Vernant – Narciso e lo specchio di Dioniso

Se, come abbiamo suggerito, introduciamo lo specchio nell’ambito dell’erotica platonica, ci troviamo immediatamente nel cuore del mito di Narciso, e con ciò dinanzi a due ordini di problemi.
Innanzi tutto, per quale ragione il mito di Narciso è quasi sempre presentato, che si tratti di immagini o di scritti, all’interno di un contesto dionisiaco? Come a dire: nei primi foto-giovane-vecchia-specchiosecoli della nostra era, che cosa spinge ad associare, nello spirito di pittori, poeti e filosofi la storia di Narciso all’universo religioso dionisiaco?
Seconda domanda: fra la vicenda di Narciso e lo «specchio di Dioniso», presso gli autori di quell’epoca, e in particolare Plotino, quale tipo di rapporto può essere stabilito? Di corrispondenza o di opposizione?

Ricordiamo, pertanto, per cominciare, qualche tratto della storia amorosa di Narciso.
Alla ninfa Eco, innamorata di lui, Narciso dichiara: «Morire piuttosto che essere posseduto da te». L’amante di cui egli disdegna le proposte reclama la sua punizione con queste parole: «Possa anch’egli amare altrettanto e giammai possedere l’oggetto del proprio amore».
Di fronte a colui di cui si è innamorato e che, nella trasparenza delle acque di una fontana, risponde a ogni suo sguardo con il medesimo sguardo, a ogni suo gesto con un gesto simmetrico («Quando ti tendo le braccia, tu mi tendi le braccia, e quando ti sorrido, tu pure mi sorridi»), cosa fa Narciso non appena comprende che quest’altro è lui stesso?

Mentre grida «iste ego sum», egli esprime tale rimpianto e tale desiderio: «Non potermi separare dal mio corpo […] io vorrei che ciò che amo fosse distante da me».
Alla formula con cui egli aveva allontanato Eco e che abbiamo ricordato, «Emoriar quam sit tibi copia nostri» [meglio morire che darmi a te], risponde esattamente quella che lo autocondanna: «Inopem me copia fecit, il possesso che ho di me stesso fa sì che io non possa possedermi».
Nei Fasti Ovidio riassumerà i dolori del giovane con questa frase: «Narciso, infelice di non essere differente da se medesimo».

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Lo specchio in cui Narciso si vede come se fosse un altro, in cui egli si innamora di quest’altro, senza dapprima riconoscervisi, e in cui lo ricerca nel desiderio di possederlo, traduce il paradosso, in noi, di uno slancio erotico che mira a riunirci a noi stessi, a ritrovare la nostra integralità, ma che può riuscirvi soltanto attraverso una deviazione.
Amare significa tentare di riunirsi nell’altro.

Il riflesso di Narciso e lo specchio di Dioniso raffigurano entrambi la tragedia del ritrovamento impossibile di sé; il desiderio di riunirsi a se stessi presuppone al tempo stesso che ci si allontani da sé, che ci si sdoppi e ci si alieni.
Ma esistono due modi ben differenti di alienarsi, di sdoppiarsi, a seconda che la deviazione attraverso l’altro segua il cammino più breve o che imbocchi, per allontanarsi, i percorsi più lunghi.
Per ritrovarsi, unirsi a sé, piuttosto che semplicemente sdoppiarsi e proiettarsi – foto-donna-gaiarestando tuttavia «se stessi» – nella situazione che è quella di un determinato altro, occorre dapprima perdersi, abbandonarsi, farsi interamente altro da sé.

Se, come Narciso, faccio di me un altro, un determinato altro, non posso né raggiungere lui né ritrovare me. Invece di pormi, nella mia ipseità, come un altro, devo farmi altro dall’interno, devo vedermi trasfigurato in un altro grazie a una visione nella quale lo specchio mi rinvia non il mio riflesso, ma l’immagine del dio da cui devo essere illuminato affinché, separato da me stesso dalla sua presenza in me, io possa finalmente ritrovarmi, possedermi, giacché è lui che mi possiede.

Nella distanza che si crea tra lo specchio di Narciso e lo specchio di Dioniso riemergono gli stessi temi che già costituivano la posta in gioco negli opposti racconti di Aristofane e di Diotima [nel Simposio].
Attraverso lo slancio verso l’altro, eros si rivela come amore di sé. Ma se mira all’altro come doppio di sé, come sua perfetta metà, non ottiene nulla.
Nell’altro che mi è prossimo, che mi è simile, che mi è di fronte, la figura che devo decifrare è quella dell’estremamente altro, del radicalmente lontano; in colui che, dinanzi a me, mi guarda come un altro me stesso, il mio riflesso, devo scorgere l’estraneo che si nasconde nel profondo.
Solo questo «altro» estremo può fondare tanto il valore erotico del mio prossimo quanto il mio; può renderci belli l’uno per l’altro e ciascuno per sé, illuminati entrambi dalla medesima luce, quella proiettata dalla fonte inesauribile di ogni bellezza.

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Nella stessa linea dell’erotica platonica, ma in rottura completa col maestro dell’Accademia e con tutto il classicismo greco, Plotino (che segna il momento iniziale della svolta con la quale l’immagine, invece di essere definita come imitazione dell’apparenza, sarà interpretata filosoficamente e trattata plasticamente come espressione dell’essenza) conferisce allo specchio una dimensione metafisica esprimendo, attraverso di esso, lo statuto delle anime dopo la loro incarnazione.
Il destino di ogni anima individuale si gioca tra due poli ai quali lo specchio si presta come modello.

L’anima può porsi dal punto di vista della fonte che produce la luce, cioè di se stessa in quanto rivolta al sole dell’Essere e dell’Uno, in quanto unita a esso attraverso la contemplazione, in quella visione nella quale si confonde con esso; e in questo caso, il riflesso non è nulla.
Oppure, l’anima può guardare verso il riflesso, distogliersi dalla fonte che produce il riflesso: allora vive «come se» il riflesso fosse la realtà stessa; si particolarizza e si localizza nei limiti del corpo; cade nello specchio di Narciso, si frammenta come nello specchio di Dioniso.

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Ma la storia di Narciso corrisponde solo a uno dei due aspetti espressi dallo «specchio di Dioniso» nel mito e nel rituale.
Ciò che caratterizza questo specchio è la presenza in esso di due poli opposti, la reciprocità e l’alternanza della dispersione e della riunificazione. Riflettendosi nello specchio, Dioniso si consacra alla molteplicità; egli presiede alla creazione delle diversità e del mutamento, alla genesi del particolare; ma egli resta al tempo stesso unitario grazie al fortunato preservarsi del suo cuore.

Ogni anima individuale, ogni essere particolare aspira, attraverso il riflesso di Dioniso rifratto nel molteplice, a ritrovare quell’unità dalla quale proviene.
Lo specchio di Dioniso, così come lo smembramento del dio da parte dei Titani, esprime al tempo stesso, e in modo solidale, la dispersione e l’assembramento. La riunificazione esige che venga compiuto in senso inverso il percorso dello specchio, del riflesso (o dello Escher-riflesso-sferasmembramento) e che, con un radicale mutamento del modo di vivere, con una trasformazione interiore al termine dell’iniziazione e della visione che l’accompagna, si faccia ritorno a Dioniso come fonte unica, che ci si perda in lui per ritrovare se stessi piuttosto che cercarsi in una delle immagini da cui è rifratto.

Bisogna che l’iniziato, guardando nello specchio, veda se stesso in maschera dionisiaca, trasformato nel dio che lo possiede, trasportato da dove egli si trova in un luogo diverso, trasmutato in un altro che lo rinvia all’unità.
Nello specchio nel quale Dioniso bambino si guarda, il dio si disperde e si divide. Nello specchio iniziatico il nostro riflesso si profila come una figura estranea, ci guarda. Questa maschera ci segnala che non siamo là dove crediamo di essere, ma che occorre cercare altrove per infine raggiungerci.

Evocando, contro troppo facili interpretazioni, l’aspetto anti-narcisistico di Plotino, P. Hadot scrive: «L’essenziale non consiste nell’esperienza di sé, ma nell’esperienza di un altro da sé o nell’esperienza del divenire altro. In tal senso, Plotino avrebbe potuto dire che, in questa esperienza, il sogno di Narciso viene facilmente esaudito: divenire altro restando se stesso» (Il mito di Narciso e l’interpretazione di Plotino).
Se la nostra analisi è esatta, nel doppio fondo dello specchio di Dioniso non c’è soltanto la figura di Narciso. Per chi sa vedere, per l’iniziato, c’è anche la promessa del sogno esaudito.

(Vernant, Figure, idoli, maschere)