Dostoevskij – Un sogno ridicolo

Sì, sì, andò a finire che li corruppi tutti quanti!
Come ciò potesse accadere non lo so, ma lo ricordo chiaramente. Il mio sogno attraversò a volo i millenni, e lasciò in me soltanto una sensazione d’insieme.
Egon Schiele-autoritratto-mutandeSo soltanto che la causa della caduta nel peccato fui io. Come una perversa trichina, come un atomo di peste che è capace di infettare intere nazioni, così anch’io infettai di me tutta quella terra, così felice e innocente prima della mia venuta. Essi impararono a mentire, amarono la menzogna e ne conobbero la bellezza. Oh, la cosa forse ebbe un inizio innocente: da uno scherzo, da una civetteria, da un gioco amoroso, forse effettivamente solo da un atomo, ma quest’atomo di menzogna penetrò nei loro cuori e li sedusse.
Dopodiché, ben presto, nacque la sensualità, la sensualità generò la gelosia, la gelosia generò la crudeltà …

Oh, non so, non capisco, non ricordo esattamente, ma presto schizzò il primo sangue: essi ne provarono meraviglia e orrore, e cominciarono a separarsi e dividersi. Comparvero le prime associazioni, ma era già l’una contro l’altra. Cominciarono i rimproveri e le accuse. Essi conobbero la vergogna e la vergogna eressero a virtù.
Nacque il concetto dell’onore, e ciascuna associazione levò alta la propria bandiera. Presero a distruggere gli alberi, e a tormentare gli animali, e gli animali si allontanarono da loro rifugiandosi nei boschi e divennero loro nemici. Cominciò la lotta per la separazione, per l’individuazione, per la personalità, per il tuo per il mio, per il mio, per il mio …

Presero a parlare lingue differenti. Conobbero la sofferenza e presero ad amarla, ebbero sete di sofferenza e cominciarono a dire che la verità si raggiunge solo attraverso la sofferenza. Allora comparve presso di loro la scienza.
Quando divennero cattivi, cominciarono a parlare di fratellanza e di umanità e compresero queste idee. Quando divennero colpevoli, inventarono la giustizia, prescrissero a se stessi interi codici di leggi per farla rispettare, e per far rispettare le leggi, innalzarono la ghigliottina!

ghigliottina

Essi si ricordavano a stento di ciò che avevano perduto, anzi non volevano neppure credere di essere stati un tempo innocenti e felici. Ridevano perfino della possibilità di questa passata loro felicità e la definivano un sogno. Essi non erano neppure in grado di immaginarsi un tale stato in forme e immagini concrete, ma – fatto strano e meraviglioso! – pur avendo perduto ogni fede in una loro passata felicità, pur definendola una favola, essi desideravano così ardentemente tornare di nuovo a essere innocenti e felici che, come bambini, caddero in ginocchio davanti al desiderio del loro cuore, deificarono quel loro desiderio, costruirono dei templi, e cominciarono a rivolgere preghiere a quella loro idea, al loro stesso «desiderio», e pur essendo pienamente convinti della sua inattuabilità e irrealizzabilità, tuttavia allo stesso tempo lo adoravano piangendo e s’inchinavano di fronte ad esso.
E, tuttavia, se mai fosse potuto accadere ch’essi tornassero in quello stato innocente e felice che avevano perduto, e se qualcuno d’un tratto gliel’avesse nuovamente mostrato e avesse loro chiesto se volevano tornarvi, di sicuro avrebbero rifiutato.

Essi mi obiettavano: «Ammettiamo pure che siamo bugiardi, cattivi e ingiusti, noi questo lo sappiamo e ne piangiamo, e per questo ci tormentiamo da noi stessi, e ci infliggiamo castighi e torture perfino più, forse, di quanto farebbe quel misericordioso giudice che ci dannati-infernogiudicherà e il cui nome ignoriamo. Ma noi abbiamo la scienza e, attraverso la scienza, sapremo ritrovare la verità, ma questa volta l’accoglieremo consapevolmente. Il sapere è superiore al sentimento, la coscienza della vita è superiore alla vita. La scienza ci darà la sapienza, la sapienza ci rivelerà le leggi, e la conoscenza delle leggi della felicità è superiore alla felicità».

Ecco quel che mi dicevano, e dopo tali parole, ciascuno di loro prese ad amare se stesso più degli altri, non potendo d’altronde nemmeno fare diversamente. Ciascuno divenne tanto geloso della propria personalità che con tutte le forze cercava soltanto di umiliare e svilire la personalità degli altri, e dedicava tutta la propria vita a questo scopo.
Comparve la schiavitù, comparve perfino la schiavitù volontaria: i deboli si
assoggettavano volentieri ai più forti, a patto solo che questi li proteggessero e li aiutassero a schiacciare quelli che erano ancor più deboli di loro.

Apparvero dei giusti che si accostarono a questi uomini con le lacrime agli occhi, parlando loro del loro orgoglio, del fatto che era scomparso ogni senso di misura e di armonia, e che avevano perduto ogni vergogna. Si rideva di questi giusti, o li si lapidava. Le soglie dei templi furono bagnate di sangue santo.
In compenso, presero ad apparire degli uomini che cominciarono a pensare come sarebbe stato possibile che tutti tornassero a riunirsi, che ciascuno – pur non cessando di amare se stesso più di tutti gli altri – tuttavia non nuocesse a nessun altro, e come sarebbe stato possibile vivere tutti insieme, in una società pienamente armoniosa.

Furono addirittura scatenate delle guerre per questa idea. Tutti i belligeranti allo stesso tempo credevano fermamente che la scienza, la sapienza e il sentimento di autoconservazione avrebbero infine costretto gli uomini a unirsi in una società concorde uomo-ridicoloe ragionevole, e perciò intanto, per affrettar le cose, i «sapienti» cercavano di sterminare al più presto tutti i «non sapienti» e tutti quelli che non capivano la loro idea, perché non ne intralciassero il trionfo.
Ma il sentimento di autoconservazione prese rapidamente a indebolirsi, comparvero i superbi e i voluttuosi, che addirittura pretesero di avere o tutto o nulla. Per conquistare tutto si ricorreva all’assassinio e, se esso non riusciva, al suicidio.
Comparvero religioni che praticavano il culto del non-essere e dell’autodistruzione in vista di un eterno acquietamento nel nulla. Infine questi uomini si stancarono di tutta quella fatica inutile, e sui loro volti si manifestò la sofferenza, e questi uomini proclamarono che la sofferenza è bellezza, giacché solo nella sofferenza c’è il pensiero. Essi celebrarono la sofferenza nei loro canti.

Io camminavo fra di loro torcendomi le mani e piangendo su di essi, ma ora li amavo forse ancor più di prima, di quando sui loro volti non si leggeva ancora la sofferenza e quand’essi erano così innocenti e belli.
Amai quella loro terra, da essi insudiciata, ancor più di quando era un paradiso, solo perché vi era comparso il dolore. Ahimé, io sempre avevo amato il dolore e la sofferenza, ma solo per me stesso, mentre invece piangevo su di loro e ne avevo compassione.

Tendevo loro le braccia, accusandomi, maledicendomi e disprezzandomi nella mia disperazione. Dicevo loro che ero stato io a fare tutto ciò, io solo; ch’ero stato io a portar fra di loro la depravazione e la menzogna! Li supplicavo di crocifiggermi, e insegnavo loro come fare una croce. Io non potevo, non ero in grado di darmi la morte, ma volevo accettare i tormenti dalle loro mani, avevo sete di tormenti, bramavo ardentemente che tra i tormenti si versasse il mio sangue fino all’ultima goccia.

Ma essi cominciarono a ridere, ridevano soltanto di me e poi cominciarono a prendermi per pazzo. Essi mi giustificavano, affermavano di aver ricevuto soltanto ciò che essi stessi avevano desiderato, e che tutto ciò che era successo non poteva non succedere.
Alla fine mi dichiararono che stavo diventando pericoloso per loro, e che mi avrebbero rinchiuso in un manicomio, se non avessi taciuto.
Allora la sofferenza mi penetrò nell’animo con tale forza che il cuore mi si strinse e mi sentii morire, e in quel momento … be’, in quel momento mi destai.

(Dostoevskij, Il sogno di un uomo ridicolo)