Hillman – La paranoia è di Stato

Le istituzioni politiche accolgono le grandi immagini e danno loro forma; anche l’autorità statale ha una sua archetipica necessità. Se non riconosciamo la polis, la città-Stato, come espressione simbolica del Sé, non facciamo altro che sposare quella forma di letteralismo settecentesco che è chiamato secolarismo.
Il secolarismo divide Dio da Cesare, esclude il divino dallo Stato, rischiando con ciò stesso che quanto è escluso ritorni nella polis per quelle vie letterali e prive di anima, che sono surreal-paranoiala burocrazia materialista e la teocrazia fondamentalista: la tediosa città della materia e la fanatica città dello spirito, né l’una né l’altra città dell’anima.

L’immaginazione mitica che governa la vita psichica e costituisce la profondità della psicologia del profondo, si ancora, non dimentichiamolo, in una polis e non solo nei testi.
Una psicologia archetipica disposta a seguire gli dèi fino all’Olimpo, li ritroverà anche là dove essi sono stati calati nelle istituzioni della società, per le strade della città, esse pure domicilio di figure mitiche.

Le tragedie di Eschilo e di Sofocle, le cui configurazioni mitiche sanno ancor oggi descrivere il nostro comportamento, sono opere che riguardano la polis ateniese, e non solo la letteratura o la psicologia. La testimonianza resa da Socrate all’anima nel Fedone ha luogo nella cella di una prigione. I profeti, gli apostoli nei loro atti ed epistole, e la rivoluzione di Gesù riguardano l’ordine della collettività, anche se oggi noi leggiamo le loro trascrizioni in un angolo di biblioteca o in un banco di chiesa, luoghi quanto mai remoti dall’agorà.
Anche Dante, Petrarca e Ficino, anche i grandi maestri del mito e dell’anima del Rinascimento, sono inscindibilmente legati alla polis.

Come il mito è mito a metà se distaccato dal culto, così la psiche è solo a metà realizzata se non è messa in scena nella polis.
La Repubblica di Platone ci fornisce la metafora radicale della relazione tra psiche e polis, tra anima e città, l’analogia esistente tra lo stato dell’anima e l’anima dello Stato.
Se esiste uno stato paranoide dell’anima, quello che oggi viene chiamato «stile paranoide della personalità», possiamo aspettarci di trovare un’analoga psicologia paranoide dello Stato.

Le descrizioni convenzionali dell’anima paranoide possono dunque essere lette anche come descrizioni dell’anima dello Stato paranoide: sospettosità e diffidenza pervasive e infondate, il soggetto è ipervigile e prende precauzioni contro le minacce percepite, percepisce una gamma eccezionalmente vasta di stimoli, tende a non assumersi la colpa surreal-osso-paranoicanche quando essa è dimostrata, si difende dalla depressione, mette in dubbio la lealtà altrui, insiste sulla necessità della segretezza, è severo e critico nei confronti del prossimo, tende a reagire attaccando, non è disposto ad accettare compromessi, intensa rabbia repressa, competitivo, ambizioso, aggressivo e ostile, e distruttivo più della norma, provoca negli altri disagio e paura, mostra spesso interesse per i congegni meccanici, l’elettronica e l’automazione, evita le attività di gruppo se non detiene il ruolo dominante, evita le sorprese cercando di anticiparle, mette continuamente alla prova gli amici … finché questi si allontanano o diventano antagonistici, smodata paura di perdere la facoltà di determinare gli eventi secondo i suoi personali desideri, trasformazione della tensione interna in tensione esterna, continuo stato di mobilitazione totale, cedere a una supremazia esterna o alle pressioni interne è visto come un potenziale pericolo, paura di manovre che lo inducano a rinunciare a qualche elemento di autodeterminazione, scarso interesse per l’arte o per i problemi estetici, ride raramente, mancanza di un reale senso dell’umorismo, non è amichevole ma vuole solo sembrarlo, acuta sensibilità … per la superiorità o inferiorità del prossimo, disprezza le persone che considera deboli, concilianti, malate o minorate.

Riferire queste descrizioni all’anima dello Stato sovietico o americano letteralizza il politico in partitico, e ne coglie così solo una parte. Occorre invece riferirle alla politica e al governare in quanto tali, così da riconoscere la paranoia insita nell’anima dello Stato in quanto tale.
Il problema più profondo dell’arte di governare è come governare l’intrinseca paranoia dello Stato in modo che i suoi sintomi non degenerino in tirannide corrotta e paralisi bizantina, e i sintomi sono, per esempio, le polizie segreti, i giuramenti di fedeltà e le macchine della verità, i controlli elettronici, la paura della debolezza, difesa e previsione elevate a sistema (teoria del domino) e l’assenza di qualità dell’anima quali l’umorismo, la sensibilità estetica, la morbidezza, che vengono sostituite da grandissimi ideali escatologici: ordine, pace, umanità, fratellanza, diritti, Dio.

Magritte-drappello-nero
Magritte – Drappello nero

Data questa intrinseca paranoia inconscia, si sentirà il bisogno di un fantasticato nemico creato dalla proiezione, e quindi di fantasticate difese contro il fantasticato nemico.
Le situazioni saranno sempre valutate secondo costrutti di forza-debolezza, vittoria-sconfitta. Saranno in primo piano la richiesta di resa incondizionata e la paura di esservi a propria volta costretti. Risulterà pressoché impossibile stipulare trattati basati sul compromesso.
Una nazione facente parte di una lega sarà costretta, quando non sia più in grado di detenere la supremazia, a opporre il suo veto oppure a ritirarsi. Il rischio di aperte ostilità, benché sempre presente, verrà negato.

Per mantenere un governo «al di sopra di ogni sospetto» e all’altezza delle sue idealizzazioni, si renderanno indispensabili le smentite ufficiali. Scarso sarà l’interesse per l’arte e i problemi estetici, e qualora lo Stato dovesse intervenire, la sfera estetica tenderà a essere subornata e a diventare arte di Stato al servizio di finalità nazionalistiche.
I rapporti con l’estero, anche quelli più scrupolosamente condotti, tenderanno a provocare negli altri disagio e paura. La difesa contro la depressione motiverà l’uso di sempre più numerose difese. Il disprezzo dei deboli, dei malati e dei minorati farà surreal-bastonarsiemergere il conflitto, in primo piano nella nostra epoca ma sempre ricorrente, tra sicurezza e compassione (i cannoni o il burro, la spada o l’aratro), tra il carico degli armamenti per la difesa e il farsi carico del benessere dei deboli. La paura della dipendenza farà sì che l’autosufficienza venga idealizzata fino all’isolamento, gratificato dell’aggettivo «splendido».

Sopra ogni altra cosa, tra i governati e il loro governo vi saranno diffidenza e l’aspettativa di essere ingannati, il che richiederà commissioni di controllo, servizi segreti e il patrocinio di riforme di ogni genere, perché la sospettosità paranoide è inerente all’anima stessa dello Stato.
Lo Stato non soltanto diffiderà degli stranieri (xenofobia), ma, entro i suoi confini, anche dei diversi, delle sottoculture e delle minoranze – a meno che queste non siano «forti» e allora si creeranno inevitabilmente gruppi di pressione minoritari e una scissione del corpo politico in blocchi rivali di elettori uniti intorno a un’unica rivendicazione o monomaniacali.

Più il governo è rigido nelle sue pretese nei confronti dei governati, e viceversa, più è diffuso il sospetto di corruzione, soprattutto in tema di «sicurezza», e più è ambito l’accesso e il possesso dell’informazione, più la vertenza diventa la modalità decisionale prevalente.
Infatti, la relazione negativa con Mercurio dà come risultato l’enunciato fondamentale di tutte le forme di paranoia: tutto ciò che è nascosto è pericoloso (perciò rivelazione equivale a sicurezza) e richiede scrutinio continuo e ipervigilanza: sul cibo che surreal-bosco-portamangiamo, sulle notizie che ascoltiamo, sui contratti che firmiamo.
Pubblica denuncia e affossamento diventano il modus operandi: che è poi il nostro paradigma teologico di verità rivelata e verità occulta, trasferito nella sfera della politica.

Nonostante la promulgazione della nazione-Stato da parte della nazione-Stato, la sua intrinseca paranoia alimenta la sfiducia nelle istituzioni stesse su cui essa poggia, comprese la validità della polis e la professione politica.
Il benessere dei cittadini e le istituzioni che sono al servizio del bene comune diventano secondari, a causa della primaria confusione tra benessere e sicurezza, tra bene comune e potenza nazionale, o «esigenze militari».

Quando le nobili istituzioni della vita politica, come l’arte della retorica, la funzione sostentatrice del governo, l’ufficio pubblico e il servizio pubblico, cadono preda della sistematizzazione paranoide, allora le grandi immagini di giustizia, prudenza, equità, senso comunitario e così via, pendono dal cielo senza ricevere accoglienza, essendo in dissesto le forme che dovrebbero contenere le potenze archetipiche.
E, nel frattempo, ossessionato dal suo delirante bisogno di sicurezza, lo Stato paranoide fa ricorso ai meccanismi di difesa della proiezione e della formazione reattiva, vale a dire a una sempre più accanita caccia al nemico, al terrorista, al disertore, applicando misure dettate non dall’iniziativa, che è paralizzata dall’ambivalenza (l’immobilismo combinato con la voce grossa), ma razionalizzate come reazioni «puramente» difensive a una minaccia.

Viviamo in uno Zeitgeist di minaccia, in uno stato animico e politico di paranoia. La minaccia della catastrofe imminente giustifica le misure prese contro di essa, rendendo con ciò stesso sempre più letterale la minaccia.
La paura della catastrofe tende quasi inevitabilmente a produrre la sindrome. Peggio: la sindrome ha bisogno della catastrofe per realizzare la sua stessa profezia. Il circolo vizioso della psicologia paranoide è la realtà politica di oggi.

(Hillman, La vaga fuga dagli dèi)