Ibn ‘Arabî – Sommerso dalle lacrime

Dalì-Venezia

Sul far del giorno
da contrade lontane venendo
si fermarono nella valle di ‘Aqîq.
Era appena sorta l’aurora quando
sulla cima del monte videro
intrepidi un segno.

Se l’aquila a quel segno tende
non ce la fa ad afferrarlo,
e quel segno ignorano
finanche le uova dell’avvoltoio:
incisi porta degli ornamenti
profondi quanto le fondamenta d’un castello.

In poche righe scritte
lasciarono in testamento queste parole:
non c’è nessuno a favore d’un invasato
fuori di sé che smania
di desiderio?

La fiamma della passione l’ha fatto levitare
più in alto della stella Arturo,
ma poi è finito per essere calpestato
sotto i suoi zoccoli di fuoco.
Lassù sta la sua casa dalle parti dell’Aquila,
mentre quaggiù muore
annegato nelle sue stesse lacrime.
In un paese dove nessuno c’è che lo compatisca,
Amore l’ha gettato alla deriva del caso.

pellegrini-cammelli

O voi che venite ad abbeverarvi alle acque del pozzo!
O abitanti della valle di ‘Aqîq!
E tu pellegrino che cerchi la dolcezza!
E voi viandanti su questa via!
Vegliate su di noi!
Dacché poco dopo il sorgere dell’aurora
poco prima dello spuntar del sole
abbiamo patito una perdita.
Abbiamo perduto la nostra candida fanciulla
flessuosa e profumata di muschio.

Come un ramo al vento ebbra
su e giù barcolla e come seta grezza
gli alisei la sventolano. In groppa
a una bestia spaventosa
come su una duna di sabbia cavalca
come sulla gobba d’un cammello vacilla.

Per l’amore che nutro per Lei
non c’è nessuno che mi biasimi,
per l’amore che nutro per Lei
non c’è nessun amico che mi rimproveri.
Ma se per l’amore che nutro per Lei
qualcuno volesse rimproverarmi
io sospirando così gli risponderei:

«Ma sì! il desiderio sarà
il mio cavaliere, e la tristezza
il mio abito di gala, la mia infatuazione
il tè del mattino, e le mie lacrime
la tisana per la sera».

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Commento
[Il soggetto sottinteso nel primo verso] allude a quegli gnostici che al sopraggiungere della notte intraprendono le loro ascese spirituali e s’incamminano verso la meta a cui aspirano. Ed eccoli a battere dentro se stessi sentieri lontani in un viaggio che li conduce fin nelle remote contrade che Dio ha destinato e ordinato loro dicendo: «Fuggite dunque [a cercare rifugio] presso Dio» (51: 50).

Sul far dell’alba: perché c’è chi si mette in cammino la mattina, come fanno quegli gnostici che nelle proprie profondità vanno in cerca di Lui, ma c’è anche chi, come il comune viaggiatore, la notte altro non cerca che qualcosa che gli concili il sonno. Di questo sonno si dice che è dolce come il miele, per il piacere che procura. Discendere in se stessi anche solo per cercare di dormire è anch’essa una via all’autocoscienza che Dio insinua nella notte dei templi [dei corpi dormienti], e perciò comunque una via in cui sono tracciate delle intime «domande di realtà» [ovvero: delle aspirazioni a realizzarsi].
Il poeta tuttavia ha qui segnato l’alba come luogo di frontiera tra le «domande di realtà» Mirò-catalanocorporali notturne e quelle degli spiriti luminosi a cui si allude quando si parla del Pleroma Supremo.

Ecco allora che essi [gli gnostici] «si fermano» in questa stazione [del risveglio mattutino], che è [a giusto titolo] chiamata sosta o tappa spirituale, giacché il pellegrino non imbocca altri sentieri per conseguire ulteriori benefici; infatti, Dio l’Altissimo fa dire al Suo profeta: «ma di’: Signore, accrescimi scienza!» (20: 114).

Qui il poeta precisa inoltre che le aspirazioni spirituali che gli gnostici cavalcano si fermano a ristorarsi nella valle di ‘Aqîq che è un luogo di consacrazione tanto nel corso del grande (hajj), quanto del piccolo pellegrinaggio (‘umra).
Il poeta l’ha scelto come la stazione in cui, è vero, ci si ferma a rendere omaggio al Profeta, ma insieme ai pellegrini è dato, in una lingua densa di allusioni [nei «geroglifici» del sogno o della visione], un chiaro ammonimento a non illudersi che la loro cerca sia finita. Perciò, da lì [dalla valle di ‘Aqîq] essi devono rifare a ritroso la via, e tornare indietro a recuperare quelle conoscenze che non hanno acquisito durante la loro ascesa [notturna], conoscenze in mancanza delle quali essi non possono sapere a quale limite debbano fermarsi [a quale destino essi siano da Dio destinati].

Poi il poeta ha detto: «Quando all’alba gli gnostici si sono fermati per riposarsi, ecco solo allora è sorta l’aurora», cioè si è manifestata la quiete [che regna] nell’evento visionario, ma si è trattato solo della rivelazione di un segno, di un indizio allusivo e niente più, ma che si è rivelato tuttavia in una certa regione [mentale] benefica ed elevata, perciò «sulla cima di un monte».

Tale segno – dice il poeta – non mi si manifesta nel mondo dell’intimo imperativo [visionario] in quanto tale, ma mi appare solo come indizio [esterno e tardivo, essendo il sogno già scaduto] di quelle «realtà» (haqâ’îq) che nel mio intimo godono già di esistenza sottile [aurora di ogni esistenza «reale»].
monteIl «monte», su cui nel verso si dice che resta impresso il segno, è il corpo, mentre il segno stesso è lo spirito: nel corso della visione, sotto l’effetto del sogno, lo spirito si manifesta al corpo «segnandolo» della sua piena consapevolezza [di cui, però, il segno è soltanto un resto, un geroglifico tutto da decifrare].

Se l’aquila lo brama è incapace di ghermirlo: [l’aquila] è una metafora di quello spirito intermedio che, tra tutti gli spiriti che sovrintendono [alla frontiera tra notte e giorno], è il più vicino al Pleroma Supremo [cioè a quegli spiriti luminosi che appaiono alla luce del giorno, nelle allucinazioni diurne]. Questo spirito, qui simboleggiato dall’aquila, [pur essendo quello che più in alto vola tra gli spiriti intermedi, tuttavia] non ha la capacità di ascendere fino al suddetto segno apparso all’estatico. Dal momento che non c’è uccello che covi in luogo più elevato e più protetto dell’avvoltoio, [che si comporta così] perché teme per le sue uova, gli Arabi ne hanno tratto dei proverbi in cui si parla della sua elevatezza e del suo rango elevato, a cui qui si è alluso con le uova, ossia con le prove tangibili che un animale ha partorito [secondo la modalità di parto, la schiusa d’uovo] conforme al parto degli spiriti del barzakh.

Il poeta poi descrive questo segno [dicendo] che vi sono incisi degli ornamenti, coi quali [ornamenti] vuole intendere l’epifania dei caratteri intimi [delle indoli innate, dei «tipi» impressi nel profondo della nostra persona]. Incisi perché stabili, permanenti. Inoltre, li ha equiparati a un castello per la sua posizione elevata e sublime.
In lingua cortese qui il poeta canta che, per eccesso di fervore (himma) e per i colori troppo accesi della sua passione, quest’amante sottomesso alla dominazione di Amore, si ritrova adesso «calpestato dallo zoccolo». E il suo animo arde nel menzionare le lacrime che ha versato così abbondanti da morirci annegato dentro, lui e quanti [come lui] abitano in questa dimora [dei pazzi d’amore].

Dalì-baccanale

Per iscritto hanno lasciato delle righe a custodia di queste parole: [per queste parole] s’intende la scrittura divina del versetto che così recita: «Il vostro Signore si è prescritto la Misericordia» (6: 54), per voi nella stazione della Potenza divina più inaccessibile.
Non c’è nessuno a favore d’un invasato, fuori di sé: ossia, non c’è nessuno che in virtù d’Amore è comprensivo con noi; «fuori di sé» richiama le parole del Profeta: «Beati gli espatriati della mia comunità», dove l’espatrio è appunto la separazione dal proprio paese, e la patria o paese d’origine [il c’era una volta] d’ogni storia (kawn) è [per ciascuno] l’incontro col suo Signore (wojûd li rabbihi). Il suo espatrio allude alla necessità di allontanarsi da Lui per trasferirsi nel proprio essere individuale, allorché ci si identifica nella propria ecceità.
È quel che abbiamo provato a dire altrove in versi sparsi:

Poiché al mio sguardo il mondo pare straniero,
nostalgia mi viene del mio paese natio
e nostalgia viene perfino ai miei cavalli.

Che smania di desiderio, cioè smanioso d’incontrare l’Amato e in gran fermento per Lui. Il suo fervore va oltre la stella di Arturo, nel senso che sconfina oltre e indipendentemente da quel che realmente succede [ha perso, diciamo oggi, il «senso della realtà»]; il suo essere «calpestato dallo zoccolo» è, tuttavia, un’allusione alla sottomissione che è passo surreal-aquileobbligato per chi, come lui, vuole raggiungere un rango elevato: [è la sottomissione] a cui fanno riferimento le parole del Profeta: «Colui che si sottomette a Dio, colui cioè che si mette al Suo servizio, è elevato a un alto rango».

La sua dimora sta dalle parti della costellazione dell’Aquila: sebbene in quest’istante la sua dimora, secondo il modo di dire e la prospettiva propria del mondo fisico, sia di alto rango, [tuttavia] le esplorazioni visionarie [che uno fa nella sua mente] sulla scia d’Amore s’intensificano sempre più fino a che, a chi vi capita, questa che [di tutte] è la stazione più inaccessibile fa perdere di vista il rango elevato da cui [il visionario] è espatriato. E allora, [proprio perché ha perso coscienza del suo alto rango originario] in questo luogo intuitivo finisce per essere annientato nella visione diretta di se stesso: cosa a cui si è alluso col suo annegare [nelle lacrime] e con la morte.

Dice il poeta: la stazione della purezza [la stazione cioè d’Amore puro] l’ha gettato alla deriva del caso, giacché la prova dà frutti solo a chi è sempre più capace di analogie. Il poeta, dicendo «in questa dimora», allude alla stazione che è stata poc’anzi menzionata, «dove non c’è nessuno a compatirlo», dove cioè nessuno può essergli intimamente solidale, se non è uno gnostico provato come lui, uno gnostico che si prenda cura di lui per tirarlo su e che, per compassione o qualcosa del genere, lo esorti alla pazienza e lo dissuada dal non fidare che nelle sue proprie forze.

Poi [il poeta] si rivolge agli abitanti della valle di ‘Aqîq, ossia a quanti la loro conoscenza la estraggono dal sentimento che hanno della valle come luogo sacro. Si è parlato della valle per due ragioni: per la sua depressione, cioè per la sua bassa altitudine o mitezza, e perché è il bacino che raccoglie le acque correnti, cioè il flusso vivente dei nostri pensieri intimi e delle conoscenze.
Poi il poeta si rivolge a chi è in cerca delle stazioni di Yathrîb, che hanno nome Dolcezza e Bontà, e lo chiama «pellegrino», perché errante in cerca di quella beatitudine che consiste esclusivamente nel giungere all’autocoscienza del proprio alto rango [originario], perché [questa] è l’eredità più perfetta.

Rousseau-sleep

Infine il poeta si rivolge a quanti procedono su questa via, cioè sulla «retta via», e dice loro: «Non fatevi assorbire da quegli stati che vi infiacchiscono e vi impediscono di prestare attenzione al nostro stato, perché noi siamo nelle vostre mani, e l’aiuto che cerchiamo, [un aiuto] che ci conforti nella nostra attitudine [che ci dia la forza di continuare a credere nella nostra avventura], può venirci solo dall’entusiasmo e dal coraggio con cui avete risposto voi alla vostra chiamata».

Dacché abbiamo subito una perdita: abbiamo patito una disgrazia, per cui non siamo in grado di giungere alla meta, [o perlomeno non siamo capaci di giungervi] al pari di quei virtuosi che, puntando sulle loro sole forze, ascendono fino all’alto rango della loro virtù innata.

Poco dopo il sorgere dell’aurora, poco prima dello spuntare del sole, cioè nell’ultimo terzo della notte, mentre sorge l’aurora: quello, infatti, è il momento in cui la visione è più eccitata, il momento in cui Dio nella sua discesa è più prossimo a questo nostro basso mondo.
Dice il poeta: «Passa l’istante [intuitivo], ed ecco quel che cercavamo, non riusciamo ad acciuffarlo»; a questo allude la disgrazia o perdita.
Modigliani-poliziotta«Abbiamo subito – dichiara il poeta – la perdita della candida fanciulla, e adesso nei suoi confronti proviamo incertezza e perplessità», siamo incerti cioè riguardo a quell’intima qualità [o attributo] della mente, che è l’oggetto della nostra cerca.

Flessuosa: sebbene dimori in un rango sublime, è lei che si protende verso di noi, cosa a cui abbiamo poc’anzi alluso parlando della «discesa» di Dio. Ma tanto non basta ad acquisire la padronanza di una conoscenza o di una distinzione, di una rappresentazione o di un’immaginazione.

Dice il poeta: «il profumo di questa qualità si diffonde nei nostri cuori». Sebbene non vediamo coi nostri occhi la Signora o padrona di suddetta qualità, abbiamo di lei tuttavia il profumo di muschio; anche se non vediamo propriamente di che si tratta, ne restano però le tracce divine impresse nei cuori dei servi. Nessuno di essi riesce comunque a fiutare la fonte da cui proviene il profumo.
La fanciulla è qui paragonata al muschio, perché è il più odoroso dei profumi, specie se polverizzato, giacché in tal caso è più profumato e più adatto al nostro olfatto, sebbene ci siano profumi più buoni.

Lei barcolla, cioè si inclina [verso di noi]: è ancora un’altra allusione alla discesa [di Dio nella nostra mente]; il suo essere «ebbra» allude alla stazione della perplessità, perché chi è ubriaco è perplesso. E questo perché l’inclinazione verso di noi [della fanciulla] dipenderà da come sapremo accoglierla secondo i nostri gusti o capacità, da come sappiamo fare delle sue epifanie dei racconti che fanno ridere, gioire, sorridere e roba del genere; come un ramo, perché ai rami sono appesi i frutti, e dunque i rami si inclinano perché qualcuno ne tragga beneficio.

Gli alisei la sventolano, «i venti la fanno piegare»: le aspirazioni spirituali, a furia di cercarla, la fanno inclinare al visionario: «Chiamatemi ed Io vi risponderò» (40: 60).
Come seta grezza, cioè come seta non lavorata, rimasta allo stato originario.
Magritte-CayenneSi allude [qui] ai benefici intellettuali e non [a quelli] che Lui dispensa caricandosi in «groppa» i suoi servi. Questa groppa è detta spaventosa, perché chi pensa di cavalcarla con la ragione finisce per essere sopraffatto dal panico di fronte agli enormi benefici che Dio gli elargisce, benefici di cui il servo non è in grado di ricambiarlo.

È stato fatto il paragone con la duna di sabbia perché [come i granelli di sabbia] i benefici si ammucchiano gli uni sugli altri: ce ne sono infatti tanti e di così tante forme, e ciascuno si distingue dall’altro, di modo che ogni singolo granello di sabbia è comunque separato dall’altro, ossia non si dissolve o fonde con nessun altro, e tuttavia [nel mucchio] si confonde a tal punto da rimanere sconosciuto e indistinguibile [dagli altri].

L’azione o movimento che tali benefici esercitano sui cuori o [meglio ancora] dentro i cuori degli gnostici, viene qui paragonata alla gobba dell’imponente e corpulento cammello, e ciò perché è molto grassa, e il grasso o tintura è l’unguento (il crisma) delle luci permanenti.
Analogamente, se e quando queste conoscenze si fondano su cuori che a loro volta si fondano [sul grasso delle luci permanenti], allora sì che esse procurano la permanenza eterna nel luogo di beatitudine eterno.

Lei è troppo vasta e grande, perché la gelosia dei servi possa in qualche modo scalfirla o riguardarla: Lei è, infatti, per ciascuno dei suoi servi come il sole. E se i cuori davvero ne fossero perdutamente innamorati, non rinuncerebbero a prendere contatto con la loro intima Lei, ostacolati o scoraggiati dalla sua verginità immacolata e dalla remota lontananza in cui insistono a trattenerla sempre al di là della stazione mentale in cui Lei finalmente giunge a manifestarsi; e infine grazie a Lei giungerebbero alla loro meta finale che altro non è che la [sua] visione faccia a faccia, perché non c’è occhio che di Lei non abbia un miraggio.
Perciò, laddove e quando l’Amato sia amato come colui che dà un volto a un attributo interiore di chi l’ama, non c’è posto per nessuna gelosia.
Infatti, come chi prega si confida [a parole] col suo Signore, così ogni individuo, nella sua visione faccia a faccia con Lui, gli confida l’intimità [nuda e cruda] del suo cuore, e in questa privata confidenza non c’è né gelosia né rimprovero da parte di nessun censore e di nessun amico.

Dice il poeta: «Il mio desiderio è il cavaliere che mi conduce a Lei, che cioè mi sospinge fino a Lei».
«Dove sono coloro che Mi desiderano ardentemente? Io li mantengo immacolati presso il Mio volto e sollevo per loro il velo che Mi nasconde affinché essi Mi vedano. Sia ad essi beatitudine» (13: 29) e ancora beatitudine!

(Ibn ‘Arabî, L’interprete dei desideri: 22)