Caucaso – La morte della Sposa luminosa

Dall’unione di Sasreqoa (Soslan) con la Sorella dei sette fratelli Ayerg nascono tre figli, ma tutt’e tre muoiono accidentalmente per mano dello stesso Sasreqoa. È l’inizio delle sue disgrazie, che non smetteranno più: perderà l’una dopo l’altra la sposa, il cavallo, la sorella, infine la vita.

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Il Narto Sasreqoa non era forse degno di una grande compassione, lui che è rimasto senza discendenza? Lui che ha ucciso di sua mano i suoi figli, nati da una stessa madre?
Come prima, Sasreqoa era di rado a casa: cacciava, correva il vasto mondo, conquistava Chagall-sposigloria. Cominciava a sguainare la spada contro i suoi nemici, e la terra si arrossava allora di torrenti di sangue.
La sua sposa rimaneva a casa, ma molto spesso tirava il marito fuori dai rischi che lo minacciavano: il suo mignolo emanava la notte una viva luce che, più di una volta, aveva salvato il grande Narto.

Ecco, per esempio, che Sasreqoa torna a casa dopo una grande battaglia. Avanza, estenuato, e la notte è cupa. Una fitta nebbia si stende sopra la terra.
Allora, la sua sposa, la gloriosa sorella dei fratelli Ayerg, passa il mignolo attraverso la finestra, e una luce accecante fora l’oscurità della notte, rischiarando tutto il cammino dal ponte sul Kuban fino alla soglia stessa della loro casa.
E Sasreqoa si avanza come in pieno giorno lungo la strada illuminata. Arriva dinanzi alla porta e saluta la sua sposa, l’illustre sorella dei fratelli Ayerg.

Un giorno, si trovava riunita una folta assemblea. C’erano i Narti, e altri con loro.
Proprio al termine, i Narti litigarono col loro fratello più giovane, Sasreqoa. Si accese una disputa violenta, e Sasreqoa non si contenne più.
Disse ai suoi maggiori: «Ingrati! Da quanti pericoli non vi ho tirati fuori, e voi mi parlate così, villanamente!».
Uno dei Narti disse: «Che insolente, questo Sasreqoa! Da quali pericoli ci ha tirati fuori? Sei almeno un uomo? Faresti meglio a ringraziare tua moglie e la sua manina: senza il suo mignolo, saresti morto già da un pezzo!».

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Era tutto quel che bastava al canzonatore Goetsak’a.
«Ascoltatemi, grandi Narti! – gridò. – Ascoltatemi tutti!
Io me ne vado i venerdì
a cavallo,
voi potete, i venerdì,
farmene credito!
Il figlio, ricco in abbondanza, di uno sciocco
si vanta dell’opulenza di suo padre –
ma Sasreqoa, lui, si vanta
del mignolo di sua moglie!
Voi dovete, Narti,
voi dovete aver pietà di Sasreqoa!».

Così parlò Goetsak’a, e i Narti si sbellicarono dalle risa: non avevano mai riso tanto. Ridevano, ridevano, che tanto gli girava la testa da cadere per terra.
Che poteva fare Sasreqoa? Poteva solo lasciare l’assemblea e tornare a casa.
donna-pennuta«Perché sei triste?», gli domandò la sposa.
Egli mentì: «Ho male alla testa».

Passarono tre giorni, poi fu il tempo di una nuova spedizione.
Sasreqoa chiamò sua moglie, la fece sedere davanti a sé e le disse: «La luce del tuo mignolo mi ha più di una volta salvato, ma ora basta, non voglio più il tuo aiuto».
La sposa, la sorella dei sette fratelli Ayerg, fu molto mortificata.
«Poveretto! – ella disse. – Vedo bene che i tuoi fratelli t’hanno detto che, senza tua moglie, tu non vali niente».
«Forse l’hanno detto, forse non l’hanno detto – rispose evasivamente Sasreqoa. – A ogni modo non ti venga più in mente di rischiarare per me!».

La sposa replicò: «I tuoi fratelli hanno voluto umiliarti, ma non ti servirà a niente rinunciare al mio soccorso. D’altronde, la luce del mio mignolo è generata per forza sua propria: se voglio impedirgli di brillare, alla fine ne morirò!».
«Parto immediatamente – disse Sasreqoa. – I malvagi Giganti hanno condotto una parte dei miei cavalli sull’altra riva del Kuban e io devo raggiungere i rapitori. Queste faccende, tu lo sai, non finiscono senza che il sangue scorra. Ma qualunque cosa mi capiti, fossi anche fatto a pezzi, te ne prego, non rischiarare per me, non mi portare aiuto! Se disobbedisci, io ti uccido e poi mi uccido, te lo giuro!».

Che poteva fare la sua sposa? Poteva soltanto sottomettersi, benché sapesse che il marito andava a una morte certa.
E Sasreqoa partì.
I Giganti sospingevano il branco dei cavalli sull’altra riva del Kuban, sulla piana di Asoagoe. Si voltarono e videro in lontananza una piccola macchia nera, come un neo su un corpo bianco. Intuirono che era il giovane Narto Sasreqoa postosi al loro inseguimento. Essi sommersero l’eroe con una grandinata di frecce, poi lo attaccarono a colpi di spada.
Non ci fu niente da fare: Sasreqoa non lasciò vivo un solo Gigante, nemmeno uno che portasse la cattiva notizia. Poi riprese il suo branco e tornò a casa.

cavalli-fiume

Quando arrivò al ponte di pietra che cavalcava il Kuban, l’oscurità era già profonda e una fitta nebbia copriva la terra. Avessero messo un ferro incandescente davanti a suoi occhi, non l’avrebbero visto, tanto la notte era nera!
A casa, l’illustre sorella dei fratelli Ayerg era in gran pena. Tutti i suoi pensieri erano rivolti al marito. Dov’era? Sano e salvo? Ritornava vittorioso?
«Senza dubbio è già vicino al ponte di pietra», stabilì. E, come succede alle donne, non si poté più tenere: ella passò il mignolo attraverso la finestra.

In quel momento, Sasreqoa era proprio all’imboccatura del ponte di pietra. Ma non poteva in nessun modo mettervi sopra il piede: i suoi cavalli recalcitravano, nitrivano, come in delirio. Alla fin fine, li legò tutti uno all’altro e li spinse avanti.
All’improvviso una luminosità abbagliante li colpì negli occhi. I cavalli si inalberarono, mani-lucestrappando da una parte e dall’altra, e caddero nel Kuban. In questa stagione, il fiume era grosso e rotolava tumultuosamente i suoi cupi flutti. Sasreqoa e i suoi cavalli furono trascinati tra i gorghi.

L’illustre sorella dei fratelli Ayerg vedeva da lontano tutto quello che avveniva. Si precipitò verso il ponte di pietra, singhiozzando amaramente.
«Dove sei? sei ancora vivo?», ella gemeva.
Ma Sasreqoa non rispondeva.
«Io sono colpevole della tua morte!», proruppe in un grido l’illustre sorella dei fratelli Ayerg, e dall’alto del ponte saltò nel fiume. Cadde su una roccia tagliente come una spada che le squarciò il petto.
Così morì la sorella unica dei fratelli Ayerg, la migliore delle donne sulla terra.
E Sasreqoa, il grande Narto? No, lui non morì. Era nella voragine, a un pelo dalla morte – ma la vita stava dalla sua parte.

***

Come per gli Osseti, è dunque Sasreqoa a conquistare la fanciulla luminosa, ma un Sasreqoa caratterizzato dall’evoluzione che egli stesso e l’epopea narta nel suo insieme hanno subito presso gli Abkhazi: benché superiore a tutti gli altri Narti, i suoi novantanove fratelli, è considerato da loro come un bastardo; spregiato, invidiato, odiato perfino, è continuamente bersaglio dei loro scherzi, dei loro complotti, l’ultimo dei quali riuscirà: non un genio celeste invierà su di lui una ruota assassina, ma i suoi fratelli, con le apparenze di un gioco, faranno precipitare su di lui il masso che gli spezzerà le gambe.

Ma questo gioco fatale sarà solo l’ultimo di una serie di tentativi, il penultimo dei quali è quello or ora letto: attraverso il canzonatore Goetsak’a – una copia abkhaza del Syrdon mosaico-diavoloosseto – i novantanove portano il fiero centesimo a privarsi della sua salvaguardia abituale, il fascio luminoso emanato dal mignolo di sua moglie; lo destinano così all’incidente, che in effetti gli capita: cade nel fiume, dove in condizioni normali dovrebbe annegare.
Ma la storia ha un’impennata: contro ogni aspettativa, Goenda, sua sorella, sorella di tutti, lo salva, e in seguito a questo va ad abitare a casa sua, dando ai novantanove un dispiacere supplementare; e quando, in assenza di Sasreqoa, ella sarà portata via da Narĵ’x’ou, il furore dei fratelli non avrà più limiti. E proprio allora organizzeranno dietro consiglio di una strega il gioco in cui morirà.

C’è così un prolungamento dell’azione, che concede a Sasreqoa una proroga e conduce il lettore da una morte per annegamento, sconosciuta alle leggende ossete ed evitata miracolosamente, alla morte effettiva, nella forma corrispondente a quella di Soslan.
Dal punto di vista della donna luminosa, questa proroga che ragionevolmente ella non poteva sperare è fuor di conto: per lei, Sasreqoa è bell’e morto nei vortici del fiume, e perciò si uccide.

La sua storia consiste così di due episodi che corrispondono, per significato, ai due episodi della vita di Soslan, il matrimonio felice con Acyrûxs e il diverbio fatale con l’altra donna celeste, figlia del Signore della Ruota.
Nell’evoluzione abkhaza della leggenda, le due donne, la «buona» e la «cattiva» si trovano riunite in una persona sola; semplicemente, non è giusto parlare di donna «cattiva» nel secondo episodio: è Sasreqoa che, offeso dalla canzonatura di Goetsak’a, strapazza, minaccia una sposa sottomessa e le vieta di aiutarlo; in nessun momento, la sorella dei fratelli Ayerg manifesta verso suo marito animosità o rancore; se alla fine sbaglia, è per imprudenza, con un intento buono; quando si rende conto della disgrazia che ha provocato, ella mette fine ai suoi giorni nel modo più crudele.

Si vede bene quello che la vicenda ha guadagnato così in umana commozione. Nella doppia e antitetica fiaba dell’originale osseto, né l’una né l’altra delle due donne celesti ha una personalità; la prima non fa che aspettare e agevolare la propria conquista, la seconda si offre e, respinta, si vendica.
La sorella dei fratelli Ayerg invece, dopo la felice riuscita del suo matrimonio, prova la pena della donna innamorata che l’uomo amato maltratta; poi, davanti all’imprudenza dell’orgoglio maschile, l’angoscia della donna sensata che misura i rischi; poi l’insopportabile incertezza fra una sottomissione che crede disastrosa e una disobbedienza da cui spera la salvezza; infine, quando la disobbedienza ha provocato quello che la sottomissione, nonostante tutto, avrebbe forse evitato, la disperazione senza rimedio.

(Dumézil, Storie degli Sciti)