Baudrillard – L’anagramma di Saussure

Anche nel campo del linguaggio esiste il modello d’uno scambio simbolico, qualcosa come il nocciolo di un’anti-economia politica, luogo di terminazione del valore e della legge: il linguaggio poetico.
In questo campo di un’anti-discorsività, d’un aldilà dell’economia politica del linguaggio, Les Anagrammes di Saussure costituiscono la scoperta fondamentale. Colui stesso che de-Saussurefornì più tardi alla scienza linguistica le sue armi concettuali, aveva in precedenza, nei suoi Cahiers d’anagrammes, individuato la forma antagonistica d’un linguaggio senza espressione, al di là delle leggi, degli assiomi e delle finalità che gli assegna la linguistica – la forma di un’operazione simbolica del linguaggio, vale a dire non di un’operazione strutturale di rappresentazione mediante segni, ma, proprio all’inverso, di decostruzione del segno e della rappresentazione.

Il principio di funzionamento individuato da Saussure non pretende d’essere rivoluzionario. Solo la passione nell’identificarlo come struttura accertata e cosciente di testi remoti, vedici, germanici, saturni, solo la passione che egli mette nell’accertarne la prova è proporzionata alla portata fantastica della sua ipotesi.
Lui stesso non ne tira alcuna conseguenza radicale o critica, né pensa mai per un istante a generalizzarla sul piano speculativo, e quando la prova gli farà difetto, abbandonerà questa intuizione rivoluzionaria per passare all’edificazione della scienza linguistica.

Forse è soltanto adesso [1976], al termine di mezzo secolo di sviluppo ininterrotto di questa scienza, che noi possiamo trarre le conseguenze dell’ipotesi abbandonata da Saussure (ma soprattutto accuratamente «dimenticata» e deprezzata da tutta la linguistica), e comprendere in quale misura essa getti anticipatamente le basi d’un decentramento di tutta la linguistica.
Le regole del poetico individuate da Saussure sono le seguenti:

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Legge dell’accoppiamento (couplaison):
1. Una vocale può figurare nel saturnio solo se ha la sua controvocale in un posto qualsiasi del verso (cioè la vocale identica, e senza transazione sulla quantità …). Ne risulta che, se il verso ha un numero pari di sillabe, le vocali si accoppiano esattamente, e devono sempre dare come resto zero, con un numero pari per ogni tipo di vocale (…).
2. Legge delle consonanti. È identica, e non meno rigorosa (…), c’è sempre un numero pari per qualsiasi consonante (…). Ma la cosa va tanto lontana che:
3. Se c’è un qualsiasi residuo irriducibile, sia nelle vocali (versi pari) sia nelle consonanti (…), contrariamente a ciò che si potrebbe credere, questo residuo non è affatto «assolto», fosse anche una semplice e (…); lo si vede allora riapparire nel verso successivo, come nuovo residuo corrispondente al «troppo pieno» del verso precedente.

Legge della parola-tema:
Nella composizione del verso, il poeta mette in opera il materiale fonico fornito da una parola-tema (…)
Uno (o più) versi anagrammano un’unica parola (in generale un nome proprio, quello d’un dio o d’un eroe), costringendosi a riprodurne in primo luogo la sequenza vocalica.
«All’ascolto di uno o due versi saturni latini, F. de Saussure sente elevarsi a poco a poco i fonemi principali d’un nome proprio» (Starobinski, Le parole sotto le parole).
BPK 57.250Saussure: «Si tratta, nell’ipogramma, di sottolineare un nome, una parola, ingegnandosi a ripeterne le sillabe, e dandogli così un secondo modo d’essere, artificioso, aggiunto per così dire all’originale della parola».

TAURASIA CISAUNA SAMNIO CEPIT (SCIPIO)

AASEN ARGALEON ANEMON AMERGATOS AUTME (AGAMEMNON)

Queste semplici regole si ripetono incessantemente in molteplici varianti.
A proposito dell’allitterazione, regola alla quale si credeva di poter riferire tutta la poesia arcaica, Saussure afferma che non è che un aspetto «d’un fenomeno più vasto e importante», dato che «tutte le sillabe allitterano, o assonano, o sono comprese in una qualche armonia fonica».
I gruppi fonici «si fanno eco»: «interi versi sembrano un anagramma d’altri versi precedenti, anche a grande distanza nel testo»; «i polifoni riproducono visibilmente, quando ne hanno l’occasione, le sillabe d’una parola o d’un nome importante, che o figura nel testo, o si presenta naturalmente alla mente grazie al contesto»; «la poesia analizza la sostanza fonica delle parole sia per farne delle serie acustiche, sia per farne delle serie significative, quando si allude a un certo nome» (il nome anagrammato).

In breve, «nel verso, tutto corrisponde, in un modo o nell’altro»; i significanti, i fonemi, corrispondono tra loro lungo il verso, o il significato nascosto, la parola-tema, si fa eco da un polifono all’altra, «sotto» il testo «manifesto».
Le due regole possono d’altronde coesistere: «Ora congiuntamente all’anafonia, ora fuori da qualsiasi nome che si imita, c’è una corrispondenza di tutti gli elementi, che si traduce in un esatto accoppiamento, cioè una ripetizione in numero pari».

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Saussure esiterà tra i termini «anagramma», «antigramma», «ipogramma», «paragramma», «paratesto», per designare questa «variazione sviluppata che lascerebbe intravvedere, a un lettore perspicace, la presenza evidente, mai dispersa, dei fonemi conduttori» (Starobinski).
Nella prosecuzione di Saussure, si potrebbe proporre il termine ANATEMA, che è originalmente l’equivalente di un ex voto, d’una offerta votiva: quel nome divino che corre sotto il testo è proprio la dedica del testo, il nome di chi lo dedica e di colui al quale è dedicato.

Queste due leggi sono apparentemente molto povere rispetto a tutto ciò che si è potuto dire sull’«essenza» del poetico. Inoltre, esse non tengono alcun conto della «riuscita» poetica, del godimento proprio dei testi, o del loro «valore» estetico.
Saussure non sa che farsene dell’«ispirazione» del poeta né dell’estasi del lettore. Forse non avrebbe nemmeno mai preteso l’esistenza di un qualche rapporto tra le regole che scopriva (credeva di osservarle, punto e basta) e l’eccezionale intensità che si è sempre stati d’accordo nel riconoscere alla poesia.

Limitando la sua prospettiva a una logica formale del significante, egli sembra lasciare agli altri – psicologi, linguisti, poeti – l’incarico di cercare il segreto del godimento poetico surreal-pianista– ciò che essi hanno sempre fatto unanimemente – nella ricchezza del significato, nella profondità dell’«espressione».
È tuttavia Saussure, e soltanto lui, che ci dice che ne è del godimento che ci proviene dal poetico – godimento in quanto esso viola le «leggi fondamentali della parola umana».

Davanti a questa sovversione della loro disciplina, i linguisti si sono rifugiati in un paradosso insostenibile. Riconoscono, come Roman Jakobson, che «l’anagramma poetico infrange le due leggi fondamentali della parola umana, proclamate da Saussure, quella del legame codificato tra significante e significato, e quella della linearità dei significanti» («I mezzi del linguaggio poetico sono in grado di farci uscire dall’ordine lineare» o, come riassume Starobinski, «si esce dalla consecutività propria del linguaggio abituale») – e allo stesso tempo affermano che «Saussure apre, nelle sue ricerche, delle prospettive inaudite allo studio linguistico della poesia».

Modo elegante di recuperare il poetico come campo particolare del discorso, di cui la linguistica conserva il monopolio. Che importa se il poetico nega tutte le leggi della significazione? Lo si neutralizzerà conferendogli diritto di cittadinanza linguistica, imponendogli di obbedire al medesimo principio di realtà.
Ma che cos’è un significante o un significato che non sono più governati dal codice d’equivalenza?
Che cos’è un significante che non è più governato dalla legge di linearità?
E che cos’è una linguistica senza tutto questo?
Nulla (ma si vedranno le contorsioni che essa fa per riparare questa violenza).

Dalla prima legge di Saussure (accoppiamento), se la cava adducendo la ridondanza del significante, cioè la frequenza di un determinato fonema o polifono, superiore nel linguaggio poetico alla media del linguaggio corrente, ecc.; dalla seconda legge kandinsky-disegno(propriamente anagrammatica), se la cava invocando il nome «latente» (Agamemnon) come secondo «significato» d’un testo che lo «esprime» e lo «rappresenta» pur sempre, congiuntamente al significato «manifesto» («uno stesso significante sdoppia i suoi significati», dice Jakobson): tentativo disperato di salvare, sia pure attraverso un gioco più complesso, la legge del valore linguistico e le categorie essenziali del modo di significazione (significante, significato, espressione, rappresentazione, equivalenza).

L’immaginario della linguistica cerca di annettersi il poetico e pretende anzi di arricchirne la sua economia, quella del termine e del valore.
Ma contro di essa, e restituendo alla scoperta di Saussure tutta la sua importanza, bisogna dire che il poetico è al contrario un processo di sterminazione del valore.
La legge della poesia è in realtà di far sì, secondo un processo rigoroso, che non resti nulla. In questo si oppone al discorso linguistico che, invece, è un processo di accumulazione di produzione e distribuzione del linguaggio come valore.

Il poetico è irriducibile al modo di significazione, che è semplicemente il modo di produzione dei valori linguistici. Essendo irriducibile alla linguistica, esso costituisce la scienza di questo modo di produzione.
Il poetico è l’insurrezione del linguaggio contro le sue stesse leggi. Lo stesso Saussure non ha mai formulato questa conseguenza sovversiva. Ma gli altri hanno ben valutato ciò che c’era di pericoloso nella semplice formulazione di un’altra operazione possibile del linguaggio.
È per questo che hanno fatto di tutto per restaurare quest’ultimo secondo il loro codice (calcolo del significante come termine, calcolo del significato come valore).

(Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte)