Kalapuya – Coyote ha tanta sete!

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Coyote era fuori a caccia, quando trovò un cervo morto.
Una delle costole del cervo assomigliava proprio a una conchiglia di dentalio, e Coyote la raccolse e la portò con sé: «Questa conchiglia – pensò – fa proprio al caso mio».
Coyote andava a fare visita al popolo delle rane che, a quei tempi, erano padrone di tutta l’acqua del mondo. Solo le rane potevano disporne e, se mai qualcuno voleva dell’acqua per bere, per lavarsi o per cucinare, doveva andarla a prendere dal popolo delle rane.

Coyote spuntò: «Ehi, gente rana – gridò – ho una grossa conchiglia di dentalio. Ho bisogno di fare una bella bevuta d’acqua, una lunga bevuta d’acqua! Perché non facciamo un patto?».
«Dacci quella conchiglia – disse la gente rana – e puoi bere tutto quello che vuoi».
Coyote diede loro la conchiglia e cominciò a bere.

L’acqua dove Coyote beveva era dietro a una grande diga.
«Terrò la testa giù per molto tempo – disse Coyote – perché ho davvero tanta sete. Non vi coyote-disegnopreoccupate per me».
«D’accordo – dissero le rane. – Non ci preoccuperemo».

Coyote cominciò a bere. Bevve per ore e ore, finché uno del popolo delle rane disse: «Ehi, Coyote, stai proprio bevendo una gran quantità d’acqua. A che scopo lo stai facendo?».
Coyote tirò la testa fuori dall’acqua giusto il tempo per dire: «Ho sete!», e poi subito tornò a immergerla.

Passò altro tempo, e dopo un po’ un’altra rana disse: «Coyote, stai proprio esagerando. Forse faresti meglio a darci un’altra conchiglia».
«Lasciami solo finire quest’ultima bevuta», rispose Coyote, mettendo poi subito di nuovo la testa sott’acqua.

Il popolo delle rane era, intanto, sempre più stupito di come mai uno potesse bere così tanta acqua. Ci fu una discussione, una lunga discussione, al termine della quale tutti convennero che doveva esserci qualcosa di losco in tutta questa faccenda. Sospettarono che Coyote stesse combinando una delle sue.

Per tutto questo tempo Coyote aveva tenuto la testa sott’acqua, e aveva continuato a scavare sotto la diga. Quando ebbe finito, finalmente si rialzò e disse: «Questa sì che è stata una buona bevuta! Era proprio quello che mi ci voleva».
Ma non aveva neanche finito di dirlo, che la diga crollò e l’acqua cominciò a scorrere giù nelle valli creando ruscelli, fiumi e cascate.
Il popolo delle rane era molto arrabbiato: «Coyote! Ci hai preso tutta l’acqua».
«Non è giusto – rispose Coyote – che un solo popolo possieda tutta l’acqua. Ora ogni popolo la può trovare e prendere».

Ecco cosa fece Coyote.
Fece in modo che ora tutti noi possiamo andare al fiume a farci una bevuta o a prendere un po’ d’acqua per cucinare, o soltanto per farci una nuotatina.

***

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Tutti i popoli, dice il Racconto, tutti tranne quello delle rane, patiscono la sete e devono umiliarsi a mendicare un sorso d’acqua.
Anche Coyote, dunque, come tutti gli altri «soffre la sete», ma a differenza di tutti gli altri lui solo s’ingegna, e mette all’opera la sua astuzia per risolvere il problema. E se il problema sorge, com’è abbastanza evidente, là dove un solo popolo, uno solo, arroga a sé il possesso del «bene» (l’acqua), la soluzione non può essere un esproprio a puro titolo personale. Il popolo dei Coyote prenderebbe il posto delle rane, tutto qua.
La soluzione non può essere che la distribuzione del «bene», sì che l’acqua non sia tutta trattenuta in un solo Oceano, ma si ramifichi in fiumi e corsi d’acqua, e formi laghi e stagni, bacini e cascate a disposizione di chi abita da quelle parti.

Coyote è sì una bestia «arida» come il deserto che è il suo habitat. È sì afflitto dalla «secchezza» che affligge anche lo Sciacallo dogon – come lui «escluso» dal regno del Dio d’acqua (e questa esclusione sarebbe, a detta degli studiosi, una delle più forti e sorprendenti affinità tra i due Demiurghi) – ma è al tempo stesso Colui che all’«aridità» surreal-albero-seccodà un termine: che a un Tutto rinchiuso nel suo sterile Se Stesso, scavandolo da sotto!, dà una via di fuga; aprendo una breccia nella Diga del «divino», egli «diabolicamente» abbevera l’Altro (altro dal Dio d’acqua, altro dalle rane Signore dell’acqua) – sicché abbevera soprattutto quelli che, come noialtri umani, del «divino» ci troviamo, volenti o nolenti, a fare la parte dell’Altro.

Coyote e Sciacallo «mediano» tra l’Uno e i Molti: per es. tra il Significante e i molti significati che gli attribuiamo, tra il Numero e i molti nomi con cui lo frazioniamo.
Coyote o Sciacallo – è il Fratto di questa frazione, la Barra per la quale passa la distinzione tra il «divino» e l’«umano». Il suo atto «demiurgico» non può non dissacrare l’uno, per consacrare l’altro – magari, a turno.
L’Uno è «mostruoso»: gli devi scippare il cuore per farlo a pezzi. Perciò, nessuna consacrazione sarà mai l’ultima, nessuna significazione sarà mai la definitiva – perché avrà sempre bisogno di una dissacrazione su cui fondare il suo avvenire «mitico», e di una significazione che la smentisca, di un detto a sua disdetta, per poter significare qualcosa.

È in questo pasticcio linguistico che il nostro Demiurgo ci ha cacciati.
Non è opera buona. Magari, non sarà opera di quel Diavolo così come ce lo dipingono i nostri catechisti, ma di certo – come dicevano gli antichi Greci – è opera di un demone: appunto, come dice Platone, di un mediatore tra il «divino» e l’«umano», tra il «naturale» e il «culturale», tra il «selvatico» e il «coltivato», tra l’«immaginale» (ognuno a spasso per conto suo nei pascoli sopra le nuvole) e il «simbolico» (con cui ognuno è chiamato a impegnarsi in un Patto con l’Altro, a scendere coi piedi per terra).

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Lo Sciacallo, dicono i dogon, ha una sua «parola». La sua, anzi, è la Prima Parola, il primo «nucleo» portatore (ancora inconsapevole) di simbolismo. La scippò a sua Madre, la Terra, allorché le saltò addosso per violentarla.
Questa «parola» è tabù, la conoscono e la praticano solo certi stregoni, maghi e indovini, e solo in quelle particolari circostanze in cui devono per forza scendere a patti con gli «spiriti» di certe «possessioni». Solo nei casi più gravi di nervi crollati sotto il peso dei tabù «culturali».
Si tratta di una «parola arida», «seccata» nell’assolata solitudine del deserto: un monotono «ululato», un prolungamento continuo di una sola nota, e di una stessa fame mai saziata: la più antica, quella dello strato più profondo, e insieme più crudele, del linguaggio di natura.

Lo Sciacallo dogon è «secco». La sua «terra» rimane arida. La sua «parola» è fuoco distruttore d’ogni legame, d’ogni vincolo «culturale». Fuoco di solitudine che mai a surreal-solitario-robotnessuno si accompagna. Che mai si bagna. Che non si fa battezzare a nessuna condivisione.
I Dogon hanno dovuto introdurre nella loro cosmogonia un’altra discendenza «divina», un’altra catena «demiurgica», portatrice di una Seconda, e poi di una Terza Parola – per spiegarsi la «fecondità» del loro linguaggio simbolico.

Invece, il Coyote della California è l’«arido» solutore del problema stesso dell’«aridità», problema che lo accomuna a tutti gli «assetati», a tutti gli «infecondi». Il Coyote è lo Sterile che risolve, ambiguamente, il dramma della Sterilità.
S’intravede, dunque, nella sua Figura la proiezione di tutta un’altra trafila «filosofica».
Benché il suo ufficio sia non meno «demonico» di quello dello Sciacallo dogon, Coyote è, tuttavia, anche il «benefattore» dei popoli che condividono la sua «posizione» di Assetato – tratto, questo, che lo differenzia dal Demiurgo africano.

A chi nasce, vive e muore nel deserto – che differenza fa essere in Africa o in America? Il deserto è, ovunque, lo Stesso.
Arido, secco, bruciato – frantumato negli innumerevoli granelli della sua sabbia – il Deserto si autodistrugge, dal suo seno stesso facendo spuntare le oasi che «contano», secondo i Nordamericani.
Secondo gli antichi Sudanesi invece, è stato necessario un Dio d’acqua che ci facesse piovere dal cielo la Manna di un altro linguaggio.