Mi ami?

Forse, l’ingenuità più grande la facciamo a dare per scontato che è stato l’uomo a «creare» un linguaggio tutto suo.
E se fosse stato l’inverso? O, perlomeno: se fossero nati insieme, l’Uomo e il suo mondo simbolico? è proprio così assurdo pensarlo?
Quando Uno divenne Due – dice Nietzsche.
L’Uomo e la sua Lingua spuntarono lo stesso Giorno, magari l’Uno all’alba annunciò il tramonto dell’Altra – perché quando l’Uomo nacque, in quel preciso istante andò perduta surreal-yin-yangla vastità dei Campi di Manitù, e solo un pezzo, a malapena uno straccio di placenta, non più di una squama del Serpente Arcobaleno, divenne tutta la Lingua che egli avrebbe parlato.

Una scheggia del Molteplice divenne la Totalità Umana, il mondo simbolico in cui avrebbe soggiornato nei secoli dei secoli l’Uomo, il Paese dei balocchi che l’Uomo avrebbe usato per contare il suo proprio Mito, il Regno dei cieli, la Nuvola dei Segni angelici, da cui dovevano venire i numeri e le parole.
I numeri per numerare un «resto» dell’Innumerevole. E le parole per dire un «quanto» dell’Indicibile. I numeri e le parole per contare ciò che per l’Uomo conta, e per raccontare che ci sarà sempre dell’Altro da raccontarsi – perché tutte le sfumature della vasta policromia di Manitù, incredibile a pensarsi, sono incluse in ciascuna piuma della Lingua dell’Universo.

L’ingenuità ci spinge piuttosto a immaginarci la via, chissà poi quale, che l’Antenato della nostra Specie avrebbe potuto o dovuto imboccare, per distinguere il suo dal linguaggio degli altri animali. E stiamo lì a domandarci che cosa di nuovo, di diverso, d’insolito, avrebbe potuto o, solo per caso, dovuto egli incontrare, per trascendere la sua originaria bestialità linguistica.
E se fosse stato il simmetrico inverso? Se fosse stata, per caso, una «lettera» dell’Alfabeto di Manitù a compromettersi nell’opzione Umana? se fosse stata essa a mitizzarsi nell’Uomo, essa a idolatrare una sua «aspirazione», essa a scommettere sulla propria indimostrabile immortalità, essa così stolta da prendere per «reale» quello che da allora va contando in giro per l’Universo?

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Mi ami?
Una «lettera» all’incirca come questa. Ogni lettera, in fondo, è un’olofrase: non puoi tradurla alla lettera, perché ti ci vorrebbero le innumerevoli squame del Serpente Arcobaleno per rendere la sua «singolarità», e allo stesso tempo non la puoi buttare via, perché è irriducibile a zero, a niente, a nessuno.
Eppure non significa niente, quella lettera – finché non trova casa nella Voce dell’Uomo. Essa diventa una lettera, un tag, un «quanto», un «detto» solo quando è l’Uomo a vocalizzarla.

Ed eccola che, all’istante, dispiega tutta la sua seduzione, tutta la sua potenza: è nata Afrodite, dicevano gli Antichi. Dalla schiuma del mare, da un vortice d’onde, da un’increspatura sulla pelle di Oceano, è nata l’Immagine che vuole, è sorta l’Immagine che può essere «venerata».
È nata Venere, e poco dopo – dicevano – è stato concepito Eros.

Quando Una Lingua divenne Due, non fu che una piega del Tempo, dicevano gli orfici, solo una scaglia della Bestia, a far brillare in sé, e della sua propria luce, la prima cosa surreal-incontroche contava.
Nacque il numerabile, quando ci guardammo io e Te.
Mi ami (ancora)?
Ho gridato a Colei che guidava i cammelli:
non andartene! Ma Lei lo stesso è andata via …

L’Immagine che vuole essere idolatrata, Colei che può essere Venere, la Venerabile, è niente più che quella piccola dose di veleno che ci siamo potuti permettere.
Per non morire alla sua visione, dovemmo restare in bilico sulle sopracciglia del Minotauro, aggrappati allo Stupore dello sguardo della Sîmorgh, esposti al rischio d’essere pietrificati dalla Medusa – dovemmo rimanere là.
Il Pavone era passato, andato via, sparito. Ma noi dovemmo richiamarla.
Perché non era una «lettera» come le altre. Era bestiale, è vero, come tutte le altre, eppure le trascendeva in purezza, in nobiltà, in maestosità. Era pressoché impronunciabile. Qualcosa come un μύ che musicava tra noi due la sua eterna olofrase: mi ami?

E nessuno di noi due che prendeva l’iniziativa!
Né io, Narciso, né tu, Sguardo che mi riguardavi dallo specchio!
Capisci?
Fu la Lingua a iniziare l’Uomo alla follia di azzardarsi a prolungare nella voce i desideri irrealizzati che erano a spasso in uno Sguardo. Perciò, è ingenuo pensare di essere noi a usare e abusare delle sue «lettere». È Lei che ci ha voluti e ci vuole così: che prima lo Sguardo nostro veneri la schiuma di un’onda immaginaria, e poi la Parola serbi l’eco di quell’improvviso «latrato» della Bestia.
È una stessa Lingua, un solo μύ che mormora nella sua Pancia, ma noi, ingenuamente, ci surreal-scarponeostiniamo a scinderla in immaginaria e simbolica. Abbiamo bisogno di «fare a pezzi» il suo continuo, per sapere qualcosa di Lei.

Ma, per ora, tutto ciò che di Lei sappiamo è che le basta appena una «letterina», macché le basta inviare tra noi una sua (diabolica) «inezia», per spezzare la moltiplicazione all’infinito degli innumerevoli.
Perché quella lettera «conta». Conta, dacché in un’eco «ritorna». Conta perché si ripete: Mi ami? Conta perché è Afrodite ed Eros. Perché è Bellezza e Amore. E molto altro ancora. È tutto l’Altro che rimane da contare e raccontare. E che da sé non si finirà mai di rinviare da una voce all’altra.
Troverà sempre una voce umana pronta a ripetere: Mi ami?
Non sarà per caso che io, uomo, sono soltanto un Pappagallo spiumato? È proprio così assurdo pensare che nel «dire» non si tramanda altro che un suo desiderio, un desiderio, una potenza, una volontà di potenza della Lingua?
E come mai finisce che ci baciamo?