Caucaso – ‘Adeyho e i suoi due sposi

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In alto fra le montagne, al di sopra di una parete rocciosa, alle sorgenti dell’impetuoso fiume Yenĵ’eĵ’, su una roccia scoscesa, si elevava una fortezza. Là vivevano un uomo e la sua donna, della stirpe dei Narti. L’uomo compiva continue razzie, che erano tutte coronate dal successo: per questo aveva ricevuto il nome di Psebede («dall’anima forte»).
Ma se Psebede riusciva nelle sue imprese, era grazie all’aiuto della sua sposa, la bella ‘Adeyho simile al sole. Quando Psebede partiva per le sue spedizioni, ‘Adeyho si sedeva alla finestra della torre e tendeva attraverso la finestra le sue bianche mani, che irradiavano luce.

Sicché, nella notte più scura, quando l’uomo non può contare sui suoi occhi acuti, o nel giorno più fosco, quando il mondo sparisce sotto la nebbia, ‘Adeyho tendeva attraverso la finestra le sue mani di luce, e la notte scura si rischiarava d’un bel chiaro di luna, il giorno fosco lasciava il posto a un giorno risplendente, pieno di sole.
Perciò questa donna Narta si chiamava col nome di ‘Adeyho, che significa «dalle mani rischiaranti».

Quando, la notte, con gli avversari alle costole, Psebede tornava da una razzia, sospingendo davanti a sé branchi di cavalli maculati, dall’alto della roccia dove si donna-di-luce-aquiladrizzava la fortezza, ‘Adeyho lanciava un ponte di tela sopra la vallata dai dolci pendii, poi tendeva dalla finestra le sue mani risplendenti, che guidavano Psebede come un faro.
Non appena egli aveva fatto passare i cavalli, lei ritirava il ponte e nascondeva le sue mani di luce. Si faceva allora una notte d’inferno e quanti inseguivano Psebede, non scorgendosi più l’un l’altro, non trovando guadi, non sapendo come superare il fiume, se ne ritornavano con la loro rabbia impotente: che altro potevano fare in una simile oscurità? Andare a buttarsi, ad annegarsi nell’impetuoso Yenĵ’eĵ’?

Questi successi ininterrotti riempirono Psebede di presunzione.
Un giorno, egli si vantò: «È straordinario come sono fortunato nelle mie razzie! Persino dal paese dei Giganti con un occhio solo io ritorno con ricchi bottini, senza mai perdermi! E non parliamo dei Čint: non una volta che siano riusciti a raggiungermi, tanta rapidità e audacia io metto nell’attraversare l’impetuoso Yenĵ’eĵ’! In verità, i Narti hanno proprio ragione a dire che il valore maschile fa dei miracoli! E se si guarda per il mondo, si trova forse qualcuno pari a me in coraggio?».

Così Psebede si vantava, a lungo, e le sue fanfaronate prima annoiarono ‘Adeyho, poi la irritarono, poi la indignarono.
Ella non poté più trattenere la collera e sbottò: «Fanfarone, non sta bene a un Narto vantarsi in questo modo! Non potresti almeno accennare alla persona che divide con te gli infortuni e gli allarmi?».
Ma, quando cominciava a vantarsi, Psebede non si fermava più: «Io compio le mie razzie da solo, non ho compagni con cui dividere allarmi e infortuni! Io vado da solo dove uno squadrone di Narti arriva solo con enorme fatica!».

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‘Adeyho scosse la testa: «Non per niente la gente dice: “Non fa fatica a proclamarsi coraggioso quello il cui coraggio non ha incontrato l’ora difficile”. Non uno degli eroi Narti il cui coraggio è riconosciuto da tutti oserebbe vantarsi così parlando a una donna! Eppure, fra questi eroi, ce ne sono alcuni più forti e più virili di te: pensa solo a Sewsereqoe! Tu passi la vita a vantarti, a vantare solamente te stesso, e io mi consumo dalla vergogna ascoltandoti, e i miei capelli intanto imbiancano».
Le parole della moglie colpirono il fanfarone al cuore. Non rispose. Furente, montò sul cavallo e partì. Ma, attraversando la porta esterna, non si trattenne più e, girando bruscamente la testa, gridò: «Pezzente, ti farò vedere cos’è il coraggio di un Narto!».
E partì …

[Ed ecco Psebede partito per una lunga, troppo lunga spedizione. Una spedizione in tre tempi: dai Giganti monocoli, poi dai Čint (una popolazione leggendaria accostata a diverse tribù caucasiche dell’antichità) e infine dagli Yesp, minuscoli nani, invisibili sui loro cavalli, ma temibilmente forti. La spedizione è disastrosa: non che i paesi visitati siano sprovvisti di materia di saccheggio, branchi di cavalli selvaggi o bestiame domestico. Al contrario.
Ma la sua rottura con ‘Adeyho ha provocato, contro Psebede, una coalizione di tutta la natura, come se la donna dalle mani luminose fosse misteriosamente protetta non solo donna-schienadal Sole, ma dai signori delle piogge, delle tempeste e della nebbia. Perfino il suo fedele cavallo prende le difese della sposa maltrattata: non ha più forze, non indovina più il pensiero, non obbedisce più.
Non c’è neppure la pelliccia di feltro, un tempo amorosamente confezionata da ‘Adeyho, che non lo tradisca, lasciando passare sia i rovesci di pioggia, sia l’ardore disseccante dei raggi del sole.
‘Adeyho d’altra parte non dirige tutta questa macchinazione: chiusa nella sua torre si annoia, si distrae come può, sicché a un certo momento, dimenticando l’offesa e portata dall’abitudine, ella rischiara la strada a suo marito; ma si riprende presto e, imbronciata, ritira dalla finestra la sua mano di luce.
Inseguito dagli Yesp, Psebede si getta col cavallo nello Yenĵ’eĵ’, dove l’uno e l’altro annegano. Comincia qui, un po’ meno melodrammatico, il secondo episodio]

Lo Yenĵ’eĵ’ trascinò il corpo di Psebede fino a una terra piatta dove, dividendosi in piccoli rami, le acque si insabbiano e colano lentamente attraverso la steppa, moderando il loro corso impetuoso. E il fiume, poc’anzi tanto furioso ai piedi della fortezza, depose là con infinita cautela il cadavere di Psebede su un masso della riva.
Subito, si rischiarò di nuovo come in pieno giorno: ‘Adeyho tendeva le mani attraverso la finestra. Nonostante l’offesa ricevuta da Psebede, ella aveva pietà di lui, perché era suo marito. Aveva perciò deciso di aiutarlo. Ma la riva del fiume era deserta.

Presentendo una disgrazia, ella uscì di corsa, salì sulla montagna e scrutò l’orizzonte. In lontananza, a basso, ella vide una macchia nera su un masso ai bordi dell’acqua. Corse lungo la riva.
Più il fiume si allontanava, più si faceva tranquillo, più ‘Adeyho correva, più batteva forte il suo cuore. Arrivò vicino alla roccia e, sulla roccia, vide il corpo di Psebede.
Che avrebbe fatto? quello che prescrive il costume dei Narti: seppellire il morto, innalzare sulla tomba un kurgan e, sul kurgan, piangere. Ella seppellì dunque il marito, innalzò sulla tomba un kurgan e, seduta sul kurgan, pianse.

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Una volta, un cavaliere si avvicinò al kurgan. Il suo viso era abbronzato e il suo elmo brillava come il sole. Al vedere la donna piangente, balzò a terra e salì correndo fino alla sommità.
«Oh, bella donna – disse egli – quale dolore ti affligge?».
«Tu non dissiperai il mio dolore – rispose ‘Adeyho. – Non interrompere per me il tuo viaggio».
«I Narti dicono: “L’uomo dissipa il dolore della donna” – replicò il cavaliere. – Dicono anche: “Se un uomo aiuta una donna nel suo dolore, la sua strada sarà felice”. Io tornerò. Fino al mio ritorno, rifletti: in cosa ti posso aiutare?».

Il cavaliere scese dal kurgan correndo, balzò sul cavallo e si diresse verso le sorgenti del fiume: al di là di ogni dubbio, aveva deciso di attraversare l’impetuoso Yenĵ’eĵ’.
‘Adeyho lo seguì con gli occhi. Senza perdere tempo a cercare un guado, egli si lanciò nella corrente.
«La sorte di mio marito l’attende, annegherà!», pensò ‘Adeyho. Ma ben presto, sull’altra riva, il cavaliere riemerse: era riuscito a passare.
surreal-basso-fiumeElla si stupì: «Mio marito diceva che non esistevano al mondo Narti simili a lui, e tuttavia passava lo Yenĵ’eĵ’ solo sul mio ponte di tela. Una sola volta nella mia vita non ho lanciato il ponte attraverso la vallata, ed eccomi seduta sulla cima di un kurgan a piangere la sua morte».

‘Adeyho non poteva staccare i suoi occhi dal cavaliere, il cui elmo scintillava come il sole: «Giuro – si disse – sulla sovrana dei mari e dei fiumi, giuro che io proverò il valore di questo cavaliere!».
E poi gridò: «Severa Psexoe-Goaš’e, Signora dei fiumi, la cui volontà sempre si realizza, io ti prego: trasforma il giorno luminoso in una notte oscura, solleva una burrasca, in modo che lo Yenĵ’eĵ’ sommerga le terre e che il cielo sia spezzato dal tuono e dai lampi».
La severa signora dei fiumi esaudì la preghiera di ‘Adeyho. La chiarità del giorno si volse in notte oscura. Sembrò che il mondo crollasse e che tutto quanto sosteneva si scuotesse. Al colmo della tempesta, si fece sentire il galoppo di un cavallo: era il cavaliere che ritornava.

«Perché sei tornato?», gli chiese ‘Adeyho.
«Potevo continuare a galoppare abbandonandoti sotto questa pioggia, in queste tenebre? È indegno di me lasciare in balia del destino una donna sola, che piange su un kurgan della steppa».
«Ma non hai avuto paura ad attraversare lo Yenĵ’eĵ’? Guarda com’è furioso, come straripa!».
«Non io ho attraversato l’impetuoso Yenĵ’eĵ’, ma il mio cavallo. Dove il mio cavallo non ha paura, non ho paura nemmeno io».

Questa risposta piacque ad ‘Adeyho. E siccome il cielo continuava a tuonare, l’uragano a ruggire, e cadeva una pioggia da diluvio, il cavaliere si sedette accanto a lei, coprendola con la sua pelliccia di feltro.
E dal momento in cui ‘Adeyho si trovò sotto la pelliccia di un Narto, la notte si cambiò in un giorno pieno di sole, lo Yenĵ’eĵ’ rientrò nel suo letto, il cielo ridivenne blu, la terra fiorì. Solo la terra del kurgan rimase nera: non la più piccola erba ne germogliava.

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«Guarda – disse ‘Adeyho. – Tutt’intorno a noi, la terra è fiorita, felice di vivere. Su questo kurgan soltanto, non c’è la minima erbetta, benché l’universo intero sia nello splendore della fioritura. Perché questo?».
«Colui che è disteso sotto questo kurgan, è chiaro, non amava che se stesso. Non amava la vita che fioriva intorno a lui. Per questo nessuna erbetta è germogliata dal suo kurgan».

Detto questo, il Narto guardò ‘Adeyho negli occhi.
‘Adeyho distolse i suoi e affermò con dolcezza: «Colui che è disteso sotto questo kurgan mi amava. E io lo amavo: era mio marito».
Il cavaliere disse: «Tu lo amavi, ma lui non ti amava. Se ti avesse amata, il suo kurgan si sarebbe coperto di fiori».
Il cuore di ‘Adeyho si infiammò, e così il cuore del Narto. Una tale fiamma la avvolse che ‘Adeyho esclamò: «Tu ardi come Sewsereqoe, fatto di acciaio e nato dalla pietra!».
erotic-abbraccio«Ma io sono Sewsereqoe!», rispose il Narto. Di nuovo guardò ‘Adeyho negli occhi, ed ella di nuovo distolse i suoi.

A lungo rimasero seduti l’uno accanto all’altra, la donna dalle mani di luce e l’uomo dalle mani possenti. Poi ‘Adeyho uscì da sotto la pelliccia e cominciò a disperdere la terra del kurgan dicendo: «Non sia detto che le mie mani hanno elevato un kurgan sul corpo di un uomo meschino che non mi amava, che amava solo se stesso!».
Ma Sewsereqoe le disse: «Tu ti sei data pena inutilmente alzando questo kurgan, e ti dai pena inutilmente a distruggerlo. Che questo kurgan rimanga! Nel guardarlo, arrossiscano di vergogna quanti non amano la vita, quanti non amano che se stessi!».

Ancora oggi, questo kurgan si leva sulla steppa, spoglio, per metà sprofondato. Sopra, non vi germoglia nemmeno uno stelo d’erba, mentre, all’intorno, la terra è smaltata di fiori.

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È questo il racconto kabardino della leggenda di Soslan e della sua Sposa di Luce. Di esso si conosce anche un’altra versione, più succinta e meno letteraria. Una versione, per così dire, più «spinta», in quanto aggiunge al «convegno sotto la pelliccia» un tratto erotico che motiva diversamente l’animosità postuma di ‘Adeyho verso il marito.
Questo è quanto vi si narra:

Venne una gran pioggia e Sewsereqoe riparò ‘Adeyho sotto la sua pelliccia di feltro. Sotto la pelliccia, Sewsereqoe si comportava come un uomo con ‘Adeyho.
«Che hai fatto con me?», domandò ‘Adeyho.
«Mi sono comportato come un uomo con una donna», rispose Swesereqoe.
«Ma mio marito si comportava in modo ben più violento. Io non permetterò che resti disteso lì», ella concluse.
E presa una pala, sparse la terra del kurgan sia a destra sia a sinistra. La terra così tolta dal kurgan centrale forma due altri kurgan che, ancor oggi, ricordano il fatto.

***

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È evidente che con l’intervento finale di Sewsereqoe e la rivelazione, sessuale o morale, da lui fatta ad ‘Adeyho, i Kabardini hanno orientato in modo completamente diverso il senso della leggenda osseta e modificato profondamente il carattere dei personaggi.
Il marito dell’eroina è una figura prima antipatica, poi odiosa. Non solo cede, il che è pure scusabile, all’orgoglio mascolino, molto sviluppato in tutti i Caucasici degni di questo nome, ma brutalizza il suo cavallo, cosa che nessun Circasso saprebbe perdonargli.

Inoltre, la specie di ordalia costituita dall’aridità del suo kurgan, che Sewsereqoe spiega, mostra in lui un essere egoista, senza amore, «che non ama la vita».
La seconda versione aggiunge che si dedicava sulla sua donna a pratiche sadiche anziché agli atti normali del piacere.

Così, mentre nella leggenda osseta è Soslan-Sosryko a incontrare successivamente due donne, la buona e luminosa Acyrûxs, poi la maligna figlia di Balsæg, nella leggenda kabardina è la luminosa ‘Adeyho a fare successivamente esperienza di due uomini, il malvagio marito, poi l’eroico Sewsereqoe che, nella prima versione, le rivela con enfasi la bellezza della vita e, nella seconda, le insegna la giusta tecnica dell’amore.
Si può sospettare la prima versione d’aver mitigato una fine ritenuta troppo cruda, ma il significato che dà alla storia nella sua totalità, l’opposizione che instaura fra l’uomo egoista da una parte, «che non ama la vita» e il cui kurgan maledetto resta senza vegetazione, e il generoso, il benefico, il dolce Sewsereqoe dall’altra, è certo conforme a quanto altrimenti si conosce del carattere di questo grande eroe, ed anche della sua azione magica, fecondante, sulla natura.

(Dumézil, Storie degli Sciti)