui.
Dice il vecchio: «Certo sarà buio nel bagno!».
Ma la Luna a lui: «No, è chiaro, va’!».
Il vecchio entrò nel bagno, la Luna ficcò il mignolo in un buchino e il bagno fu inondato di luce. Il vecchio si strofinò ben bene; torna a casa e dice alla moglie di riscaldare il bagno di notte.

La vecchia lo scaldò; allora lui le disse di entrare e lavarsi.
Dice la vecchia: «Ma è buio lavarsi adesso».
«Va’, ché sarà chiaro!».
La vecchia andò e il vecchio, che aveva veduto come aveva fatto la Luna per illuminare il bagno, fece un buchetto nella parete e ci ficcò dentro il suo mignolo. Ma tutto restò buio!
La vecchia, dagli a gridare: «È buio!». Niente da fare, dovette andare a prendere uno stecco di legno acceso, e a quella luce si lavò.

Il terzo giorno il vecchio andò da Corvo Corvonič.
«Dunque, cosa posso offrirti?», chiede Corvo Corvonič.
«Io non voglio niente», dice il vecchio.
«Be’, andiamo almeno a dormire sullo staggio».
Corvo Corvonič lo coprì con la sua ala. Appena il vecchio si fu addormentato, essi caddero e insieme morirono.

(Afanasjev, I due Ivan)

***

Il Corvo «sta» alla fine di un mondo.
L’abbiamo appreso dalla tradizione apollinea. Una volta il Corvo aveva le piume bianche, ma da quando, invece dell’acqua che il dio gli aveva mandato a prendere, riportò ad Apollo solo chiacchiere, solo «voci infedeli», solo brutte notizie a proposito dell’«infedeltà» di Coronide – da allora il Corvo non è più il Corvo. Da allora è un altro corvo-corvonicCorvo: è Corvo Corvonič, Corvo «figlio di Corvo», e ha le piume nere, e da messaggero di luce qual era il suo Antenato, è diventato un qualunque uccello di malaugurio e di morte.
Da allora chiunque, come il vecchio della nostra favola, trovi rifugio sotto la sua ala – deve lasciare questo mondo.

Ma, dico io, come fa a essere ancora una favola se, invece del solito «vissero felici e contenti», ci sbatte in faccia il suo «tragico» epilogo?
E quale sarebbe questo epilogo?
Oh, niente di complicato! La favola dice semplicemente che il vecchio deve lasciare il nuovo mondo. Dice che il vecchio Mito deve consegnarsi alla Favola che nasce dalle sue ceneri, e che se vuole in qualche modo continuare a raccontarsi, deve trapassare nelle nuove forme narrative. Insomma: deve lasciare la sua eredità alle Tre Figlie.

Tutto ciò che sappiamo di questo vecchio, è che col suo sacco bucato va dal Granaio a casa sua. Va nel Granaio, vi prende del semolino, e suo malgrado lo sparge sulla via: sulla Via Lattea, dicono gli «scienziati»! no, quella è la Via del Tao, è la Via Stretta del Vangelo, è la tarîqat dei sufi, si affrettano a obiettare gli «spirituali»!
Macché: quella è la Via che dalle oscure e perverse connessioni inconsce mena dritto alla «coscienza», dicono dal canto loro i «dottori». Dicono che dall’Inconscio essa conduce a quel Mondo di Mezzo, o Preconscio come lo chiama Freud, per gettarvi le fondamenta della «casa» più antica della nostra individualità.

Ma tu lascia stare, non t’infilare in questo falso problema! perché scienziati, spirituali e dottori d’ogni tempo e luogo, non sono che i discendenti delle Tre Figlie del Vecchio Mito.
Una ha sposato il Sole, l’altra la Luna, e la più piccola Corvo Corvonič. Una conta per dodici, l’altra per tredici, e la più piccola per sessanta. Tutt’e tre sono state nutrite di quel poco di semolino che il Vecchio riusciva a portare «in salvo» dal Granaio fino a casa. Il «resto» è servito a tracciare una via.

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In quanto al Granaio, sappiamo da altri racconti che vi sono ammassati gli innumerevoli semi dell’Universo, che vi sono caoticamente raccolti, in disordine, confusi e indiscernibili gli «atomi» del Mondo a venire. E sappiamo (dai Dogon in particolare) che ad «amministrarli» fu il Vecchio Maestro di Parola, il Primo a tenerne il conto, il Primo a tenerli in conto, il Primo a contarli e a raccontarli (che poi era la stessa cosa, dal suo vecchio punto di vista).

Dunque qui non si narra che del tramonto del Vecchio «contatore» (mitico), giunto a doversi dividere nelle sue discendenze narrative, prima di togliere per sempre il disturbo e sparire dalle nostre «trinità» più o meno consce.
Lui, l’Omissis – Colui che dal Molteplice ha estratto un Tutto – deve essere rimosso, dimenticato, messo da parte, affinché il nuovo mondo funzioni e sia «sensato».

È alla Stazione del Corvo che il Vecchio «si traduce» nel nuovo.
Il Vecchio è indicibile – non si può e non si deve dire. Ma allora come farà a parlare?
Non parla la più antica «lingua del fuoco»: non è una pietra che, esposta al sole, diventi surreal-corvo-lampionedi fuoco, e perciò, per quanto lui volentieri si sottoponga alla prova «culinaria», non è buono a cuocere né tortelli né frittelle. In realtà, tutto ciò che lui tocca rimane incommestibile.
Non parla neanche la seconda «lingua del fuoco» di cucina: non è una pietra che da sé sola produca la scintilla, perché gli manca quel mignolo magico che è proprio ed esclusivo della sua figlia «tiepida».

Ecco: il Vecchio può «tradursi» solo nella terza e ultima «lingua del fuoco», quella della «cenere», quella dei «resti», di cui s’incarica la Terza e Ultima Parola, quella di Corvo Corvonič – la Parola che «tradisce» Se Stessa. Quella che, come la fenice, rinasce dalla sua propria morte.
Sta’ a sentire: il Vecchio è indicibile, e tuttavia il Corvo «attraverso un certo disordine, certe rotture, certe discordanze intenzionali» riesce lo stesso a dire quel che non si può e non si deve dire. Perciò, il Vecchio trova posto sotto la sua ala. Perché solo il Corvo gli dà un’ultima chance.
Quella chance che Apollo e Diana non concessero a Coronide – quella Dioniso invece la concesse al Corvo.

Il Corvo parla male, straparla, parla a vanvera, dice cose di cui farebbe bene a tacere. Lo dice pure Ovidio: la «loquacità» è il suo peccato. Lo conferma ai giorni nostri Derrida: la nostra cultura è fonocentrica – non si capisce perché, ma è un fatto che, di tutti i linguaggi a sua disposizione, ha prediletto quello «vocale».
Ma proprio perché parla male, proprio perché «maledice» quel che piuttosto andrebbe benedetto, proprio per questo alla sua Stazione il Vecchio ha una chance di sopravvivere corvo-ramoalla sua morte.

La Lingua di Corvo Corvonič ammette l’Errore, è aperta alle eccezioni, alle fughe e alle devianze, e si lascia attraversare dai lapsus. Se è un sacco, non è meno bucato del sacco con cui il Vecchio andava per la Via Lattea a fare il suo carico di semi al Granaio o al Mulino dei cieli.
È così che nella Parola infantile giunta al tramonto, si profila una prima forma «discorsiva». Il Discorso, il nuovo logos, si organizza intorno ai lapsus. Entrando e uscendo dai buchi della sua ragnatela, gli sforzi, le ripetizioni del (vecchio) soggetto «linguistico», giungono a costruire quel Tempio del dire, di cui il Vecchio sarà la «pietra angolare».

Ci sono in quella Parola antica, avanzano di quella Parola infantile dei «resti».
Sono caduti dal sacco bucato del Vecchio. Sta al Corvo dargli uno «staggio», su cui reggersi o, meglio, da cui regolare il traffico, l’andirivieni del vecchio e del nuovo.

Che cosa dice Freud nella sua prima definizione della Übertragung?
Ci parla dei Tagesreste, dei resti diurni, che sono, dice, disinvestiti dal punto di vista del desiderio. Sono, nel sogno, forme erranti, divenute per il soggetto di minore importanza e svuotate del loro senso.
È dunque un materiale significante.
Il materiale significante, fonematico, geroglifico, ecc., è costituito da forme decadute dal loro senso proprio e riprese in un’organizzazione nuova attraverso la quale un altro senso trova di che esprimersi.
È esattamente questo che Freud chiama Übertragung.
(Lacan, Il Seminario: 1)

Un transfert, una traslazione del vecchio significante, un trasporto tale che lo «sottoponga» e, insieme, l’assoggetti al nuovo – ecco ciò che del Vecchio avviene alla Stazione del Corvo.
La Parola infantile giunge al Dicere Umano, entra cioè nella Forma Discorsiva coniugata alla sua Terza Figlia, riesumando l’Omissis. Usando il «morto» per dire il «neonato», accogliendo sotto la sua ala il «vecchio» mito, riesce infine a organizzare un primo nucleo «fiabesco».
Sotto quell’ala, dicono i Dogon, è la tomba della risurrezione (linguistica).