Nietzsche – Difetto ereditario dei filosofi

Magritte-filosofo
Magritte – Quasi un filosofo

Tutti i filosofi hanno il comune difetto di partire dall’uomo attuale e di credere di giungere allo scopo attraverso un’analisi dello stesso.
Inavvertitamente «l’Uomo» si configura alla loro mente come una aeterna veritas, come un’entità fissa in ogni vortice, come una misura certa delle cose. Ma tutto ciò che il filosofo enuncia sull’uomo, non è in fondo che una testimonianza sull’uomo di un periodo molto limitato.

La mancanza di senso storico è il difetto ereditario di tutti i filosofi; molti addirittura prendono di punto in bianco la più recente configurazione dell’uomo, quale essa si è venuta delineando sotto la pressione di determinate religioni, anzi di determinati avvenimenti politici, come la forma fissa dalla quale si debba partire.
Non vogliono capire che l’uomo è divenuto, e che anche la facoltà di conoscere è surreal-voltodivenuta; mentre alcuni di loro si fanno addirittura fabbricare, da questa facoltà di conoscere, l’intero mondo.

Ora, tutto l’essenziale dell’evoluzione umana è avvenuto in tempi remoti, assai prima di quei quattromila anni che all’incirca conosciamo e durante i quali l’uomo non può essere gran che cambiato.
Ma nell’uomo attuale il filosofo vede «istinti» e suppone che essi appartengono ai fatti immutabili dell’uomo e possano quindi fornire una chiave alla comprensione del mondo in generale: tutta la teologia è basata sul fatto che dell’uomo degli ultimi quattro millenni si parla come di un uomo eterno, al quale tendono naturalmente dalla loro origine tutte le cose del mondo.

Ma tutto è divenuto; non ci sono fatti eterni: cosi come non ci sono verità assolute.
Per conseguenza, il filosofare storico è da ora in poi necessario, e con esso la virtù della modestia.

(Nietzsche, Umano troppo umano, 1: 2)

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Uomo da uomo, dio da dio … ho ancora nell’orecchio questa vecchia «diceria» udita non so dove: dice che ogni Specie è confinata nella sua specialità. Dice che l’uomo è uomo, e il cavallo è cavallo, e il cane, c’è poco da fare, è cane figlio di cani. Insomma, dice che la discontinuità tra le Specie, è opera di Madre Natura. E che Madre Natura è una catena che si è spezzata in certe sue «giunture» più deboli. Che nelle sue più fragili «connessioni» si sono aperti dei vuoti, degli intervalli.
Perciò: uomo da uomo, e dio da dio … e questa distanza non sarà mai più colmata. È fatta.

E tuttavia, i filosofi – a detta di Nietzsche – si sono sì rassegnati a questa separazione «naturale», ma per mantenere in piedi il Mito dell’Uomo e tutta la baracca delle annesse surreal-volto-frammentie connesse mediazioni tra uomo e dio, si sono dovuti azzardare nella speculare, reciproca, narcisistica idealizzazione di questi due «discreti». Azzardare nell’ipotesi di un Uomo fatto a immagine e somiglianza (diretta) del suo dio, tutt’e due, uomo e dio, ugualmente indifferenti al proprio divenire storico, e al divenire della conoscenza della loro continua cangiante differenza.

Sicché, secondo questi filosofi, come ogni dio nasce solo da un sentimento, anzi da un presentimento della presenza diretta di Dio, così anche ogni uomo non può nascere che dal solo sentir-dire del Racconto, dal solo prestare vivo ascolto al Mito dell’Uomo.
Resterebbe, altrimenti, una bestia.
È così che dicono, ed è difficile dargli torto.

E tuttavia non è l’aver «mitizzato» l’Uomo, di per sé, il difetto che Nietzsche imputa ai filosofi, ma di averlo «deificato» al punto da sottrarlo alla realtà dei suoi mutamenti, del suo divenire. Il difetto è di aver scisso il Mito dalla Storia, di aver privato il Mito della sua Storia, e di averlo imbalsamato su un altare prossimo a quello di un «dio morto», né più né meno morto di lui.
Il difetto dei filosofi è di attardarsi nei funerali di una filosofia, prigioniera ormai del suo gergo «metastorico».

Come potrebbe Nietzsche, creatore di miti, del Mito del Superuomo più di tutti, proprio lui avercela con chi «mitizza»?
Lui ce l’ha coi «miti senza Storia», che so? con chi mitizza l’Essere e proibisce che si dica che l’Essere diviene! Ce l’ha con quelli che insistono a insegnargli che l’uomo è stato creato «direttamente» da Dio! E che i giorni precedenti alla sua creazione non «contano», se non come un vago incipit del Racconto. Con quelli che pensano che l’Uomo è nato senza un Passato «disumano», e che perciò sono impotenti a immaginargli un qualunque Futuro «al di là dell’umano».

E dunque, è dalle ceneri di questo Mito morto o comunque agonizzante, di questo Mito giunto a uno dei suoi molteplici tramonti, che il Nuovo Mito deve risorgere.
Come?
Secondo Nietzsche, è semplice (e folle al tempo stesso): iniettare divenire nelle vene del Moribondo. Inocularvi un po’ di quella «illogicità» che Natura dispensa a beneficio (o chissà, forse, a maleficio) della nostra Mitologia.