Jâmî – Divina è la pittura

Una volta il califfo ‘Omar si recò in visita alla città di Damasco. Scortato dagli alti dignitari, di giorno tra ali di folla acclamante girava per le vie e i quartieri della città, e di sera nel palazzo del visir che aveva eletto a sua dimora si trastullava cenando al suono di califfo-persianocembali e flauti che, apposta per lui, suonavano i musici migliori della regione.
Presto però il califfo comprese che così si stava facendo un’idea sbagliata della città: Damasco non poteva essere solo lustrini d’oro e musica celestiale. Ci doveva pur essere qualcosa di meno nobile e di più vero, che volutamente gli era tenuto nascosto.

Una sera decise pertanto di travestirsi da umile cittadino e di andare, inosservato, da solo in cerca dell’altra faccia di Damasco.
Entrò così nell’inferno di quella splendida città: ciechi che mendicavano agli angoli delle strade, prostitute sull’uscio di squallidi bordelli, ragazzi che si litigavano un tozzo di pane rubato, e ovunque cenciosi, storpi, lebbrosi, e affamati di ogni età che maledicevano il giorno che Dio li aveva messi al mondo.

Terrificato e insieme disgustato dallo spettacolo di questa Damasco inattesa, il califfo se ne tornava ormai al suo palazzo, quando per caso s’imbatté in un tale che, al lume di candela, dipingeva icone sotto il portico della moschea. Incuriosito, si avvicinò e subito restò affascinato dal talento di quel pittore: i suoi volti di donna erano verdi cipressi, meli dorati, lamponi selvatici, e sembravano così vivi che quasi se ne sentiva il profumo.
In stridente contrasto con l’oscura periferia di Damasco che egli si era appena lasciata alle spalle, quei volti s’impressero negli occhi del califfo a tal punto che, per tutta la notte, da un sogno all’altro li rivide centinaia di volte, e ogni volta gli pareva che il tremolio delle candele sotto il portico della moschea facesse ancora riverberare, nei suoi occhi addormentati, i colori di un arcobaleno del Paradiso.

Al risveglio, chiamò i suoi ministri e li mandò a cercare il pittore d’icone. Quelli lo trovarono che dormiva davanti alla moschea e lo condussero dal califfo.
‘Omar gli raccontò ciò che gli riuscì di raccontare dei sogni, dei volti e dei giardini in donne-iranian-paintfiore di quella strana sua notte passata all’altro mondo.
Infine prese una decisione.
«Tu verrai con me a Baghdad – gli disse. – Vivrai alla mia corte e avrai gli onori che si addicono a un maestro di pittura, quale tu sei. D’altra parte, se ti lasciassi qui a dipingere i tuoi volti davanti alla moschea, prima o poi ti accuserebbero di empietà e ti rinfaccerebbero quello che io stesso non potrei che condividere. Non sai che niente v’è di simile ad Allâh? Perché, dunque, dipingi le tue icone sotto il portico santo della moschea?».

«O mio generoso califfo – rispose a lui il pittore – giudica tu se è giusta l’accusa di empietà a cui mi espongono i volti che dipingo sotto il portico della moschea. Tu che stanotte li hai sognati e che, salendo sul loro arcobaleno, hai potuto levarti in volo fino alle porte del Paradiso, no, tu non puoi non sapere che è per volontà di Allâh che li dipingo. Sappi che è sempre l’unico volto della mia Amata, quello che dipingo. Quando un tragico destino me la portò via, pregai Allâh di consolare il mio cuore afflitto e Lui, esaudendo le mie preghiere, mi concesse di aggrapparmi al canapo dei ricordi e di poter tracciare i tratti del suo volto come i sentieri per cui il mio infimo valore potesse a lui elevarsi. Nell’attesa di gustare un sorso della coppa del nostro incontro, gioco intanto al gioco dell’amore coi colori delle guance del mio Angelo. E se lo faccio davanti alla casa di Allâh, è perché quaggiù non vedo che questa soglia del Paradiso. Vuoi, dunque, che io ti segua a Baghdad? Lo farò, perché di certo Allâh, nella Sua misericordia, vuole che così io mi avvicini di un altro passo ancora al segreto del Paradiso».

Il califfo non ricordava di aver mai udito parole di fede più appassionate di queste e, a stento trattenendo le lacrime, abbracciò il pittore e gli sorrise senza dire una parola.
Passarono gli anni. Alla corte di Baghdad tutti sapevano della predilezione del califfo per il pittore, ma nessuno ne aveva potuto ancora contemplare una sola icona. Si sapeva soltanto che ‘Omar gli aveva affiancato un giovane di sicuro talento, perché insieme affrescassero le pareti in fondo alla grande sala del Consiglio in una sorta di gara a chi dei due meglio rappresentasse il Trono del Paradiso.

moschea-magiara

Quando il giovane pittore ebbe terminato l’affresco sulla sua parete, venne il califfo e di nuovo, come gli era accaduto nei sogni di Damasco, credette di entrare in Paradiso. Davanti ai suoi occhi c’erano giardini fioriti di mammole e cardi, alberi di muschio ricoperti di rugiada, fiumi di latte e miele, montagne blu e pianure verdi, pinnacoli di moschee svettanti in un cielo rosa, e una folla di fedeli radunati intorno al Santo dei Profeti.
«È un capolavoro!», esclamò ‘Omar. E stette a mirarlo e rimirarlo per ore, finché non fu sazio di tanta beatitudine.
Poi, rivolgendosi al maestro d’icone, al suo pittore prediletto, lo pregò di sollevare la tenda che ancora nascondeva alla vista il suo affresco sulla parete di fronte.
«Se anche la tua opera è finita – disse – perché non me la mostri?».

È facile immaginare quale fu la sua delusione, allorché – alzata la tenda – non vide altro che una parete più bianca della neve fresca.
Sconcertato, il califfo si lasciò sfuggire un rimbrotto: «È così dunque – disse – che ricambi la mia fiducia? È questa l’icona più prossima al Paradiso che Allâh ti accordò, facendo di me il Suo inviato che doveva portarti da Damasco a Baghdad?».
«O mio califfo – rispose quello – il mio affresco è il frutto di un’arte sottile. È il segreto di surreal-iranian-tavola-rottaquest’arte che da te stesso ora qui sei chiamato a scoprire. Solleva la tenda e guarda insieme tutt’e due gli affreschi!».

Il califfo fece come quello voleva: sollevò la tenda e con lo sguardo passò dall’uno all’altro affresco, quand’ecco il segreto cominciò poco a poco a schiarirsi ai suoi occhi.
Guardava il Paradiso dipinto dal talentuoso apprendista, ed ecco: quei colori gli si imprimevano a tal punto negli occhi che, ogni volta che riportava lo sguardo sulla parete bianca, aveva l’impressione di rivedere quello stesso Paradiso, ma in una forma più sottile e più pura dell’originale.

‘Omar ne fu colpito, e ancora con lo sguardo passò dall’uno all’altro dipinto, finché sulla parete bianca non gli apparve la sua stessa forma come in uno specchio.
E allora comprese che la Luce è madre di tutti i colori allo stato immacolato, e che essa sorge dagli occhi di chi contempla il mondo, ma che è difficile non farsi ingannare dall’illusione che le forme siano inseparabili dagli oggetti che illumina. Si fa presto a cadere in trappola: si pensa che il Paradiso stia su una parete affrescata ad arte, nella meraviglia delle forme che l’arte ci permette di realizzare, mentre l’unica arte veramente degna di questo nome consiste nella liberazione da tutti gli affreschi e nel sacrificio della forma privilegiata della nostra anima.

«Divina è la tua pittura! – esclamò il califfo. – Direi più che divina, se dicendolo non peccassi d’eresia!».
Egli aveva, infatti, compreso che il pittore di Damasco l’aveva guidato al di là dei pinnacoli della moschea rosa, al di là delle verdi praterie dove pascolano le gazzelle più seducenti, al di là della rossa vampa del fuoco d’amore di cui ogni estasiato arde e brucia davanti all’icona prediletta della sua anima.
L’aveva guidato a vedere lo Specchio che i colori, perfino quelli del Paradiso, nascondono alla vista. E a comprendere che, a chi non sacrifica la Forma Amata, il segreto del Volto Divino resterà inviolato.

(Jâmî, Salâmân e Absâl)