Platone – Il Bestione Sociale

Ciascuno di questi professori che danno lezioni private a pagamento, e che costoro chiamano sofisti e considerano loro rivali, non educa (παιδεύειν) ad altro che [a conformarsi] alle credenze della moltitudine (δόγματα τῶν πολλῶν) – credenze che si formano nelle [pubbliche] adunanze – e questa lui la chiama sapienza (σοφία).
Somiglia il suo caso a quello di uno che, a furia di allevare un bestione grosso e vigoroso, surreal-idrane abbia appreso le furie e gli appetiti, come bisogna avvicinarlo e da che parte toccarlo, in quali momenti e per quali motivi diventa intrattabile o docile, e quali versi è solito emettere a seconda del suo umore, e quali voci altrui lo calmano o lo irritano.

Una volta che costui ha appreso quel che ha appreso standogli assieme e dedicandogli il suo tempo, eccolo che chiama tutto ciò sapienza (σοφία) e, avendone fatta un’arte, si mette a insegnarla, pur non sapendo in verità distinguere in tali credenze e appetiti il bello dal brutto, il buono dal cattivo, il giusto dall’ingiusto. Tutti questi termini egli li applica attenendosi alle opinioni (δόγματα) del bestione, sicché chiama buono ciò che è gradito al bestione e cattivo ciò che gli ripugna, senza avere per l’uso di questi termini altro criterio che quello di chiamare giuste e belle le cose necessarie, pur non avendo visto ed essendo incapace di mostrare ad altri in che cosa la natura del necessario differisce da quella del bene.

Non ti sembra costui, per Zeus, uno strano educatore? E ti sembra che da lui differisca in qualcosa chi – in fatto di pittura, musica o politica – considera sapienza (σοφία) l’istinto e i gusti della moltitudine (τῶν πολλῶν) e delle sue grandi ammucchiate?
Quando uno infatti entra in relazione con codesta gente, presentando una poesia, o un qualunque altro prodotto «demiurgico», o un progetto di pubblico interesse, si mette alla sua mercé più del necessario e viene a trovarsi nella cosiddetta «necessità diomedea» di dover fare ciò che piace alla massa. Ma se poi ciò che fa sia davvero cosa buona e bella, hai mai sentito qualcuno di loro darne una ragione che non sia ridicola?
Macché.

(Platone, Repubblica, 6: 493a-d)

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La Bestia del mare dell’Apocalisse

Questo grosso animale, che è la Bestia sociale, è evidentissimamente la stessa cosa della bestia dell’Apocalisse.
Questa concezione platonica della società come ostacolo fra l’uomo e Dio, ostacolo che solo Dio può superare, si può anche accostare alle parole del diavolo al Cristo in san Luca: «Gli mostrò nello spazio di un istante tutti i regni della terra. E il diavolo gli disse: Ti darò tutto questo potere e la gloria che vi è connessa. Perché esso mi è stato abbandonato, a me e a chiunque altro mi piaccia farne partecipe» (Luca, 4: 5-6).

Tra parentesi, una tale teoria della società implica che la società è essenzialmente cattiva (e in ciò Machiavelli non è che un discepolo di Platone, come quasi tutti gli uomini del Rinascimento), e che la riforma o la trasformazione della società non può avere altro surreal-ipseobiettivo ragionevole che di renderla il meno cattiva possibile.
Platone aveva compreso tutto ciò; la sua costruzione di una città ideale nella Repubblica è essenzialmente simbolica. Controsenso frequente a questo proposito.

Male irriducibile che si può soltanto tentare di limitare.
Regola: non sottomettersi alla società fuori dell’ambito delle cose necessarie.
È difficile afferrare la portata di questa concezione di Platone, perché non si sa fino a che punto si è schiavi delle influenze sociali. Per sua stessa natura questa schiavitù è quasi sempre inconscia, e nei momenti in cui appare alla coscienza abbiamo a disposizione la risorsa di mentire a noi stessi per velarla.

Due osservazioni per chiarire un poco.
1) Le opinioni del grosso animale non sono necessariamente contrarie alla verità. Esse si formano a caso. L’animale ama talune cose cattive e odia talune cose buone; ma vi sono d’altra parte cose buone che ama e cose cattive che odia. Ma là ove le sue opinioni sono conformi alla verità, esse sono essenzialmente estranee alla verità.
Esempio: se abbiamo voglia di rubare e ci tratteniamo, c’è una grossa differenza fra trattenersi per obbedienza al grosso animale o per obbedienza a Dio.

Il guaio è che possiamo dire a noi stessi che obbediamo a Dio, mentre obbediamo in realtà al grosso animale. Infatti le parole possono sempre servire da etichetta a qualsiasi cosa.
Così, il fatto che su un punto qualunque si pensi o si agisca conformemente alla verità, non prova per nulla che in quel punto non si sia schiavi del grosso animale.
Tutte le virtù hanno la loro immagine nella morale del grosso animale, tranne l’umiltà. Essa è la chiave del soprannaturale. È quindi misteriosa, trascendente, indefinibile, non rappresentabile (Egitto).

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2) Di fatto, tutto ciò che contribuisce alla nostra educazione consiste esclusivamente in cose che in un’epoca o nell’altra sono state approvate dal grosso animale.
La storia: gli uomini il cui nome è giunto fino a noi furono resi celebri dal grosso animale. Coloro che esso non rende celebri restano ignoti e ai loro contemporanei e alla posterità.

Si osservi infine che il biasimo del grosso animale ebbe il potere di indurre tutti i discepoli del Cristo senza eccezione ad abbandonare il loro maestro.
Siccome noi valiamo molto meno di loro, è certo che il grosso animale ha almeno altrettanto potere su di noi che ce ne rendiamo conto, ciò che è assai peggio; in ogni istante, anche in questo momento.
E la parte che esso ha in noi, Dio non l’ha.

(Weil, Dio in Platone, in La Grecia e le intuizioni precristiane)