Caucaso – La sorella dei sette fratelli Ayerg

Questa è la «variante» abkhaza, e dunque non-indoeuropea, della leggenda di Soslan – qui Sasreqoa – e della sua eroica conquista della Sposa di luce.

***

Inaccessibile era la vetta su cui vivevano sette fratelli della stirpe degli Ayerg. Ancora più inaccessibile era il castello, fabbricato con ossa di uccelli, che si drizzava su quella vetta.
Solo il vento giungeva alle mura del castello, i venti e i raggi del sole e le nuvole più alte Abkhazia-mapdel cielo. Nei giorni di tempo cattivo, il castello appariva come una nube grigia tra nubi grigie. Nei giorni di sereno, era blu contro il blu del cielo e gli occhi lo distinguevano a fatica.

Là viveva una fanciulla bellissima, la sorella dei sette fratelli. Impossibile a descrivere il suo volto che irradiava come la luna, la sua andatura che ricordava la corsa di una cerbiatta, la sua statura simile a quella di un giovane camoscio. La sua bellezza innata sembrava eterna.
La fama della sorella dei fratelli Ayerg si era diffusa in ogni parte del mondo. Non c’è dunque da stupirsi se, un bel giorno, il Narto Sasreqoa e l’eroe Narĵ’x’ou hanno sellato i cavalli e preso la strada del castello dei fratelli Ayerg.

I due guerrieri seguirono cammini diversi, ma i loro pensieri erano gli stessi. E non c’è da stupirsi se le loro strade si sono congiunte.
Avevano bisogno di dirsi perché, verso dove ognuno di loro era diretto? Dove possono dirigersi due giovani coraggiosi, se non verso la sorella dei fratelli Ayerg?
Si incontrarono ed estrassero le spade. Le estrassero per precauzione. Riconosciutisi, si tesero la mano in segno di amicizia e da lì proseguirono insieme verso il fine del loro viaggio.

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Non si sa per niente quanti giorni e quante notti trascorsero. Si sa soltanto una cosa: che giunsero ai piedi di un’alta parete di roccia gialla. Là, scorsero un raggio luminoso proprio alla sommità della montagna scoscesa, e compresero di trovarsi non lontano dal castello dei fratelli Ayerg, e che era lei, la sorella, a far luce col mignolo per accogliere i fratelli che rientravano col bottino della caccia, per accoglierli e rischiarare loro il cammino.
Mentre i due paladini rimanevano ai piedi della montagna e contemplavano il raggio che usciva dal castello, i fratelli Ayerg entrarono nel cortile con un canto di vittoria e il ricco bottino.
«Capitiamo bene – gridò Sasreqoa. – I fratelli sono in casa, potremo parlare con loro!».
«Tutto questo va benissimo – convenne Narĵ’x’ou – ma non sarà facile arrivare fino a loro».

I due paladini esaminarono le impronte degli zoccoli su quella parete di roccia gialla: tutte erano rivolte verso l’alto, non una mostrava che il cavaliere fosse ridisceso. Questo De-chirico-cavalli-spiaggiasignificava che nessuno di quelli che erano riusciti ad arrampicarsi era tornato indietro.
Altri si sarebbero sentita l’anima, appesantita da pensieri foschi, scendere sotto i calcagni. Ma non l’eroe Narĵ’x’ou o il Narto Sasreqoa!
«Sali per primo! – disse Sasreqoa. – Tu sei il maggiore».
«Ti prego – rispose cortesemente Narĵ’x’ou: – la tua gloria è diffusa per tutta la terra».
Sasreqoa disse: «No, tu hai compiuto più imprese gloriose di me. A te tocca salire per primo».

Senza più discutere, Narĵ’x’ou frustò il cavallo e cominciò ad arrampicarsi lungo la roccia. Pietre gialle si staccavano sotto gli zoccoli del suo cavallo simile al fuoco, volavano fino alla volta del cielo e ricadevano sulla terra come stelle brillanti, in un sibilo.
Narĵ’x’ou raggiunse una sporgenza della parete rocciosa e gli restava ormai solo metà del cammino quando, all’improvviso, il cavallo simile al fuoco vacillò, arretrò.
«È perduto, Narĵ’x’ou è perduto», esclamò tra sé Sasreqoa, il cuore stretto.

Ma Narĵ’x’ou non era uomo da accettare la propria morte. Riuscì a trattenere il cavallo, a spingerlo avanti perfino. Con gli zoccoli, il cavallo si aggrappò alla roccia gialla e adoperò perfino le mascelle.
L’eroe sembrava ormai prossimo alla vetta. Ma no: di nuovo il cavallo barcollò. Un nuovo tentativo non riuscì e Narĵ’x’ou ridiscese.
«Lo vedi bene, Sasreqoa – egli disse – è chiaro che non è mio destino salire su questa parete rocciosa: ancor meno perciò è mio destino sposare la sorella dei fratelli Ayerg. Ti auguro buona fortuna!».

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Carrà – Il cavaliere

Sasreqoa rialzò le falde svolazzanti della sua pelliccia, perché non ostacolassero il suo slancio, fissò alla schiena le estremità del suo cappuccio e, con un grido lacerante, incitò Bzou, il suo cavallo prodigioso.
Già le scintille sprizzavano a fiotti dalla roccia. Come una martora sul tronco di un albero, l’incomparabile Bzou affonda gli zoccoli nella roccia gialla e, come una martora, a tutta andatura s’arrampica verso la sommità. Si serve perfino della coda, che fende l’aria e lo aiuta a salire.

Ed ecco il Narto Sasreqoa in cima al dirupo scosceso!
È ora in una verde prateria, una piana distesa, dove si schiudono fiori di montagna, vividi e profumati. Ma vi scorge anche più ossa umane che fiori! Donde provengono? All’improvviso, uno sconosciuto vegliardo è al fianco del Narto.
«Salute a te, Narto intrepido! – dice il vecchio. – Io so già per quale impresa importante tu vegliardo-eremitasei qui. Che queste ossa non ti scoraggino! Sono i resti di giovani sfortunati. Ma ascoltami e tutto andrà bene».
Sasreqoa ringraziò il vecchio delle sue buone parole e lo ascoltò con grandissima attenzione.

Ecco quanto il vecchio disse: «La fanciulla cui tu aspiri ha sette fratelli, tutti malvagi e forti. Essi la custodiscono più gelosamente dei loro stessi occhi. Guarda, quanti paladini sono caduti in terribili duelli! Qui non si fa grazia ai deboli! Ma anche il forte che avrà vinto i forti non potrà dire di essere il signore della fanciulla. Perché quel valoroso dovrà anche piacere alla stessa fanciulla. Per questo, mio figlio, dopo aver superato tutte le prove, da lunghi anni resta seduto nel castello: non le è piaciuto! E mio figlio ha giurato a se stesso di vedere coi suoi occhi il pretendente che saprà farsi amare dalla sorella dei fratelli Ayerg. Così resta seduto, sonando la px’arca [sorta di violino]. Se suona arie dolci e tristi, significa che lei dorme. Allora è il momento di entrare nella sua camera e di toccare la sua treccia. Ella si sveglierà e dirà: “Perché mi svegli? Io contemplavo in sogno colui che mi piace”. Se ti dice così, tu saprai, io penso, come risponderle; ella sarà per te, tu la condurrai lontano da qui, mio figlio tornerà a me e io sarò felice. Ma se mio figlio ti insegue, attento a non ucciderlo, uccidi il suo cavallo. Ricordati i miei consigli e tutto andrà bene».

Sasreqoa s’inchinò dinanzi al vecchio, moltissimo lo ringraziò ed entrò nel castello.
Le porte esterne erano spalancate. In cortile, non un’anima viva. Sasreqoa attaccò il cavallo a un paletto e, per la scalinata, salì fino al settimo piano della dimora.
Sul balcone del settimo piano, fatto tutto di ossa, era seduto un giovane che sonava la px’arca. L’archetto sfiorava appena le corde; cantava dolcemente una canzone triste.

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William Breakspeare – La Bella Addormentata

Sasreqoa ascoltò il canto e proseguì per la sua strada. Aprì la porta della camera da letto e restò paralizzato, accecato dalla bellezza della fanciulla dormiente. Emanava dalla fanciulla una luce meravigliosa, la luce della sua incomparabile bellezza. La sua pelle bianca e i suoi capelli neri risplendevano.
Con infinite precauzioni, il Narto si avvicinò alla dormiente e toccò la sua lunga treccia.
La fanciulla si destò: «Perché mi hai disturbato? – ella disse con tono di rimprovero. – Proprio ora contemplavo in sogno il Narto Sasreqoa».
Il Narto rispose: «Ed eccolo adesso davanti a te nella realtà!».

La fanciulla non rimase sconcertata: «Bene – ella disse – io sono per te. Ma il figlio del vegliardo, il sonatore di px’arca, morirà piuttosto che lasciarmi andar via!».
«Questo è affar mio», disse il Narto.
«Se sfuggiamo alla sua sorveglianza, resteranno i miei fratelli, in agguato non si da dove».
«Anche a questo troveremo rimedio!».
lunghi-capelli«Dato che sei ben deciso – disse la fanciulla – va’ a riprendere il tuo cavallo, salta fino alla mia finestra e prendimi».
Sasreqoa fece come aveva detto.

Sempre seduto, il figlio del vegliardo cantava intanto la sua canzone.
Anche se le parole della canzone erano insopportabili per il Narto, egli si dominò e passò vicino al cantore senza farsi notare. Discese in cortile, salì sul suo cavallo Bzou, lo spronò e lo fece immediatamente saltare fino alla finestra dove la bellissima fanciulla lo attendeva.
Ella uscì. Come un uccello predatore, egli l’afferrò al volo.

Il figlio del vegliardo gettò allora l’archetto e la px’arca e si mise a gridare con tutte le sue forze, ma con voce alterata: «Rapiscono vostra sorella, fratelli Ayerg! Rapiscono vostra sorella, sentite?».
Come se uscissero dalla terra, due giovani cavalieri si levarono. Sotto l’uno, un cavallo baio, un cavallo morello sotto l’altro. A briglia sciolta, si lanciarono all’inseguimento del rapitore.

Quando Bzou, il cavallo simile al fuoco, si fu lanciato nel vuoto, l’incomparabile sorella dei fratelli Ayerg consigliò al Narto di non riprendere la strada per cui era venuto.
«Per un’altra strada? Io non sono venuto qui come un ladro, e lascerò questi luoghi al cospetto di tutti! La terra è vasta, un uomo degno di questo nome vi trova sempre una strada».
Bzou non galoppa, vola sulla piana che si stende davanti al castello. Ma i due giovani lo inseguono, più veloci del vento.

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Van Gogh – Campo di fiori gialli

Sasreqoa incita il suo cavallo Bzou, ma ha un bell’incitarlo, non arriva a uscire dalla piana: a guardarla, non pare così grande, questa piana, eppure, sotto le sue falcate, essa non finisce, essa è senza limite.
D’un tratto, Sasreqoa nota che il suo cavallo galoppa lungo paesaggi che egli ha già veduto. Quale prodigio! Egli vorrebbe fermarsi, riflettere. Ma è proprio così! Dietro di lui, attaccati agli zoccoli di Bzou, ecco i due fratelli Ayerg, le spade sguainate. Il Narto spinge senza posa il suo cavallo, ed ecco i fratelli perdere terreno. All’improvviso, sfiniti, i loro cavalli si accasciano.

Dal balcone del castello, il figlio del vegliardo, il ragazzo che ama senza speranza la sorella di fratelli Ayerg, vede tutta la scena. Sella subito il suo cavallo, che era della stessa razza dei cavalli dei Narti, e si lancia a sua volta dietro il rapitore.
Sasreqoa intuisce chi lo insegue e quale specie di cavallo monta: «Mio fedele Bzou – egli grida – il pericolo vero si avvicina adesso!».
Allora soltanto il grande Narto capisce che Bzou non corre in linea retta, ma in cerchio Braginskiy-cavallocome in una trappola: ecco perché la pianura gli sembrava senza fine.
«Questo non preannuncia niente di buono!», pensa.

Bzou, il cavallo simile al fuoco, comincia a essere affaticato. Non si allunga più così agilmente ventre a terra.
Ed ecco l’innamorato senza pietà sta per raggiungere il Narto. Allora Sasreqoa segue il consiglio datogli dal vecchio. Scocca una freccia dritta al cuore del cavallo che li sta per raggiungere. Il cavallo vacilla, si inalbera e si abbatte, il suo cavaliere sotto di lui.
«Adesso possiamo prendere qualunque strada», dice la sorella dei fratelli Ayerg, respirando sollevata.

Senza troppa fatica, Sasreqoa ritrovò le tracce degli zoccoli del suo cavallo Bzou e discese lungo la roccia gialla fino in basso, là dove lo attendeva l’eroe Narĵ’x’ou.
Questi accolse coi più grandi segni di gioia il Narto e la sua promessa, diede loro da mangiare, diede loro da bere acqua di fonte, e tutt’e tre presero la via del ritorno.
Arrivarono al crocicchio dove i due eroi si erano incontrati e il Narto Sasreqoa disse: «Eroe fra gli eroi, Narĵ’x’ou! Io so come tu fossi desideroso di vedere questa beltà signora della tua casa. Certo, l’ho conquistata io, ma nessuno ne sa nulla. Prendila!».

Ecco quello che possono l’onore e la stima reciproca!
Altrimenti, il grande Narto avrebbe avuto la forza di pronunciare parole come queste? Avrebbe potuto cedere a un altro la bellezza meravigliosa conquistata con tante pene?
«No – replicò l’eroe Narĵ’x’ou. – Io non sono riuscito a vincere la roccia gialla. In tutta onestà, la fanciulla è tua. Un uomo degno di questo nome non deve che rallegrarsi della vostra felicità!».
Ecco quello che possono l’onore e la stima di un uomo verso un uomo! Altrimenti, l’eroe Narĵ’x’ou avrebbe potuto pronunciare parole come queste e rinunciare a una simile beltà?

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La sorella dei fratelli Ayerg, l’incomparabile beltà, apprezzò in tutto il suo valore la nobiltà dell’uno e dell’altro.
Sasreqoa pregò il suo amico Narĵ’x’ou di accompagnarli fino al villaggio dei Narti e di partecipare alle loro nozze. L’eroe Narĵ’x’ou accettò l’invito con gioia.
Viaggiarono tutt’e tre insieme, e quelli che li incontravano salutavano Sasreqoa e la sua promessa.

Un messaggero era stato mandato avanti, ai Narti, e questi aspettavano il loro fratello e la sua promessa.
Tennero consiglio: come comportarsi?
Non esisteva infatti l’usanza di celebrare le nozze di un fratello illegittimo. Dopo lunghe discussioni, vedendo che un loro rifiuto sarebbe stato malvisto dalla gente, i Narti decisero di accogliere il fratello e di organizzare per lui nozze e giochi.
Il festino si prolungò per sette giorni e sette notti; per sette giorni e sette notti si cantò e si ballò.

[fonte: Dumézil, Storie degli Sciti]