Propp – Il dito tagliato

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Giambellino – La circoncisione di Gesù

Quello del dito è un tipo di mutilazione conservato dalla fiaba con particolare ricorrenza. Il taglio del dito veniva praticato dopo la circoncisione.
Webster racconta a tale proposito: «Dopo la parziale guarigione essi [i neofiti] si presentavano davanti a un uomo mascherato che, con un colpo d’accetta, asportava loro il mignolo della mano sinistra. Ci è stato raccontato che talvolta i neofiti si sottoponevano a un sacrificio supplementare lasciandosi volontariamente asportare anche l’indice della stessa mano».

Nella fiaba, l’eroe molto spesso perde un dito nella capanna, e si tratta proprio del mignolo della mano sinistra. Troviamo spesso la perdita del dito nelle seguenti situazioni: 1) il dito è asportato per controllare se il ragazzo è stato nutrito a sufficienza; 2) alla presenza di Likho-monocolo (Polifemo): in questo caso l’eroe in fuga rimane monocolo-disegnoattaccato a un certo oggetto; Likho sta per acchiapparlo quando l’eroe si taglia il dito e riesce ad avere salva la vita a tale prezzo; 3) nella casa dei briganti: il dito viene qui tagliato a causa dell’anello.

Vi sono poi molti altri casi particolari. Ma possiamo, in linea generale, affermare che l’eroe a volte fa ritorno dalle sue imprese senza un dito, a volte invece la mutilazione del dito serve come segno di riconoscimento e di distinzione dal falso eroe.
In cambio di un dito della mano o del piede oppure di una striscia di pelle tolta dalla schiena, il falso eroe ottiene il talismano cercato e lo spaccia come proprio, ma successivamente viene smascherato dalle dita mancanti.

In una fiaba di Vjatka il caprone dice ai ragazzi: «Tagliatevi un dito della mano, io l’assaggerò». Getta poi le dita nella stufa, ma esse non arrostiscono. «Non sono ancora grassi, non è ancora il momento di arrostirle», dice.
In una fiaba tedesca il dito viene soltanto palpato e non tagliato.
In una fiaba russa troviamo l’asportazione del dito: «La bruna grida: figlie mie buone, figlie mie belle, tagliategli un dito, il mignolo». Gli asportano il dito. «No, mamma, non è abbastanza grasso».

Un’altra situazione nella quale l’eroe perde un dito è quella in cui opera Polifemo o esseri consimili. Questo dettaglio ci impone quindi di confrontare la strega con Polifemo.
Il Polifemo russo vive nella foresta, in un recinto o dietro uno steccato. Il suo unico occhio può essere comparato con la cecità della strega. La situazione in cui l’eroe, prima surreal-iniziazionedi fuggire, gli acceca gli occhi con lo stagno, può essere paragonata con quella in cui la fanciulla chiude gli occhi della strega con della pasta.
Infine anche Polifemo, come la strega, è il Signore degli animali; mentre però la strega ha potere sugli animali del bosco, Polifemo pascola pecore, vacche o capre.

In una delle versioni di questa fiaba, l’eroe viene scagliato da Likho attraverso lo steccato insieme con una vacca alla quale si era aggrappato.
Per trattenere l’eroe, Likho gli getta dietro una scure d’oro e una catena d’oro (ricordiamo che anche Polifemo lancia una grossa pietra a Odisseo).
L’eroe è un fabbro e si lascia tentare. «Il fabbro ne provò invidia, voleva prendere la catena, ma ebbe paura e la toccò solo con un dito; il dito rimase attaccato alla catena. Il fabbro comprese che la faccenda si metteva male, tirò fuori il coltello, tagliò il dito e se ne tornò a casa».
Analogamente, «non ebbe riguardi per la sua mano e la tagliò, e così poté andarsene», si racconta in un’altra favola.

Notiamo che, al posto del dito, qui si parla dell’asportazione di tutta la mano; possiamo perciò supporre che abbia tratto da qui origine il motivo della fanciulla «monca»: il fratello porta la fanciulla nel bosco, e le asporta una o tutt’e due le mani. Queste mani poi le ricrescono prodigiosamente.
Il dito viene asportato anche alle fanciulle condotte dai briganti nella casa della foresta. «A una di queste i briganti cavarono un occhio con una forchetta, le scorticarono la pelle; a un’altra tagliarono il dito al quale portava un anello d’oro».

In altri casi invece sono i fidanzati-briganti che hanno un dito o una mano in meno: «conclusa la faccenda, si misero a banchettare: il fidanzato era monco di ambedue le mani; indossò un paio di guanti neri riempiti di sabbia». A chi gliene chiede il perché, risponde: «Le mani mi fanno un poco male».
Accade anche di sovente che il dito si stacchi da solo quando sia stato immerso in un recipiente o in una pentola proibita.

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Ci si presenta a questo punto, senza volerlo, la questione del significato di questo rito. Probabilmente non si trattava soltanto di una mutilazione quale segno dell’avvenuta iniziazione. Nella fiaba il dito viene perduto perché il personaggio si salvi. Talvolta, in effetti, la fanciulla viene squartata, ma l’asportazione del dito è una cosa a parte.
«La presero, la spogliarono, la misero su un ceppo e la ammazzarono, poi cominciarono a toglierle gli anelli dalle dita». Non riescono a sfilarle uno di questi anelli. «Egli allora prese la scure e diede un colpo tale che il dito volò via insieme all’anello».

Spesso tuttavia lo squartamento non avviene, e l’asportazione del dito ne fa le veci. Troviamo spesso questa sostituzione nella fiaba Kosoručka: «Metti la testa sul ceppo che te la taglio». «Se ho fatto a pezzi il tuo bambino, ecco … tagliamo la mano fino al gomito».
In un’altra versione la moglie ordina al marito di uccidere la sorella: «va’ a tagliar la legna e uccidi tua sorella». La sorella implora: «Tagliami ambedue le mani e surreal-monocoloportagliele!». Il fratello accoglie il suggerimento e la moglie rimane soddisfatta: «Bene, significa che hai ucciso la sorella».

Se le cose stanno in questo modo, ci viene chiarito il motivo dell’eroe o dell’eroina inviata nel bosco incontro alla morte; si richiede anche un segno dell’avvenuta uccisione, l’abito insanguinato, gli occhi o il cuore o il fegato strappato, l’arma insanguinata, ecc.
«Carnefice, eccoti mio figlio. Portalo nel campo, fallo in piccoli pezzi e portami la spada insanguinata». «Carnefice, non uccidermi! Tagliami il mignolo della mano sinistra e imbratta di sangue la spada». Talvolta viene mostrato l’abito insanguinato: «Egli uccise un cane, imbrattò di sangue il vestito e la lasciò andare».

Poiché, come già sappiamo, nel rito era come se i neofiti venissero uccisi, tutte queste mutilazioni servono a sostituirsi all’uccisione, a divenirne i «segni».
Schurtz racconta che dal tetto della capanna facevano fuoriuscire una lancia insanguinata, l’arma imbrattata di sangue della fiaba, e così gli astanti comprendevano che il sacrificio era compiuto.
Talvolta mostravano l’abito insanguinato: «il giorno dopo mostrano alle donne gli abiti insanguinati e dicono loro che i giovani sono morti e che non torneranno mai più».

(Propp, Le radici storiche dei racconti di magia)