Ovidio – La Fama

Al centro del mondo c’è un posto, tra le terre e il mare e le plaghe celesti, che confina con questi tre regni, e da dove si scorge tutto ciò che è da qualche parte, e finanche ciò che non è da nessuna parte, un posto a cui arriva, ad orecchie in ascolto, qualunque spiffero.
Beksinski-FamaÈ là che abita la Fama. S’è scelta una dimora in cima a una rocca, e nel suo tetto ha aperto innumerevoli entrate e mille pertugi, senza nessuna porta che ne delimiti la soglia.
Notte e giorno la casa è aperta; è tutta fatta di bronzo risuonante, e tutta vibra e rimanda più e più volte gli echi di ciò che ha sentito dire.

Non c’è mai pace, dentro, e da nessuna parte silenzio, e tuttavia non v’è clamore, ma un mormorio a bassa voce, come il fruscio che di solito fanno le onde del mare a sentirle di lontano, o come il brontolio che s’odono in coda ai tuoni, quando Giove fa rimbombare le nere nuvole.
L’atrio è sempre affollato: un viavai di gente da poco. Mescolate tra notizie vere, s’aggirano migliaia di voci false e svolazzano parole senza capo né coda.
Alcune di esse riempiono di chiacchiere le orecchie vuote, altre riportano altrove quel che è stato loro raccontato, e man mano la misura della finzione cresce, e sempre il nuovo narratore ci aggiunge qualcosa di suo.

Lì è la Credulità, lì l’Errore temerario, e la Gioia immotivata, e le sbigottite Paranoie, e la Rivolta improvvisa, e il Chiacchiericcio di dubbia provenienza.
Lei, la Fama, vede tutto quel che succede in cielo e in mare e sulla terra, e così tiene il mondo intero sotto processo.

(Ovidio, Metamorfosi, 12: 39-63)

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Fama-medievale

C’è un nodo nel Racconto.
Dopo Omero e Virgilio, c’era da aspettarselo: ed eccolo qui, anche Ovidio c’è cascato … nella tentazione di provare a scioglierlo.
Il nodo della Fama. Oggi i «filosofi» dicono: il nodo della Chiacchiera. E dal canto loro i dottori al seguito di Freud confermano: sì, l’Inconscio, l'(es), è un chiacchierone. Sicché, chiunque ne chiacchieri, a qualunque livello, non ne troverà mai la via d’uscita – neanche se valicasse l’ardua Montagna di Qâf. D’altronde, non è essa pure una «diceria»? e com’è che, dalla sua distanza, è giunta fino al tuo orecchio, per quale via passando se non quella che Ovidio qui chiama della Credulità? In quale altro modo potrebbe essersi storpiata la tua Credenza, la tua Mitologia Immaginale, se non sotto l’Oscuro onnipotente influsso della Fama?

Come vedi, non è alle prese con un nodo qualunque che si cimentano gli antichi cantori: è che si tratta di un nodo scorsoio che stringe le loro stesse parole, basta sfiorarlo e quello diventa un cappio.
E, peggio, uno a quel cappio finisce che si affeziona.

Oh, come vorrei essere un cigno.
Ma non posso.
Che ne farei allora di questo collo
se più non ci appendessi il mio papillon?
(Garcia Lorca)

Dicerie, chiacchiere, e male-dizioni varie. Ce n’è per tutti i gusti. Ci sono cravatte di tutti i colori. Non è il caso di fare gli schizzinosi. Nella boutique della Fama, nello sguazzo surreal-cignod’escrementi dei suoi SI DICE, ci siamo già tutti dentro – immersi fino al collo.
Famosi e non, infami e diffamati vari – la Fama ci riguarda tutti: se ancora non l’hai riconosciuta, è Lei la Matrigna delle favole. È Lei che ci accoglie – quando, svezzati, non abbiamo più la Mamma «naturale» (la Senza Immagini) ad allattarci delle «necessità» più urgenti della nostra immaginazione.

Perché, dal momento in cui ci siamo attaccati alla catena della significazione umana, da quel preciso (si fa per dire) istante, noi al seno dell’immaginazione che nutriva il nostro balbettio, abbiamo dovuto sostituire le aride mammelle di questa Simbolica Signora della Via Lattea che mormora dal fondo delle parole.
Più che immersi in chissà quale abisso, siamo semmai emersi a questo Paese di Mezzo che, a detta di Ovidio, confina col cielo, il mare e la terra. Siamo solo, da buoni traditori, passati al servizio di questa Oscura Potenza, talmente sicura della sua onnipotenza da non chiudere le porte di casa sua: siamo entrati, ed ecco ci siamo rinchiusi nel suo (nodo) Aperto, ci siamo inclusi nelle ferrose tenaglie della sua Trappola, ci siamo fatti sedurre dal gioco delle sue Seduzioni.

Per entrare, non ci hanno fatto chissà quale esame, non ci hanno chiesto conto del teorema di Pitagora né della relatività di Einstein. Non subito, perlomeno.
Siamo entrati analfabetica/mente nella Chiacchiera – siamo stati catturati in questa dimensione primitiva, originaria, della Fama, fin troppo facilmente.
È stato un gioco da ragazzi, perché noi ci siamo nati, atti a chiacchierare, né più né meno di tutti gli altri animali che vivono in branco. Chiacchieravamo, e ci capivamo a volo – dice Sohrawardî – anche quando eravamo uccelli. Dopo, si è trattato solo di affinare la materia prima di questa «chiacchiera».

uccelli-paint

In quanto al capobranco, il Soggetto di tutte nostre le soggezioni o, come dice Ovidio, il Mammone di tutte le nostre «sbigottite paranoie», la Fama, la Strega o, a piacere, l’Orco Polifemo che – ti ricordi? – eravamo piccoli e ciechi quando ci divorò … com’è possibile parlarne impunemente?

… bisognerebbe, come dice Nietzsche – bisognerebbe parlare solo di ciò che si è superato, solo delle malattie da cui si è guariti.
Parlarne durante la malattia, ci condanna al vaniloquio e all’incontinenza verbale (e io ne so qualcosa).
Bisogna superare il male che ci affligge, e solo dopo, solo poi – provare a dire di che si trattava: cosa ci stava accadendo sotto la dominazione di quel male, cosa ci bruciava, e cosa era lì che minacciava d’incenerirci tra le fiamme di quell’inferno.

Bisogna sfebbrare prima di sputare sentenze su quel certo «caso clinico», di cui la nostra febbre era solo il sintomo più appariscente.
Bisogna tornare sopra la propria febbre, camminare sulle ceneri ormai spente d’una surreal-colombe-allamateantica credenza – bisogna a questa credenza sovrascrivere il racconto del suo decorso fino al tramonto in una credulità, fino all’ultima eco, in forma di addio o di vaffanculo che differenza fa?, per pensare di poterne estrarre, finalmente!, un che di «sapido».

Finché si parla ancora … non si comprende chi è che ci fa parlare – non si comprende da chi siamo parlati.
Bisogna che il Parolaio molli la presa. Che allenti le briglie alle cavalle della nostra carrozza. Che l’impero della sua oscura volontà di potenza scemi in qualche modo, se vogliamo sapere da chi, e da quale sua scemenza, siamo posseduti!
Ma come possiamo noi saperlo, se non è Lui stesso a dircelo? Insomma, se non ce lo «confessa» lo stesso Polifemo in un attimo di ebbrezza?

Dobbiamo confondere le idee al Demone della caverna: dobbiamo nasconderci sotto la pancia delle sue pecore per riuscire alla luce del giorno!
Dobbiamo approfittare d’una sua debolezza, d’una sua cecità momentanea dobbiamo fare tesoro, se vogliamo sopravvivere al fuoco del suo inferno.

Di quel fuoco che la Chiacchiera, sua devota vestale,
da sempre si cura di tenere acceso –
sempre pronta com’è a far parlare le malattie,
a ravvivare le febbri
fingendo che per guarirle basti
continuare a sputarci sopra sentenze e ricette.