Kierkegaard – A chi vuole scrivere un libro

A mio parere chi vuole scrivere un libro, farebbe bene a riflettere parecchio sull’argomento che intende trattare. Non sarebbe male se si procurasse, per quanto è possibile, la conoscenza di quanto prima di lui è stato scritto sullo stesso argomento.
Se egli, per questa via, incontrasse un individuo che avesse trattato in modo esauriente surreal-lettorequalche aspetto del problema, dovrebbe rallegrarsi, come fa l’amico dello sposo (Giovanni, 3: 29) quando si ferma ad ascoltare la sua voce.

Una volta che ha fatto questo in perfetto silenzio e con l’entusiasmo dell’innamoramento che sempre cerca la solitudine, allora non c’è più bisogno di altro; scriva pure liberamente il suo libro, come l’uccello gorgheggia il suo canto, e se c’è qualcuno che ne trae vantaggio o piacere, tanto meglio; lo pubblichi senza pensieri e preoccupazioni, senza darsi delle arie come se avesse detto l’ultima parola e come se tutte le generazioni della terra dovessero essere benedette nel suo libro (Genesi, 22: 18).

Ogni generazione ha il suo compito e non ha bisogno di tormentarsi per voler essere tutto, per le generazioni che la precedettero e per quelle che la seguiranno.
Ogni individuo in una generazione ha, per così dire, ogni giorno la sua pena ed abbastanza da badare a se stesso, senza bisogno di abbracciare tutto il mondo contemporaneo con la sollecitudine d’una paterna sovranità, senza pretendere di cominciare un’era o un’epoca col suo libro; ancor meno con la fiaccola di Capodanno della sua profezia e con le mirabolanti profezie che sarebbero da vedere nei suoi accenni o col dare la propria assicurazione a garanzia d’una valuta di dubbio valore.

Non ognuno che ha la schiena arcuata, è per questo un Atlante o è perciò in grado di portare sulle spalle il mondo; né «chiunque dice: Signore! Signore! entrerà nel regno dei cieli» (Matteo, 7: 21); non ognuno che si offre garante di tutta la sua epoca, ha dimostrato surreal-bookcon ciò di essere un uomo fidato che può dar garanzia di se stesso; non chiunque grida: «bravo, accidenti, perbacco, bravissimo!» ha capito per questo se stesso e la propria ammirazione.

Quanto alla mia propria povera persona, confesso con tutta sincerità che io, come scrittore, sono un re senza terra; ma anche, con timore e molto tremore, uno scrittore senza pretese.
Se a una gelosia nobile, a una critica zelante sembra un’esagerazione che io porti un nome latino, sarò ben contento di assumere il nome più comune di Christen Madsen, poiché desidero moltissimo di essere considerato un profano che specula certamente, ma nello stesso tempo è molto lontano dalla speculazione hegeliana anche se nella mia fede nell’autorità io sono tanto devoto quanto erano tolleranti i Romani nel loro culto di Dio.

Quanto all’autorità umana, io sono un veneratore di feticci e adoro con devozione uguale chiunque, purché a suon di tamburo venga sufficientemente fatto noto che è proprio lui che io devo adorare, che egli ha l’autorità e l’imprimatur di quest’anno.
A fare una scelta la mia intelligenza non arriva, sia che la scelta si faccia col sorteggio o col ballottaggio, sia che la dignità della carica venga data a turno e il singolo occupi il suo seggio di Autorità come un deputato borghese in una commissione arbitrale.

Non ho altro da aggiungere fuorché offrire a chiunque condivida il mio punto di vista come a chiunque non lo condivida, a chiunque legga il libro come a chiunque si accontenti della prefazione, un sincero augurio di prosperità!

Con la massima riverenza

VIGILIUS HAUFNIENSIS

(Kierkegaard, Il concetto di angoscia: Prefazione)