Ceccardo il Vecchio – La lingua dei nostri sogni

I sogni, com’è noto, sono una cosa terribilmente strana: qualcosa ti appare con una nettezza raccapricciante, con una finitezza di particolari degna di un gioielliere, mentre su qualcos’altro sorvoli come se nemmeno te ne accorgessi, specialmente sullo spazio e sul tempo.
I sogni, evidentemente, non sono guidati dalla ragione, ma dal desiderio, non dalla testa, ma dal cuore, eppure che cose intelligenti è riuscita certe volte a combinare la mia ragione in sogno!
(Dostoevskij, Il sogno di un uomo ridicolo)

C’è chi va e c’è chi viene dal sogno.
C’è chi al sogno s’incammina la sera, e chi invece sul sogno che ha sognato ci ritorna la mattina dopo «a recuperare quelle conoscenze» su cui là per là, mentre sognava, è passato sorvolando – senza nemmeno accorgersi di certe «istruzioni», soprattutto – dice Dostoevskij – di quelle «sullo spazio e sul tempo».
C’è chi, la sera, si affida al sogno perché gli sbrogli la faccenda di quel certo non so quale desiderio che «aspetta» ancora di essere esaudito, e chi invece, «sul far del giorno», surreal-jollyrivolge il suo sguardo a ritroso su ciò che in sogno ha sorvolato e non è riuscito a trattenere – chi, insomma, al mattino è ancora così «fatto» di ciò che ha sognato, che non riesce a toglierselo dalla mente. Ci è rimasto, per così dire, appiccicato.

C’è Volpe «che aspetta» che Coyote la venga a liberare dalla pece di un certo suo «fantoccio immaginario», e tutte le sere, volgendo lo sguardo al cielo, prega che la cosa domani le succeda realmente, e c’è Coyote invece che, se per caso ha freddo, non esita a tornare sui suoi passi per riprendersi quella certa coperta che ieri ha «donato» troppo a cuor leggero, magari solo per fingersi generoso.
Sono tutt’e due alle prese con lo stesso Inganno. Il sogno li inganna entrambi perché il sogno parla una lingua «terribilmente strana», una lingua estranea alle nostre sintesi deste di spazio e tempo. Una lingua ignara della logica che ispira le nostre proposizioni, una lingua al di là di soggetto e predicato. Una lingua dove altro non si dice che o la copula è (Volpe e il fantoccio di pece) e allora è troppo appiccicosa, o non è (Coyote e la coperta), nel qual caso è fin troppo «scoperta» per non dover patire un rimpianto.

Una lingua fatta di sole «congiunzioni» e «disgiunzioni». Fatta di viscosi appiccichi dai cui «patti» ci si vorrebbe liberare, e di patologiche separazioni, nubilati e celibati, che anelano solo a riprovare il «calore» di una coperta a cui non seppero dare il giusto peso.
E allora c’è da chiedersi: questo è tutto quanto sappiamo, o crediamo di sapere, della lingua dei nostri sogni, o c’è dell’altro nella loro «terribilmente strana» Grammatica? E che altro ci può essere, oltre a questa sua passione a congiungersi e/o a disgiungersi?
E queste connessioni, questi singoli «granelli di sabbia», non fanno mucchio? non si riversano l’una sull’altra, fino a fare una Montagna di connessioni? fino a fare quel Monte sopra il quale spicca il Segno che in sé le riassume?

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Fu cimentandosi con queste domande, che Mastro Freud giunse a elaborare il suo concetto di Übertragung (traslazione, transfert, trasporto – ossia, detto in greco, metafora). Fu nella settima parte dell’Interpretazione dei sogni, e non negli Scritti tecnici – che cominciò a prendere atto della tendenza a traslare propria del linguaggio onirico, cioè della natura metaforica che è intima alle radici più che alle forme primitive in cui si ramifica il nostro linguaggio (da ultimo, quello «logico», proposizionale) e che la traslazione, la Metafora, gli è già immanente ancor prima di «partorire» il suo primo Segno. E ancora: che questo «parto» precede il concepimento di ogni nostro concetto logico.

La Metafora – dice Mastro Freud – è congenita alla nostra lingua. Essa non è un’estensione tardiva, astratta e figurata, del senso «concreto» di un Segno che sarebbe il suo «dato» primario. Essa non viene, a posteriori, ad ampliarne il significato surreal-uovo-schiusaantecedente. Essa è all’opera, e «fa» quel che ha da «fare», sin da quando è «senza Segni». Fa poesia prima ancora che, da Lei, nasca il Poeta. E profezia, prima di mettere al mondo il primo Profeta.

In parole povere, il Sogno «parla» ammucchiando significanti, e la Metafora «agisce» semplicemente attraverso la sovrapposizione di materiale significante.
Il «fare» metaforico, il «poetare» onirico, è congenito alla Lingua della Notte. La Notte «parla» dal fondo di tutte le lingue di babele. Ma c’è la Notte che è mediatrice tra giorno e giorno: è quella a cui guardi solo la sera, e le chiedi soltanto che se la sbrighi a esaudirti il desiderio di dormire in santa pace – ma c’è pure l’altra Notte, quella che quella che «comprende» il Giorno tra l’alba e il tramonto, quella che è mediata dalla luce del Giorno, e che può essere interpretata alla luce dei Segni che incide «profondi» nelle fondamenta del nostro castello diurno.
È quest’altra Notte, di cui la luce del Giorno non è che un «intervallo d’insana credulità», è quest’altra che «parla» la Metafora, su cui è bene che ogni Interprete, al risveglio, ritorni – come fa per l’appunto Freud. E come faceva, ottocento anni fa, l’Interprete dei Segni di fuoco del Desiderio.

Freud dimostra come la Parola, cioè la trasmissione del desiderio, può farsi riconoscere attraverso qualsiasi cosa, purché questa qualsiasi-cosa sia organizzata in un sistema simbolico.
È lì la fonte del carattere per lungo tempo indecifrabile del sogno. E per la stessa ragione per lungo tempo non si sono saputi comprendere i geroglifici, non li si comprendeva nel sistema simbolico proprio, non ci si rendeva conto che una piccola sagoma umana poteva voler dire un uomo, ma poteva anche rappresentare il suono uomo e come tale entrare in una parola a titolo di sillaba.
Il sogno è fatto come i geroglifici. Freud cita, lo sapete, la stele di Rosetta.
Che cosa Freud chiama Übertragung? È, dice, il fenomeno costituito dal fatto che per un certo desiderio rimosso dal soggetto, non esista una possibile traduzione diretta. Questo desiderio del soggetto è proibito alla modalità del suo discorso e non può farsi riconoscere.
Perché?
Il fatto è che tra gli elementi della rimozione esiste qualcosa che partecipa dell’ineffabile. Esistono delle relazioni essenziali che nessun discorso può esprimere sufficientemente se non «tra le righe».
(Lacan, Il Seminario: 1)

Ogni volta che torna il Rimosso – ogni volta cioè che l’Escluso dal discorso, il Proibito, quale che sia il tabù o la proibizione, bussa alla porta della nostra «prosaica» verbalità – mai una volta che trovi la Parola che lo possa «dire». Mai uno solo Segno che lo possa significare.
E allora, com’è che Coyote riesce lo stesso a tornare? Come fa a venire a riprendersi la surreal-notacoperta? Non l’ha già data? E quel suo dare non era per sempre? Non si esaudiva tutto quanto nell’aver dato, sia pure per fingere generosità?

Se il dato è dato, come può Coyote – e con che faccia tosta! – ripresentarsi al cospetto della (ineffabile) Roccia? e con quali parole può chiedere che esso gli sia ridato indietro (a dispetto, dice Dostoevskij, delle distanze di spazio e di tempo)?
Ebbene, Mastro Freud ci dice che i «dati» precedenti, i «granelli di sabbia» che si sono ammucchiati, tra le dune di un deserto di chissà quale sperduta lontananza, fino a fare una Montagna di (vana) significazione, proprio quelli che più ci sono diventati «insignificanti» avendo esaurito, altrove e in un altro tempo, la loro funzione, proprio quelli che si sono liberati dalla «pece» di un vecchio desiderio e con esso sono trapassati nel dimenticatoio, insomma: proprio i significanti rimossi, «gettati via alla deriva del caso», scarti ormai inutilizzabili, proprio e solo loro possono «doppiare» l’indicibile di Coyote.

Possono dire, a modo loro, l’interdetto alla Parola – ciò che non si può dire, ma anche ciò che non si deve dire (le due cose, in sogno, si confondono).
Lo dicono «tra le parole», facendole copulare o divorziare, a casaccio, nel «vano» che la loro svuotata significazione apre come terra di nessuno dinanzi al Rimosso, perché esso possa prenderne (arbitrariamente) questo o quel Segno.
Il Rimosso frequenta, se ancora non s’è capito, i «cimiteri marini» della significazione.
Puoi costruire templi, innalzare santuari, edificare castelli coi «mattoni» della Ragione, ma sappi che essi, tutti, si reggono sulla loro «pietra d’angolo», su quella pietra che ha questo solo requisito: d’essere stata necessariamente «scartata» dai costruttori. È sull’omissis di tutte le loro proposizioni logiche che il Rimosso punta per avanzare le sue pretese smanie di significazione.

(Ceccardo il Vecchio, Opus imperfectum ad Mattheum)