Caucaso – Le mani bianche di ‘Adeyho

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La casa di ‘Adeyho si trova su un pendio della montagna. Se si guarda verso l’alto, dalla pianura, essa appare piccola piccola. Una sorta di scalinata vi dà accesso.
La casa è vuota; soltanto, sui muri, sono disegnati una cupoletta e una mezzaluna. Nelle vicinanze c’è qualcosa di allungato, simile a fuliggine.
Si racconta che in quel punto si trovasse una volta un ponte.
In questa casa, si racconta, abitavano a quei tempi ‘Adeyho e il suo sposo. E si racconta che questo suo sposo era un grande predatore.

Di fronte al pendio dove sorge la casa dei due sposi, s’innalza un’altra montagna, sicché il ponte correva proprio tra queste due montagne. Era un ponte fatto di tela.
Dalla sua casa, ‘Adeyho avanzava le sue mani bianche come neve e, col chiarore che emanavano, illuminava il ponte attraverso cui lo sposo partiva per le sue razzie.
Egli andava sovente in contrade straniere, e – dopo aver predato un branco di cavalli – lo sospingeva attraverso il ponte di tela.

Un giorno, il marito si vantò di fronte ad ‘Adeyho: «Io sono davvero un uomo di valore – disse. – Sono un potente predatore. Vedi quanti cavalli ti porto a casa! Noi viviamo nell’abbondanza grazie a quello che io predo!».
«Tu sai predare, è vero – gli rispose ‘Adeyho – ma solo grazie a me. Se tu riesci a portare Picasso-fauno-stellequi un branco di cavalli senza di me, allora sì sei davvero un uomo».
«Come puoi tu, femmina, aiutarmi a rubare? Io sono un uomo, e non permetto che mi si dicano cose del genere! Parto immediatamente e condurrò qui un branco di cavalli. Ti dimostrerò che posso depredare senza di te!».

Passò il fiume, rubò un branco e tornò verso casa, spingendolo davanti a sé.
Quando fu a metà strada, sul ponte, ‘Adeyho ritirò la mano bianca come neve che gli tendeva. Sicché, altro non ci fu che un’oscurità profonda.
Gli animali e lo sposo di ‘Adeyho caddero nell’acqua e annegarono.
Ella seppe subito che suo marito era annegato: come avrebbe potuto non saperlo? Si dice che andò ella stessa a recuperare il cadavere e che compose in quella circostanza un canto di lutto.
Non so granché di questo canto. Mi ricordo a stento questi pochi versi:

se ti metto sotto la nera terra
gli insetti ti mangeranno
se ti metto sulla cima d’un albero
i corvi e gli altri uccelli ti rapiranno:
dove, ahimé, ti posso mettere?

Quando ‘Adeyho ebbe tratto il cadavere dell’acqua, fu dilaniata dal dolore per quello che aveva fatto; si mise a piangere e a strapparsi i capelli. Gettò i suoi capelli insanguinati lungo la riva.
È questo sangue, dicono, a rendere rossa la riva.
Dicono anche che prorompesse in queste parole: «Dacché ho provocato il male tendendo in avanti queste mani, non ne ho più bisogno!», e che colpendo la riva con le sue mani insanguinate, andasse camminando lungo il fiume, alla ricerca dello sposo annegato.

[fonte: Dumézil, Storie degli Sciti]

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Zafer-montagne

Siamo sempre sulle montagne del Caucaso.
Se ci attardiamo ancora quassù, è perché è da queste parti, tra questi picchi nevosi, che s’è arenata l’Arca di un Racconto, l’Arca che portò il Frammento di un vecchio Racconto al di qua del Diluvio.
E già: siamo sempre sulle tracce della Figlia del Sole, e sempre a domandarci se in qualche modo l’Eroe avrebbe potuto risparmiarsi almeno quel secondo «incontro» che gli doveva risultare fatale.
Perché fatale a ogni visionario è la sua Sposa di luce: fosse anche solo allucinazione, fosse pure solo una finzione narrativa come la Fata Turchina lo è a Pinocchio – a ogni visionario che aspiri alla sua Musa è Lei che, nel tendergli le mani, continua a riproporgli la fatale Domanda anti-diluviana: credi tu di poter fare a meno di Me?
Che dici? – non ti manco? possibile? neanche la notte? neanche mentre, con la tua «refurtiva», attraversi quel ponte sottile tra le due Montagne?

Il Racconto si è frammentato negli echi di un passaparola, rimbalzando dall’una all’altra delle nevose montagne del Caucaso. E il qui presente è solo uno spezzone circasso della surreal-forma-lucechissà quanto antica Leggenda dell’Apparsa «che è di casa» tra le creste di quelle due montagne, ai piedi o comunque non distante dal Ponte che le «congiunge». La Leggenda della Sposa che irradia luce da un dito, da un’unghia, o da tutta la mano. Della Forma di luce che secerne da se stessa la sua propria luce.
Qui, la parte di «Isotta dalle Mani Bianche» tocca ad ‘Adeyho. Quando comincia il racconto, questa Signora «dalle mani bianche come la neve» è già maritata. C’è da presumere, ma non è detto, che sia la solita Sorella dei Sette, e che l’Eroe per conquistarla abbia dovuto come Soslan e Sasreqoa scalare un certa Roccia.
Il Racconto si limita alla tragedia finale. A raccontare dove, come e per quale sua colpa o leggerezza l’Eroe andò infine incontro alla morte.

La cosa sorprendente è che in tutto il racconto questo Eroe resti anonimo. È infatti sempre detto «sposo di ‘Adeyho». E dunque, contrariamente a quello che ci potevamo aspettare, non è Sewsereqo’e, l’omologo circasso del Soslan osseto o del Sasreqoa abkhazo. È un altro. E il suo anonimato non è casuale, non è frutto di un omissis, ma è voluto dal Narratore. E intuiamo, da subito, a quale scopo.
Il Narratore circasso ha voluto rigenerare la leggenda, ne ha cioè deliberatamente invertito il genere.
Sicché: alle due Figlie del Sole, una benefica e l’altra maligna, alle due Donne che decidono la buona e la cattiva sorte di un solo Maschio (Soslan), egli sostituisce una sola, surreal-doppia-sophialuminosa, Sposa – la quale risulta fatale al suo primo «anonimo» partner, prima di convolare a nozze con l’Eroe che infine sarà degno della sua Luminosità.

E dunque: non più, come nell’«originale» osseto, Due Donne per Un Maschio, ma due Maschi per una Donna.
Non più una «doppia Sophia», una prima Sposa benefica (Acyrûxs) e una seconda malefica (quanto anonima: figlia di Balsæg), ma un primo Sposo indegno (e perciò anonimo) e un Secondo degno del talamo (e dunque di un nome, sia pure quello di un Soslan «capovolto»).
Non c’è una seconda Sposa fatale, ma una sola Donna che risulta fatale solo al primo sposo. Fatale solo a chi s’illude di poterne fare a meno. Letale al visionario che crede di padroneggiare la refurtiva delle sue illuminazioni.

Che dici? – non ti manco? sono la tua luce: possibile che neanche la notte senti più bisogno di vedermi? e come farai, dimmi, senza le mie mani, come farai, con la tua «refurtiva», a passare indenne per il Valico tra le due Montagne?
Chi ti guiderà per questo passo impervio dove tutto, come dice il Racconto, è sporco di fuliggine?
Perché quanti viandanti prima di te accesero il fuoco su queste Montagne, qui – dinanzi a questa Domanda anti-diluviana – furono messi alla prova: chi è che ti manca?
Quelli che avevano il «loro» fuoco, quelli che non avevano bisogno delle mie mani, annegarono e furono trascinati via dalla corrente della loro presunzione. Non fecero in tempo neanche a rendersi degni di un nome.
Amen.