Ceccardo il Vecchio – La grammatica di Empedocle

Di tutte le antiche filosofie del Mediterraneo, quella di Empedocle fu di sicuro la più «grammaticale»: ossia la più strutturale e la meno funzionale possibile.
Essa si fondava su una sola Regola – quella volgarmente detta di Amore e Discordia. Ma ciò che ogni «volgare eloquenza» insiste da sempre a ignorare è che la Regola, proprio Empedocleperché concerne la struttura più elementare di ogni sintassi, è applicabile anche alle alterne vicende del nostro «erotismo», anche alla costruzione di una cosmologia, anche alle fantasie degli alchimisti intorno agli alambicchi del loro «solve et coagula».
Essa, cioè, è resa «funzionale» ora a questa, ora a quell’altra chiacchiera di cui ci riempiamo la bocca, senza accorgerci che se «funziona» (a volte addirittura a meraviglia) è perché essa tocca il nervo centrale della struttura che domina Tutte le Chiacchiere Umane.

Sì, tutte le Frasi dei nostri discorsi – in tutte le lingue di babele – obbediscono alla Regola Prima e Unica della Congiunzione e della Disgiunzione.
Sicché, se vuoi «sentire» Empedocle, non hai che da sconvolgere il tuo libro di grammatica – e questo è tutto. Anziché procedere, come per abitudine ormai secolare si procede, a partire dal Verbo o dal Nome – come dire: dal Fatto di cui il Verbo predica, o dalla «cosa» che il Nome nomina – anziché mettere in scena una trama, un soggetto, un complemento e, voilà, una proposizione, e spacciarla, non si capisce perché, per archetipica, Empedocle più banalmente non mira che a «musicare» il Dramma del nostro linguaggio immaginario, a teatralizzare il movimento irreversibile del Parto (e che cos’ha da partorire se non una Disgiunzione?) e, una volta sgomberata la sala-parto da ogni tentazione metafisica (ci sono sempre delle suore che girano per gli ospedali), si mette in ascolto solo delle doglie di quella prima «partorizione» linguistica. Solo di quella «primitiva» disgiunzione che, dal grembo del linguaggio immaginario, fece spuntare il primo germe simbolico, il primo segno. Il primo Dispari. E, intanto, tutti intorno a congratularsi con gli sposi!

Questo, solo questo, banalmente appena questo, ha detto Empedocle. Ha detto che tutti i nostri codici linguistici, non solo quelli verbali, assecondano la nostra attitudine surreal-babelegenetica, psichica secondo alcuni, esistenziale a parere di altri, a congiungersi e/o a separarsi. A copulare e/o a predicare.
Spero che qualcuno intenda. Empedocle sta solo dicendo che, là dove due si accoppiano, ogni altro verbo che venisse a farci la predica su quello che i due stanno facendo – sarebbe fuori luogo.
Sta dicendo solo questo: che la Chiacchiera ha luogo là dove come e quando, in mancanza della coppia, in luogo del verbo «essere», al posto cioè dell’unico ermafrodito linguistico di cui disponiamo, proviamo a mettere una pezza alla falla aperta dalla Disgiunzione. Mettiamo un predicato verbale tra Soggetto e Complemento. Predichiamo un «non-nulla» con cui mascherare la nullità di senso della nostra Chiacchiera.

Empedocle sta dicendo quello che Deleuze torna a ripeterci.
Lo sanno tutt’e due, e a furia di dirlo hanno fatto in modo che un po’ lo sapessi anch’io, che la Chiacchiera si avventura solo là dove le è possibile mettere comunque una pezza alla Mitologia che coltiva. E sanno che è il Mito a pretendere un «c’era una volta», né più né meno di quanto una buona Grammatica lo esiga dal Verbo, o una Logica dal Nome Vero, o una Terapia dalla Parola Piena.

Per dire quello che dice, ma anche per interdire ogni diceria che non abbia l’aura o il carisma di una mitologia, lo so di sicuro io, mentre Empedocle e Deleuze fanno finta di non saperlo, il Mito ha il vizio di fondarsi sul fascino di una Parola «erotica». Di una Parola che perennemente oscilla tra vuoti e pieni (di senso) e che arriva, più spesso di quanto immaginiamo, a dannarsi l’anima pur di ricongiungersi con chi le manca. Con la Matrice immaginaria da cui si è disgiunta (Core da Demetra, si diceva una volta).

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Ebbene, una volta – dice Empedocle – tutto era a tutto congiunto. Età dell’oro. Paradiso in terra. Originario rango divino del nostro «essere». È proprio un mito, non c’è che dire. È il Mito dei miti. È il μύ, l’atomo mitologico, da cui tutte le nostre mitologie, antiche e moderne, sono alimentate.
È il Mito che ancora vive, e soffre ancora nelle parole di Deleuze, là dove esse predicano che una volta la nostra macchina altro non faceva che «connettersi» alle altre macchine di cui ignorava, beata lei!, persino l’«alterità». Una volta, era tutto un Corpo senz’organi, un Indifferenziato, un Continuo, un Cinto o Velo magico senza strappi e, dunque, senza cuciture. Un tutt’uno intimamente a sé Congiunto. Un codice che codificava (e che in ogni neonato codifica ancora) nel modo più elementare: e … e … e …. Un codice che, al momento, ancora non disponeva che di questa sola «congiunzione copulativa». E ne faceva (e c’è da supporre che, sia pure clandestinamente, continua a farne) uso e abuso nelle sue «perverse» copule.

La Macchina mitologica macchina tanti e … e … e …, dall’uno all’altro rinviando, nel suo balbettio, quel solo μύ che è tutto il Tesoro (linguistico) di cui dispone in questa Età dell’Oro Immaginale, in questa Lunga Notte orfica che ancora non ha «partorito» una Grande Disgiunzione, una Dolorosa Separazione.
A «guidare» questa Macchina, avrebbe detto Platone, è Prospero. Finché Prospero non si ubriaca la notte in cui nasce Afrodite. Da quella Notte in poi è Mancanza, è Madonna surreal-cristo-pesciPovertà che la «guida». Perciò solo a un povero di spirito succede di perdere ogni spiritosaggine, il giorno che è iniziato al mistero della sua propria esistenza.

Prospero s’è ubriacato nel giardino di Zeus, dove Zeus solitamente si apparta e felicemente si «congiunge» con le sue «sedotte». Prospero è sopraffatto dalle vertigini della Seduzione Illimitata. Se n’è andato per vie traverse, il nostro Prospero immaginario. Si è pervertito nell’insensato labirinto delle molteplici connessioni (e … e … e …). Fiutandoli – avrebbe detto Parmenide – Prospero si è dato ai Molti, la sua macchina immaginaria si è prostituita alle molte suggestioni, alle innumerevoli tentazioni, ai più svariati richiami (degli occhi, delle orecchie, del naso, della bocca, delle mani) – tutti i suoi sensi sono stati, chi più chi meno, tentati e catturati, fino a quella Notte impunemente, dalle loro alterne curiosità.

E avrebbero, chi lo può dire?, fatto così illimitatamente se la catena (e … e … e …) non si fosse inceppata, se un suo anello, uno dei suoi balbettati μύ, non si fosse incastrato nelle maglie della Rete di Zeus, il Grande Seduttore.
È il suo stesso Mito, anche se ancora nella forma acerba di un insignificante μύ, è l’idolatria del Sé che spinge Prospero ad avventurarsi nel Giardino dove tutto è irresistibile Tentazione di Natura. Tutto divinamente libero.
Ma se quello è il Giardino dell’Eden, solo un dio può (abitarvi). Se quello è il Giardino di Zeus, è perché solo un Sommo dio, neanche un dio qualunque, è immune al Veleno. Solo il Supremo Detentore dello *ius può sedurre senza farsi male. Ma il Mito incita lo stesso Prospero a cimentarsi nel labirinto della sua peregrinazione «immaginale» ad libitum.

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Carrà – Gentiluomo ubriaco

Il fatto è che quella Notte (quella della Grande Disgiunzione di un «figlio» dal μύ, della sua prima Partorizione di un frammento teatrale) Prospero ha «libato» così tanto che a un certo punto gli è girata la testa!
Fino a quel momento non mancava nulla alla sua «volontà di potenza». Era il creatore del mondo, fino a quel momento Prospero era il mondo. La sua ricchezza, e perfino il suo spreco.
Prospero era lo spazio, lo stesso Spazio in cui indistintamente si richiamano i segnali di tutte le Specie, e tutte a dirsi (senza segni e senza parole): suvvia, incontriamoci e copuliamo! E tutte, allo stesso modo di tutti gli altri animali, eccole a riprodursi. E nessuna, ancora, a fare all’amore! Nessuna tentata di darsi alla Pazzia umana … fino a quella notte in cui nacque Afrodite.

Quella Notte nacque l’«inezia», il seme della Discordia fu gettato sulla tavola degli dèi. Vada alla più Bella Seduttrice l’onore e l’onere, nobiltà e miseria, della Disgiunzione!
Quando fu concepito Eros, Discordia era dunque già nata. Eros fu concepito per pareggiare la disparità della Più Bella, nell’illusione che un altro codice potesse sanare l’impotenza dell’immaginario.
Nella sequenza immaginaria, Afrodite ha infatti marcato già uno stacco, un surplus, un eccesso (di seduzione), una dose «letale» di veleno, un sorso in più di Lete, uno stupore, e poi la perdita dei sensi.
Afrodite è la Traccia che si sovrascrive a tutte le sequenze immaginarie – la Traccia immaginata al termine delle «connessioni perverse», essa stessa l’Ultima Perversa e, insieme, la Prima Immacolata. L’ultima «prestigiosa», e insieme la Prima a dover fare i Eris-disegnoconti con la «vergogna».

La nascita di Afrodite segna dunque l’avvento della Disgiunzione – il Miraggio, lo Stupore, la Sorpresa. La Macchina linguistica si sghemba, si torce per macchinare la propria riparazione. Accusa una mancanza. È disposta a mettere sottosopra la sua struttura, pur di porre riparo.
E tutto questo, essa, la Macchina, può «dirselo», solo e proprio grazie al dono di Afrodite: solo perché l’Apparizione di Bellezza l’ha «partorita» alla genialità di un codice più sofisticato del precedente, di un codice simbolico della Seduzione, di tutt’altri segnali di quelli che captava, una volta, alla maniera delle termiti. Di un codice rovesciato – da Ruota di Balsæg a Ruota di Soslan, da questo a quel Padrone – ma la cui struttura «servile» rimane immutata, comunque al servizio di un oscuro Mito.

Il Verbo, il Nome e tutto il resto della sedicente Morfologia – venne dopo. Sì, fu concepito nell’oscurità di quella Notte. Ma ci volle circa un anno a rimuginarne l’abbiccì.
C’erano già Afrodite ed Eros sulla scena. Prima del Verbo che predicasse la loro «relazione» (di parentela più o meno dichiarata), prima del Nome che ne facesse, a turno, il Soggetto o l’Oggetto di una Proposizione Logica, Discordia e Amore, Disgiunzione e Smania di Ricongiunzione, erano già da un bel po’ che calcavano la Scena.
In attesa, dinanzi alla sala-parto, in un andirivieni di medici e infermieri, giocavano a indovinare il Futuro della «grammatica» a cui s’erano rimessi per la loro riproduzione «simbolica».

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Bosch – Il giardino delle delizie (dettaglio)

Questione di Vita e di Morte, la Vita e la Morte ce la giochiamo in un Mito avvelenato già nel suo originario nucleo di auto-idolatria. Già compromesso nel vizio di voler sedurre a ogni costo.
Facciamo tante chiacchiere a proposito della seduzione, suoniamo a volte le campane se le cose non avvengono secondo Regola, o ci obblighiamo al silenzio finché gli sposi «partorendo» non ci risarciscono del «bene» che ci hanno tolto: ma la struttura, puoi come la Ruota rovesciarla quanto vuoi, e prenderla in prestito per qualunque «funzione» mitologica.
Se funziona dappertutto, è perché è elementare, Watson. Alterna i sì e i no. Se funziona, è perché non sempre la sua Regola più intima concorda con Se Stessa. E perché, se la Regola è feconda, lo deve proprio e solo a queste discordanze con cui lascia venire al mondo le sue eccezioni. A volte finanche le sue eresie.
Beato Empedocle, che non si sperse nella sua eccezione fino al punto di non ricordarsi della Notte in cui gli era nata Afrodite. Era venuta la Natura a sedurlo. La Natura nuda e cruda a fare di tutti i suoi sensi i «posseduti» di una Bellezza «senza trucchi». Perché è da sé, essa, il Trucco che, discordando, mette tutti gli altri fuori gioco.

(Ceccardo il Vecchio, Opus imperfectum ad Mattheum)