Mundurucu – Origine del veleno da pesca

C’era una volta un indio che a caccia era sempre sfortunato. Egli portava alla moglie solo uccelli inhambù, il cui brodo è amaro.
Un giorno, avendo sentito dire di un’offesa fatta alla moglie, egli se ne va nella foresta, dove incontra un branco di scimmie cappuccine. Egli tenta di catturare una femmina e mundurucusuccessivamente un maschio, afferrandoli per la coda, ma le scimmie si avventano sull’uomo, l’uccidono e lo divorano completamente, salvo una gamba.

Assunte allora delle sembianze umane, le scimmie vanno a donare alla vedova la gamba del marito. Ma la donna non si lascia ingannare dai suoi visitatori, che vogliono darle ad intendere che il loro cesto contiene comune selvaggina.
Essa riconosce la gamba, non si tradisce e si dà alla fuga con la figlioletta.

Inseguita dalle scimmie, la donna incontra un serpente velenoso, un ragno e via via tutti gli animali della foresta, ma nessuno vuole aiutarla.
Infine, una formica la indirizza a una rana dotata di poteri magici [allo stregone Uk’ Uk, così chiamato perché di notte canta «uk’ uk»], che con il proprio corpo fa da scudo alle fuggitive, si arma di arco e frecce, e uccide le scimmie e gli altri animali che si apprestavano a divorare le infelici.

Dopo aver terminato questa carneficina, la rana ordina alla donna di scuoiare le vittime, di far affumicare la carne e di bruciare le pelli. Ce ne sono tante che la donna rimane interamente coperta di fuliggine.
La rana le dice di andare a lavarsi al fiume, consigliandole di rimanere voltata verso il rospo-stregatratto a monte e di non guardare dietro di sé.
La donna obbedisce e la sporcizia che copre il suo corpo fa diventare nerissima l’acqua. Questo sudiciume agisce come il timbó: i pesci risalgono alla superficie e muoiono, dopo aver colpito per tre volte l’acqua con la coda.
Il rumore sorprende la donna, che si volge indietro per vedere da dove provenga. Immediatamente i pesci risuscitano e fuggono via.

Nel frattempo, la rana si reca a raccogliere i pesci morti. Non vedendone nessuno, interroga la donna, che confessa la propria colpa.
L’animale allora le spiega che, se avesse obbedito, gli Indios avrebbero potuto fare a meno di cercare delle liane selvatiche nella foresta [per estrarne un timbó «vegetale» sostitutivo]. Il pesce sarebbe morto più facilmente: avvelenato dal sudiciume delle donne al bagno.

***

Il veleno opera una specie di cortocircuito fra natura e cultura.
Esso è infatti una sostanza naturale che, come tale, viene a inserirsi in una attività culturale: caccia o pesca, e che la semplifica all’estremo. Il veleno è incomparabilmente più potente dell’uomo e dei mezzi ordinari di cui questi dispone, amplifica il suo gesto e anticipa i suoi effetti, agisce più rapidamente e con maggiore efficacia.
Si comprende allora perché il pensiero indigeno veda in esso un’intrusione della natura nella cultura. La prima penetrerebbe momentaneamente nella seconda: per alcuni istanti si svolgerebbe un’azione congiunta, nella quale le rispettive parti diverrebbero indiscernibili.

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Se abbiamo interpretato correttamente la filosofia indigena, l’uso del veleno apparirà come un atto culturale, generato direttamente da una proprietà naturale. Nella problematica degli Indios il veleno definirebbe così un punto di isomorfismo fra natura e cultura, risultante dalla loro compenetrazione.

Orbene, questo essere naturale che si manifesta senza intermediari nel processo della cultura, ma per alterarne il corso, rappresenta l’immagine stessa del Seduttore, nella misura in cui viene descritto esclusivamente come tale.
Il Seduttore è infatti un essere privo di statuto sociale in rapporto alla sua condotta – altrimenti non sarebbe esclusivamente un seduttore – un essere che agisce unicamente surreal-albero-adamo-evain virtù delle sue determinazioni naturali, come la bellezza fisica e la potenza sessuale, per sovvertire l’ordine sociale del matrimonio.
Pertanto, rappresenta anch’esso l’intrusione violenta della natura nel cuore stesso della cultura.

Si comprende allora come il veleno da pesca possa essere il figlio di un tapiro seduttore, o perlomeno di una seduttrice.
La società umana, che è anzitutto una società di uomini, non pone infatti sullo stesso piano la seduzione di una donna da parte di un uomo, e la seduzione di un uomo da parte di una donna.
Se l’opposizione tra natura e cultura è sovrapponibile a quella tra femmina e maschio, come avviene praticamente in tutto il mondo e, in ogni modo, nelle popolazioni [del Sudamerica] qui considerate, allora la seduzione di un’umana da parte di un animale maschio non può avere che un prodotto naturale, secondo l’operazione:

a) natura + natura = natura

e di conseguenza le donne sedotte dai tapiri divennero pesci – mentre la seduzione di un uomo da parte di un animale femmina soddisfa all’operazione:

b) cultura + natura = (natura ≡ cultura)

con il veleno da pesca per prodotto: essere misto e dalla sessualità ambigua, che il mito arekuna descrive sotto l’aspetto di un bambino, certamente maschio, ma i testicoli del quale non hanno raggiunto la maturità e generano solo una varietà debole di veleno.
Tuttavia, l’appartenenza di entrambe le operazioni a uno stesso gruppo risulta bene dal fatto che, nella prima, le donne non diventano un animale qualsiasi, ma pesci. E come pesci, esse ristabiliscono col timbó un rapporto di complementarità. Sono la «materia» della sua azione.

La tecnica della pesca rispetta anche la complementarità mitica, giacché gli uomini e le donne assolvono funzioni distinte. I primi svolgono una parte attiva, preparano e maneggiano il timbó, e affrontano i pesci vivi. La parte delle donne è invece passiva: surreal-pesci-occhiconsiste nel raggrupparsi a valle per attendere l’arrivo dei pesci morti, trasportati dalla corrente, e che esse si limiteranno a raccogliere.

Abbiamo cioè, sul piano mitico che le donne umane stanno ai pesci, e li avvelenano, allo stesso modo in cui il figlio maschio della femmina di Tapiro, il «prodotto» cioè della Seduzione Animale, intossica le acque della «pesca miracolosa», mentre sul piano empirico gli uomini procurano un altro timbó, e le donne raccolgono i pesci morti.
Sul piano mitico le Donne si trasformano [da Uccelli che furono] in Pesci, mentre su quello empirico esse non hanno da far altro che raccogliere i «resti» di quello che sarebbero diventate, se lasciate liberamente essere quello che sono per natura.

Lo prova la colpa commessa dall’eroina di questo racconto mundurucu. Essa avrebbe conservato la sua preziosa tossicità fisiologica se i suoi sguardi fossero rimasti fissi verso il tratto a monte, in modo da non vedere i pesci ancora vivi attorno a lei: se essa avesse cioè rispettato il principio dell’assegnazione dei luoghi di pesca ai due sessi.
È questo principio che essa viola volgendosi verso il tratto a valle per veder morire i pesci, giacché gli uomini, che stanno a monte tra i pesci vivi, guardano verso il tratto a valle, mentre le donne fissano il tratto a monte per avvistare i pesci morti che scendono sul filo dell’acqua.
Usurpazione di funzione che determina una triplice conseguenza: la trasformazione del veleno da animale in vegetale; da culturale in naturale; da bene femminile in bene maschile.

(Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto)