Kerényi – L’Anadyomene

Botticelli-La-nascita-di-Venere

Il Rinascimento italiano si è affezionato ancor di più agli inni omerici che non ai due poemi epici. Marsilio Ficino, l’interprete di Platone, ha preparato prima di tutto la traduzione degli Inni, quelli omerici e quelli orfici. È noto che egli li sapeva anche cantare «all’antica».
Un altro spirito eminente dell’umanesimo fiorentino, Angelo Poliziano, trascrive nelle sue Stanze un Inno ad Afrodite – quello che non è né il più lungo né il più corto tra quelli attribuiti ad Omero. Si direbbe quasi che egli ne fa una pittura in stile rinascimentale – se non ci fosse, a farlo effettivamente, proprio un pittore, che si serve dell’aiuto poetico del Poliziano: Botticelli.

La nascita di Venere non è il titolo giusto del quadro. Questo rappresenta piuttosto l’arrivo di Afrodite a Cipro, secondo l’Inno omerico, l’arrivo di Afrodite fra noi, nell’età moderna, secondo il significato e l’importanza che ha questo capolavoro nella nostra cultura. Nel quadro del Botticelli vi è almeno altrettanto mitologia viva, quanta ve n’è nell’Inno omerico.
La nascita di Afrodite è diversa: cruda e profondamente impressionante, essa, nella sua primitività, è estranea sia allo stile della poesia omerica, sia a quello del Botticelli.
donna-fusionLa mutilazione di Urano, la sua virilità gettata nel mare, tutti gli orribili precedenti, la mitologia titanica dello stato pre-iniziale: tutto ciò è come se fosse stato spazzato via.
L’unità del momento mitologico primordiale in cui il procreatore e il procreato erano identici nel grembo materno dell’acqua, si era scomposta già in Esiodo, diventando processo e narrazione. Già Esiodo parla di acque portatrici – come il mito di Maui, fanciullo divino dei Polinesiani – di onde che da lungi portano la dea.

Alla fine, dalla bianca schiuma è uscita la fanciulla che da quella ha preso nome: ἁφρός significa schiuma e Afrodite è la dea. Questa etimologia antica, già esiodea, attingeva la sua attendibilità da una grande visione mitologica, che doveva essere ancora più antica: dall’immagine della Anadyomene, la dea che emerge dalle onde.
Le raffigurazione dell’arrivo di Afrodite sono già al di là di questa visione. Il dolce soffio dell’aura spinge la grande dea già nata, verso una delle sue isole sacre o – nel quadro del Botticelli – verso la terraferma.

La morbida schiuma che trasporta Afrodite è un simbolo della sua nascita confacentesi allo stile omerico, come la conchiglia a quello del Botticelli.
I poeti latini sono i primi a raccontare che Venere è nata da una conchiglia, oppure che in una conchiglia ha attraversato il mare. Raffigurazioni antiche mostrano la dea come se crescesse da una conchiglia.
Non è necessario credere che la formazione della perla sia servita da fondamento e spunto al simbolo. Più tardi anche quest’immagine si innesterà in quell’altra, antichissima.

Venere-conchiglia-Pompei
Pompei – Casa della Venere in conchiglia

Originariamente però un’altra specie di conchiglia, e non quella delle perle, era l’animale sacro di Afrodite a Cnido. La conchiglia è in generale l’esempio e l’espressione più immediata e più evidente per i nostri sensi, delle qualità afroditee dell’elemento umido.
La poesia di stile omerico è troppo spirituale per potersi servire di questo simbolo. Poliziano era troppo sensuale per potersene dimenticare. In Botticelli Venere sorge dalla conchiglia in un modo che fa capire come la conchiglia appartenga alla dea; tuttavia, questa se la lascia dietro le spalle, insieme con tutta la mitologia primordiale che Poliziano ha ancora rinarrato sulle orme di Esiodo.

Sorgendo dalle profondità del mare, da una conchiglia – spinta dai venti e accolta dalla dea della terra dalle vesti variopinte – arriva Afrodite Anadyomene. Ecco un aspetto della Fanciulla, della Protogonos Kore.
Il quadro del Botticelli aiuta noi moderni a rievocare l’Anadyomene. Ed è lei che bisogna ritrovare, se si vuole comprendere le dèe dei Greci.
Lei è la più vicina alle origini.

(Jung-Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia)