Hillman – La forza dell’immagine è senza immagini

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Leighton – Eracle libera Alcesti dall’Ade

La descrizione che forse è più rivelatrice di Ananke, è quella che ci dà Euripide nell’Alcesti, là dove il Coro dice:

Io stesso negli slanci
della poesia mistica e nello studio
della storia e della scienza, nulla ho trovato
di più potente di Ananke
né mezzo alcuno ho trovato per contrastarla
nelle tavole traci iscritte
in versi dai seguaci di Orfeo,
né in tutti i rimedi che Febo ha dato ai figli
di Asclepio per combattere le molte afflizioni dell’uomo.
Lei sola è dea
senza altare e senza immagine davanti a cui pregare.
Dei sacrifici lei non si cura.
(Euripide, Alcesti, 962-975)

Qui Ananke è la Grande Signora (potnia) del Mondo infero, l’invisibile principio psichico che irresistibilmente attrae a sé tutte le cose, con ciò stesso patologizzando la vita. Solo di Ade si dice similmente che è «senza altare né immagine davanti a cui pregare».
Il pensiero orfico ha di fatto identificato direttamente Ananke con Persefone, la Regina del Mondo infero. Il suo nome è stato tradotto come «portatrice di distruzione», sicché il surreal-double-ombreprocesso di patologizzazione può essere inteso come un modo di muovere la psiche (la cui immagine in questa particolare tragedia viene presentata attraverso la figura di Alcesti) verso il Mondo infero. Anche il fatto che tale movimento dalla vita alla morte sia bloccato da Eracle al modo dell’eroe attiene a questo tema.

Consentitemi di attirare la vostra attenzione sul fatto che nel succitato brano dell’Alcesti il linguaggio con cui si cerca di far fronte ad Ananke è il linguaggio della terapia: si citano i rimedi di Asclepio – ma non ve n’è alcuno. Neppure il misticismo, l’orfismo, la storia, la scienza risultano in grado di contrastare la sua forza.
Che sia perché essa non ha immagine, non ha altare davanti a cui pregare?

La nostra ipotesi è che non solo Necessità è inaccessibile alla parola, ma, più ancora, che si ha esperienza della necessità quando ci si sente costretti senza che esista alcuna immagine di ciò che sta accadendo.
È come se tra le immagini e l’essere incalzati e costretti esistesse una relazione, anzi addirittura una proporzione inversa: più c’è immagine e altare, meno si dà cieca necessità. Più c’è coazione, meno siamo in grado di offrire sacrifici, di riconoscere la nostra personale coazione con qualcosa di divino.

Questo della proporzione inversa è un aspetto fondamentale della nozione junghiana di archetipo su cui conviene soffermarsi.
A un estremo dello spettro c’è il rosso, la coazione; all’altro c’è il blu, l’immaginazione. Come il rosso è il corpo del blu, il blu è l’immagine del rosso.
Senza immagini siamo più ciechi, poiché non ci è data la possibilità di immaginare la forza che ci incalza.
Con le immagini, la necessità appare inerente all’immagine stessa.
La coazione si sposta allora dal rosso al blu, e noi riconosciamo che essa è essenziale alla natura stessa dell’immagine e che ciò che ci incalza e costringe sono immagini.

Guttuso-Teschio-e-cravatte
Guttuso – Teschio e cravatte

La relazione tra necessità e immagini può anche essere espressa in questo modo: la necessità s’impadronisce di noi attraverso le immagini.
Ogni immagine possiede una sua intrinseca necessità, per cui la forma che l’immagine assume non può essere altro che quella, sia che dipingiamo, moduliamo un verso o facciamo un sogno.
Ogni immagine esiste nella sua specifica epifania e nella sua precisa linea di condotta (la coercizione della necessità, che Jung chiama «istinto»).

Appunto perché è inseparabile dall’immagine, diciamo che la forza dell’immagine è senza immagini. Cioè, la necessità non ha un’immagine perché è all’opera in ogni e qualsiasi immagine.
surreal-albero-velatoNon dobbiamo però prendere questa forza senza immagini letteralmente e metafisicamente, come se gli archetipi fossero in se stessi senza immagini, inconoscibili e trascendenti rispetto alle loro manifestazioni.
La potenza senza immagini dell’immagine sta precisamente dentro l’immagine stessa: l’archetipo è totalmente immanente nella sua immagine.
Questa potenza senza immagini conferisce a ogni immagine il suo effetto coercitivo e la legge inflessibile che le dà la sua specifica forma. Questa inesorabilità dell’immagine altro non è che Necessità, la quale, come dice il brano dell’Alcesti, è essa stessa «senza immagini».

Dunque, la fantasia non è affatto spensierato sognare ad occhi aperti, bensì l’implacabile portatrice delle necessità che ci incalzano.
La realtà psichica è soggiogata all’immaginazione. L’immaginazione non ci libera, ma anzi ci cattura e ci soggioga ai suoi miti; noi siamo gli operai dei suoi Re e Regine.
Siamo legati con vincoli di sangue a ciò che Jung chiama le nostre «immagini istintuali». Sostenere tenacemente, come fa Jung, che la realtà umana è in primo luogo psichica e che l’immagine ne è la primordiale e immediata rappresentazione richiede che si riconosca ancora un altro fatto.

La realtà è tale solo se è necessaria.
L’uso della parola «realtà» implica la condizione ontologica di ciò che non può essere altrimenti. Di conseguenza, le immagini devono possedere una qualità di inalterabile necessità, talché la realtà psichica, che consiste in primo luogo di immagini, non può essere costituita semplicemente di immagini a posteriori di impressioni sensoriali.
Le immagini sono primordiali, archetipiche, realtà ultime in se stesse, l’unica realtà immediata di cui la psiche ha esperienza. Come tali, le immagini sono le presenze della necessità che hanno preso forma.

Félicien-Rops-incantesimo-Faust
Félicien Rops – L’incantesimo

Sul piano personale, esperienziale, questo implica che, quando cerchiamo che cosa in questo momento determina in modo implacabile la nostra vita e la mantiene in soggezione, è alle immagini delle nostre fantasie che dobbiamo volgerci, dentro le quali sta celata la necessità.
Implica inoltre che bisogna stare attenti a non essere troppo «attivi» con le nostre immagini, manipolandole come facciamo per riscattare i nostri problemi.
Perché in tal caso l’immaginazione attiva diventerebbe il tentativo di eludere la necessità dell’immagine e i suoi diritti sopra l’anima.

Benché Necessità sia detta «senza immagini», tuttavia a questa grande Dea, che è anche al tempo stesso un principio metafisico, attiene un gruppo di metafore particolari, che ci dicono come essa opera.
Si scopre cioè che, dal momento che essa rimanda ai limiti che vincolano e circoscrivono, vincoli e legami, l’anello, la corda, il cappio, il collare, il nodo, il fuso, la ghirlanda, le griglie e il giogo sono tutti modi per dire il dominio di Ananke.
E così pure il chiodo.
Il chiodo conficcato in un personaggio (come Prometeo, come Cristo) o nella testa di un personaggio (etrusco, scandinavo, latino) sta a indicare l’ineludibile imperativo della necessità. Nessuna via d’uscita. Così dev’essere.

Vale la pena, qui, fermarsi un attimo a riflettere sulla ghirlanda: per esempio la corona d’alloro del poeta laureato, o quella che viene conferita al vincitore di una gara.
È un riconoscimento che implica anche, però, un obbligo vincolante, la necessità di essere quello per cui si è stati incoronati. La ghirlanda è il giogo, il collare della fronte. Una volta che è stato incoronato di alloro, il cantore deve seguitare a cantare.
È un riconoscimento, inoltre, che pone dei limiti al raggio d’azione e alle possibilità dei poteri di una persona. Il riconoscimento vincola l’anima a uno specifico destino.

(Hillman, La vana fuga dagli dèi)