Le mille e una notte – La storia del Califfo e del Mendicante Cieco

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Certe volte proviamo trasporti di gioia così straordinari, che comunichiamo questa passione a quanti ci stanno vicino, e partecipiamo facilmente alla loro. Altre volte, invece, siamo immersi in una melanconia così profonda, che ci rendiamo insopportabili a noi stessi, e lungi dal poterne dire la cagione, se la ci si domanda, non possiamo rinvenirla noi stessi se la cerchiamo.

Il Califfo stava un giorno in quest’ultima disposizione d’animo, quando Jafar, suo gran Visir fedele ed amato, venne a lui dicendo: «Commendatore dei credenti, il mio dovere solo m’ha obbligato a venir qui, e mi prendo la libertà di far ricordare alla Maestà Vostra, ch’ella s’è imposto da se stesso l’obbligo di ispezionare di persona la capitale e i dintorni. Oggi è il giorno che ha voluto assegnare a tal uopo, e non vi è migliore occasione di questa per dissipare le nubi che offuscano la sua gaiezza ordinaria».
«L’avevo dimenticato – replicò il califfo – e me l’hai ricordato molto a proposito. Va’ dunque a cambiarti d’abito mentre io farò lo stesso».

Essi presero ciascuno un abito di mercante straniero, e con tale travestimento uscirono soli da una porta segreta del giardino del palazzo che dava sulla campagna.
califfo-visir2Da qui percorsero una parte del circuito della città, finché, arrivati a un ponte, trovarono un cieco molto avanti negli anni, che chiedeva l’elemosina.
Il Califfo gli pose una moneta d’oro in mano.
Il cieco all’istante gli prese la mano e l’arrestò dicendogli: «Caritatevole persona, chiunque voi siate, non mi ricusate la grazia che vi chiedo di darmi uno schiaffo: io l’ho meritato!».
Il Califfo che non voleva esser ritardato nel suo cammino, gli dette uno schiaffo assai leggero. E il cieco subito si ritirò in disparte, ringraziandolo e benedicendolo.

Il Califfo riprese col gran Visir il suo cammino, ma non aveva fatto che pochi passi quando, ripensandoci, disse: «Bisogna che la cagione che ha indotto questo cieco a comportarsi in modo così strano, sia ben grave». E rivolto al Visir, aggiunse: «Ritorna da lui e digli chi io sono, e che non manchi domani di trovarsi al palazzo».
Il gran Visir ritornò sui suoi passi, fece la sua elemosina al cieco, e dopo avergli dato uno schiaffo, gli comunicò l’ordine, e poi raggiunse il Califfo. […]

L’indomani, dopo la preghiera del dopo pranzo, il Califfo rientrò nel suo appartamento, ed il gran Visir v’introdusse il mendicante cieco.
Il Califfo chiese al cieco come si chiamasse.
«Mi chiamo Baba-Abdalla», rispose il cieco.
«Baba-Abdalla – soggiunse il Califfo – la tua maniera di chiedere l’elemosina mi parve ieri molto strana. Dimmi dunque, senza nulla celarmi, donde t’è venuto questo stravagante pensiero? Ti esorto a non celarmi nulla, perché voglio saperlo assolutamente!».

«Commendatore dei credenti – rispose Baba-Abdalla – io son nato a Bagdad ereditando alcuni beni da mio padre e da mia madre, morti ambedue a pochi giorni di distanza l’uno dall’altra. Quantunque fossi giovane e inesperto, non lasciai nulla d’intentato e impiegai tutte le mie forze e tutte le cure possibili per accrescere il patrimonio, tanto che infine mendicantedivenni talmente ricco da possedere da me solo ottanta cammelli, che noleggiavo ai mercanti delle carovane e che mi fruttavano grosse somme in ciascun viaggio che facevo, in differenti luoghi dell’Impero della Maestà Vostra.

«Un giorno che ritornavo da Bassora coi miei cammelli, un derviscio a piedi che andava a Bassora mi venne incontro, e si sedette vicino a me per riposarsi. Io gli chiesi donde venisse e dove andasse, ed egli mi fece le stesse domande: poi, dopo aver soddisfatta la nostra curiosità, mettemmo in comune le nostre provvisioni e mangiammo insieme.
Facendo il nostro pasto, dopo aver parlato di sciocchezze varie, il derviscio mi rivelò che, in un luogo non molto lontano da quello in cui stavamo, aveva cognizione di un tesoro di immense ricchezze. La gioia che provavo dentro di me faceva sì ch’io non potessi più contenermi. Io non credevo il derviscio capace di dirmi una menzogna, e perciò mi gettai al suo collo, dicendo: “Buon derviscio, vedo bene che voi vi curate poco dei beni del mondo: e dunque, a che può servirvi la cognizione di questo tesoro? Voi siete solo e non potete trasportarne che poco; insegnatemi ov’esso è, io ne caricherò i miei ottanta cammelli, e ve ne farò dono di uno, in riconoscenza del bene e del piacere che mi avrete fatto”.

“Fratello mio – mi disse quello senza scomporsi – voi dite che avete ottanta cammelli; ebbene, io sono pronto a condurvi ov’è il tesoro: li caricheremo voi ed io di altrettanto oro e gioie per quanto ne potranno portare, a condizione però che, quando li avremo caricati, me ne cederete la metà del loro carico, tenendo per voi l’altra metà, dopo di che ci separeremo e li condurremo ove meglio ci parrà, voi dal vostro lato ed io dal mio. Vedete che la divisione non ha nulla che non sia nell’equità, e che se mi date quaranta cammelli, avete in compenso, grazie a me, di che comprarne un migliaio”.

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«Senza perdere tempo radunai i miei cammelli e partimmo insieme! Dopo aver camminato per qualche tempo, arrivammo in un vallone assai spazioso, ma il cui ingresso era assai stretto. Le due montagne che formavano questo vallone, terminandosi in un semicerchio all’estremità, erano sì elevate, sì ripide e impraticabili, che non vi era da temere che nessun mortale ci potesse mai scorgere.
Quando infine fummo giunti tra quelle due montagne, il derviscio mi disse: “Non andiamo più lungi, fermate i vostri cammelli e fateli coricare sul ventre nello spazio che vedete, affinché non duriamo fatica a caricarli, e quando avrete ciò fatto, procederò all’apertura del tesoro”.

«Io, dopo aver eseguito quanto il derviscio m’aveva detto, andai subito a raggiungerlo, e lo trovai con un acciarino in mano che raccoglieva alquanta legna secca per fare del fuoco. Appena ne ebbe fatto, vi gettò del profumo, pronunziando alcune parole di cui non compresi bene il senso, ed ecco: un denso fumo si levò nell’aria.
Egli dissipò quel fumo e all’istante, quantunque la roccia che stava tra le due montagne, e che s’innalzava altissima in linea perpendicolare, sembrasse non avere nessuna specie di Dalì-profanazione-fantasmaapertura, se ne fece nondimeno una a guisa di porta a due battenti, con un artificio assai ammirabile.
Quest’apertura espose ai nostri occhi, in un gran fosso scavato in quella roccia, un magnifico palazzo edificato dal lavoro dei Geni, non di certo dalla mano dell’uomo.

«Io non ammirai nemmeno le infinite ricchezze che vedevo da tutti i lati e senza arrestarmi ad osservare l’ordine che si era tenuto nella disposizione di tanti tesori, come l’aquila piomba sulla sua preda, mi gettai sul primo mucchio di monete d’oro che mi si presentò innanzi, e cominciai a metterne nei sacchi.
Il derviscio fece lo stesso: ma io m’accorsi che egli preferiva le gioie, e quando me ne ebbe fatta comprendere la ragione, io seguii il suo esempio, e togliemmo assai più specie di pietre preziose che di monete d’oro. E quando terminammo finalmente di riempire tutti i nostri sacchi, ne caricammo i cammelli.

«Prima di partire il derviscio rientrò nel tesoro, e siccome vi erano parecchi grandi vasi d’oreficeria d’ogni maniera, e di altre materie preziose, osservai che prese in uno di quei vasi una piccola cassetta di un legno che mi era sconosciuto, e se la mise sul suo seno, dopo avermi fatto vedere che non vi era se non una specie di pomata.
Allora dividemmo i nostri cammelli, li facemmo alzare coi loro carichi e, mentre io mi ponevo a capo dei quaranta che mi erano riservati, il derviscio si pose a capo degli altri che gli avevo ceduti. Ci abbracciammo ambedue con molta gioia, e dopo esserci detti addio, ci allontanammo ciascuno dal suo lato.

«Avevo fatto solo pochi passi in direzione dei miei cammelli, che erano ancora a pascolare per la strada in cui li avevo lasciati, quand’ecco che il tarlo dell’ingratitudine e dell’invidia si impadronì del mio cuore, e risolsi tutto ad un tratto di rapirgli i suoi cammelli col loro carico.
Per eseguire il mio disegno cominciai col far arrestare i miei cammelli. Poi corsi dietro al derviscio, che chiamai con tutta forza per fargli comprendere che avevo ancora qualche cosa da dirgli, e gli feci segno di far arrestare altresì i suoi e d’aspettarmi. Egli intese la mia voce e s’arrestò.

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«Quando l’ebbi raggiunto gli dissi: “Fratello, non appena vi ho abbandonato ho considerato una cosa cui non avevo pensato prima, e a cui forse non avevate pensato nemmeno voi. Voi siete un buon derviscio accostumato a vivere tranquillamente, scevro delle cure delle cose del mondo, e senza altro pensiero che quello di servire Dio. Voi non sapete forse quale fatica v’imponete caricandovi della direzione di un sì gran numero di cammelli”.

«Il mio discorso fece l’effetto che desiderava: e il derviscio mi cedette senza resistenza i cammelli che io gli domandava.
“Fatene un buon uso – soggiunse egli – e ricordatevi che Dio può toglierci le ricchezze come ce le dà, se non ce ne serviamo a soccorrere i poveri”.
Il mio accecamento era sì grande che non ero in grado di approfittare d’un consiglio sì salutare. Io non mi contentavo di vedermi possessore dei miei ottanta cammelli e di sapere che erano carichi d’un tesoro inestimabile che doveva rendermi il più fortunato degli uomini.derviscio-disegno

«Mi venne nell’animo che il piccolo vaso di pomata, di cui il derviscio s’era impossessato, poteva essere qualche cosa di più prezioso di tutte le ricchezze di cui gli ero debitore.
Questo mi determinò a fare in modo di ottenerlo. Lo stavo abbracciando e gli stavo dicendo addio, quando gli dissi: “A proposito, che volete farne di quel vasetto di pomata?”.
“Tenete, fratello mio – mi disse – eccolo; non avvenga che per ciò non siate contento. Se posso fare qualche altra cosa per voi, non avete che a domandare
ed io son pronto a soddisfarvi”.

«Quand’ebbi il vasetto tra le mani l’aprii, e considerando la pomata, dissi: “Poiché avete sì buona volontà, e non perdete occasione per usarmi cortesia, vi prego di volermi dire qual è l’uso particolare di questa pomata”.
“L’uso ne è sorprendente e meraviglioso – soggiunse il derviscio. – Se voi applicate un poco di questa pomata intorno all’occhio sinistro e sulla pupilla, farà apparire innanzi ai vostri occhi tutti i tesori che son nascosti nelle viscere della terra, ma se ne applicate anche all’occhio destro vi renderà cieco”.
“Prendete il vasetto – dissi al derviscio presentandoglielo – e applicatemi voi stesso un poco di questa pomata all’occhio sinistro”.

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«Il derviscio di buon grado acconsentì, e fattomi chiudere l’occhio sinistro, mi applicò la pomata: quando ebbe fatto, aprii l’occhio, e vidi che mi aveva detto il vero. Io difatti scorsi ricchezze sì prodigiose e sì svariate, che non mi sarebbe possibile farne un giusto ragguaglio.
Nell’accecamento in cui stavo, m’immaginai che se quella pomata aveva la virtù di farmi vedere tutti i tesori della terra applicata sull’occhio sinistro, essa aveva forse anche la virtù di metterli a mia disposizione applicandola pure all’occhio destro. In questo pensiero mi ostinai a sollecitare ancora il derviscio ad applicarmene egli stesso intorno all’occhio destro: ma egli ricusò costantemente di farlo, dicendomi: “Dopo avervi procurato un sì gran bene, fratello mio, non posso risolvermi a farvi un sì gran male”.
Ma io spinsi la mia ostinazione fino all’estremo, dicendogli fermamente: “Fratello, vi prego di non badare a tante difficoltà. Voi m’avete concesso quanto v’ho domandato finora, volete che mi separi da voi mal soddisfatto per una cosa di sì poca conseguenza?”.

«Il derviscio fece tutta la resistenza possibile, ma siccome vide ch’io ero così insistente, mi disse: “Poiché lo volete assolutamente, vi contenterò!”.
E preso un poco di quella fatale pomata, me l’applicò sull’occhio destro che io tenevo cieco-in-ginocchiochiuso; ma ohimè! Quando feci per aprirlo non vidi che fitte tenebre
coi miei due occhi e restai cieco come mi vedete.
“Ah! sciagurato derviscio – esclamai io immediatamente – ciò che m’avete predetto è fin troppo vero!”.
“Infelice! – mi rispose allora il derviscio. – Tu non hai se non quello che ti meriti: l’accecamento del cuore t’ha cagionato quello del corpo. È vero sì che io conosco certi segreti, come hai potuto conoscere nel poco tempo in cui sono stato con te, ma non ne conosco nessuno per renderti la vista. Rivolgiti a Dio, se credi che ve ne sia uno, non essendovi che Lui che possa rendertela. Egli t’aveva dato delle ricchezze di cui tu eri indegno, ed Egli te le ha tolte e le darà, tramite le mie mani, a uomini che siano più riconoscenti di te”.

«Il derviscio non soggiunse altro, e io non avevo nulla da replicare. Mi lasciò solo, oppresso dalla confusione e immerso in un dolore così grande da non potersi esprimere: e dopo aver radunato i miei ottanta cammelli, li condusse via con sé.
Così privo della vista e di quanto possedevo al mondo, sarei morto di afflizione e di fame, se il dì successivo una carovana che ritornava da Bassora non mi avesse voluto accogliere caritatevolmente e ricondurmi fino a Bagdad.

«Mi fu mestiere dunque risolvermi a domandar l’elemosina, ed è ciò che ho fatto finora. Ma per espiare il mio delitto verso Dio, m’imposi nello stesso tempo la pena di uno schiaffo da parte di ciascuna persona caritatevole che avrebbe avuto compassione della mia miseria».
Quando il cieco ebbe terminata la sua storia, il Califfo gli disse: «Baba-Abdalla, il tuo peccato è grande, ma Dio sia lodato d’avertene fatto conoscere l’enormità, e della pubblica penitenza che ne hai fatta finora. Ritirati in disparte e aspetta i miei ordini».

(Le mille e una notte)