Florenskij – Segni celesti

Usciamo in un luogo aperto, meglio ancora se all’alba, o comunque quando il sole è prossimo all’orizzonte, e osserviamo la distribuzione reciproca dei colori.
Dritto contro al sole – viola, lilla e soprattutto azzurro; lateralmente al sole – rosa o rosso, arancio. Sopra la nostra testa – un trasparente verde smeraldo.
Rendiamoci conto di ciò che vediamo effettivamente. Noi vediamo luce e solo luce, colori-albal’unica luce di un unico sole. La sua svariata gamma di tinte non è una sua particolare proprietà, ma dipende dall’ambiente terrestre e, in parte, forse, da quello celeste, che quest’unica luce riempie di sé. La luce è indivisibile, la luce è continua, essa, in verità, non si interrompe mai.

In uno spazio saturo di luce non si può separare una zona che non comunichi con ogni altra zona; non si può isolare una parte di spazio luminoso, non si può tagliare una parte di luce. (Questo è un ottimo esempio del fatto che l’estensione non è condizione sufficiente della divisibilità e che la divisibilità non deriva analiticamente dall’estensione).
E perciò, quando dei corpi opachi intercettano, nello spazio, la luce, questo isolamento della luce avviene sempre da un solo lato, da un solo lato, perché la luce non è in grado di racchiudere alcun volume luminoso separato.

Dunque, la luce è continua. Ma quegli ambienti ottici che si saturano di luce e ci trasmettono la luce, non sono continui, ma granulari: si presentano come una specie di sottilissimo pulviscolo e contengono a loro volta un altro pulviscolo, inaccessibile per la sua sottigliezza a qualsiasi microscopio, ma ciò nonostante composto di singoli granelli, di singoli corpuscoli di materia.
Quei colori splendidi di cui si adorna la volta celeste non sono nient’altro che il modo di correlarsi tra la continuità della luce e la discontinuità della materia: possiamo dire che la valenza cromatica della luce solare è quella traccia, quella modificazione, che arreca alla luce solare il pulviscolo della terra, lo stesso fine pulviscolo della terra e, forse, l’ancor più fine pulviscolo del cielo.

I colori viola e azzurro sono la tenebra del vuoto, tenebra, ma attenuata dal barlume, come di un velo gettatovi sopra, del finissimo pulviscolo atmosferico. Quando diciamo di vedere il colore viola o l’azzurra volta celeste, quello che noi vediamo è la tenebra, l’assoluta tenebra del vuoto, che non è illuminato e non lascia trasparire alcuna luce, ma non lo vediamo così com’è, bensì attraverso il finissimo pulviscolo illuminato dal sole.

cielo viola

Per i colori rosso e rosa si tratta di quello stesso pulviscolo, visto non controluce, ma lateralmente alla luce, pulviscolo che non attenua con una propria luminosità il buio degli spazi interplanetari, non lo diluisce con la luce, ma, al contrario, alla luce sottrae una parte di luce, fa ombra agli occhi, ponendosi tra la luce e l’occhio e, per il fatto di non essere illuminato, aggiunge, alla luce, tenebra.

Infine, il colore verde, in direzione perpendicolare, il verdeggiare dello zenit, è l’equilibrio di luce e tenebra, è l’illuminazione laterale delle particelle di pulviscolo, come se un solo emisfero di ogni granello di pulviscolo fosse illuminato, in modo tale che ciascuno di essi potesse essere definito tanto buio su fondo luminoso quanto luminoso su fondo oscuro. Il colore verde sotto la cima non è né luce né tenebra.

Dunque, esistono soltanto l’energia della luce che illumina e la passività della materia che è illuminata, e perciò non assorbe la luce, cioè non lascia passare la luce al di là di sé; e infine c’è quello di cui si può dire solo grammaticalmente che esiste, perché è il nulla, lo spazio vuoto, cioè una luce la cui intensità si immagini pari a zero – mera possibilità di splendere della luce, la quale, tuttavia, non c’è.
Questi due princìpi e il terzo – il nulla – determinano tutta la varietà dei colori del cielo.

Da questi aspetti sensoriali il pensiero tende da solo al loro significato simbolico. Ma qui, una volta per sempre, e con la massima insistenza, bisogna dichiarare che il significato surreal-candelametafisico di una simbologia, di questa come di ogni altra autentica simbologia, non si costruisce sopra le immagini sensoriali, ma è in esse incluso, determinandole attraverso di sé, sicché essi sono logici non come aspetti semplicemente fisici, ma proprio come aspetti metafisici, portando questi ultimi in sé ed essendo chiariti da questi.

In questo caso, dunque, la continuità del passaggio dal sensoriale all’extrasensoriale è tanto graduale, che dicendo queste parole: luce, tenebra, colore, materia, – tu stesso non sai in quale misura, in questo momento, hai a che fare con la fisica, e in quale misura con la metafisica, perché tutte queste parole sono quelle parole originarie delle quali, come da radici comuni, si sviluppano e crescono, restando continuamente parallele, continuamente in vivo rapporto tra loro, tanto la fisica quanto la metafisica o, più correttamente, tanto la metafisica quanto la fisica.
Effettivamente, i rapporti descritti tra i princìpi del mondo fisico hanno piena corrispondenza nei rapporti tra i princìpi dell’essere metafisico; entrambe le correlazioni analogiche, esattamente come la forma o lo stampo di questa, o come due copie di un’unica stampa, sono reciprocamente identiche.

Da ciò si determina anche il valore simbolico, nel mondo extrasensoriale, di ciò che è equivalente al risultato della correlazione dei princìpi dell’essere sensoriale, cioè la simbologia dei colori.
«Dio è luce». Dio è luce, e questo non in senso edificante, ma come giudizio di una percezione, spirituale, ma concreta, immediata percezione della gloria di Dio: contemplandola, noi vediamo un’unica, incessante, indivisibile luce.
La luce non ha ulteriore definizione oltre a quella che è luce priva di impurità, pura luce, in cui «non ci sono né oscurità né singole particelle».

Kush-uovo-sole
Vladimir Kush – Luce

La definizione della luce è solo quella che la luce è luce, che non contiene nessuna tenebra, perché in essa tutto è splendente, ed ogni tenebra è stata da lungo tempo vinta, superata ed illuminata.
In rapporto ai colori noi definiamo la luce come bianca, ma bianco non è una definizione in positivo, perché si riferisce solo all’assenza di impurità, e «non ad un primo, ad un secondo, né ad un terzo colore», ma soltanto alla luce in se stessa, pura, priva di impurità. «Luce bianca» è solo l’indicazione della luce come tale, una sottolineatura puramente analitica della sua integrità.

Essa, luce o Dio che sia, è pienezza, in essa non c’è nessuna parzialità; perché ogni parzialità deriva da ostacoli, ma essa non si affievolisce mai, né è limitata in alcun modo.
Soltanto l’affievolirsi, il peggiorare, l’essere ostacolata o limitata o diminuita, dell’energia pura della luce, a causa di una passività a lei estranea, potrebbero far diventare la luce non più «pura e semplice luce», semplicemente se stessa, ma luce parziale, tendente verso una parte o un’altra, verso l’una o l’altra parte della gamma cromatica.

In questo ambiente passivo, nel suo più fine e delicato manifestarsi si trova una creatura, e inoltre non una rozza creatura terrestre, che turbi brutalmente la spiritualità della creatura-luceluce, ma la più fine ed elevata delle creature: la creatura, per così dire, originaria, che serve come ambiente che aggiunge, alla luce, valenza cromatica.
Questo pulviscolo metafisico si chiama Sophia. Non è la luce stessa della Divinità, non è la Divinità in persona, ma non è neppure ciò che noi abitualmente definiamo creatura, non è la rozza inerzia della materia, non è la sua rozza impermeabilità alla luce.

Sophia sta appunto sul confine ideale tra l’energia divina e la passività del creato: essa è tanto Dio quanto non Dio, è tanto creatura quanto non creatura. Di lei non si può dire né sì né no; non nel senso di un rafforzamento per antinomia dell’uno o dell’altro, ma nel senso della sua estrema capacità transitiva tra l’uno e l’altro mondo.
La luce è attività di Dio, e Sophia è il primo coagularsi di questa attività, la prima e la più fine opera di questo, e tuttavia respira ancora di questa, e le è tanto affine che tra di loro non si può tracciare neanche il più sottile confine, se non vengono assunte in correlazione reciproca. E noi non potremmo distinguerle, se non ci fosse la correlazione fra luce, attività della Divinità e Sophia, creatura originaria o materia originaria.

Soltanto dalla correlazione dei due princìpi si determina che Sophia non è luce, ma complemento passivo di questa, e che la luce non è Sophia, ma la illumina. Questa correlazione determina la valenza cromatica.
Contemplata come opera della creazione divina, come primo coagulo dell’essere, relativamente indipendente da Dio, come tenebra di un nulla che avanza incontro alla luce, cioè contemplata a partire da Dio in direzione del nulla, Sophia è vista come azzurra o viola.
Al contrario, contemplata come risultato della creazione divina, inscindibile dalla luce divina, come l’onda che avanza dell’energia divina, come forza di Dio che si avvia a superare l’oscurità, cioè contemplata a partire dal mondo in direzione di Dio, Sophia è vista come rosa o rossa. Viene vista rosa o rossa come immagine di Dio per la creatura, come manifestazione di Dio sulla terra, come quell’ombra rosata che Solov’ëv adorò. Al diamante-transpcontrario, viene vista azzurra o viola come anima universale, come essenza spirituale del mondo, come velo azzurro steso sulla natura … nell’immersione mistica dello sguardo dentro di sé, l’anima nostra è come un diamante azzurro.

Per finire, c’è anche una terza direzione metafisica, né verso la luce, né in direzione contraria alla luce: questo è Sophia al di fuori della sua definizione o autodefinizione nei confronti di Dio, quell’aspetto spirituale dell’essere, che si può chiamare aspetto paradisiaco, in cui non c’è ancora la conoscenza del bene e del male.
Non c’è ancora una diretta aspirazione né ad avvicinarsi a Dio, né ad allontanarsi da Dio, perché non ci sono ancora questi stessi orientamenti, né l’uno, né l’altro, ma c’è solo movimento attorno a Dio, libero movimento giocoso al cospetto di Dio, come il serpente verde dorato di Hoffman, come il Leviathan, «avendolo creato il Signore per ingoiarlo (cioè per prendersi gioco di lui)», come un mare che si agita al sole.
E anche questo è Sophia, ma concepita sotto una particolare angolatura. Questa Sophia, questo aspetto della Sophia, viene visto color verde dorato o trasparente smeraldo

I tre principali aspetti della creatura originaria determinano i tre principali colori della simbologia dei colori, e i rimanenti colori si collocano nel loro valore di colori intermedi. Ma qualunque sia la varietà dei colori, tutti loro parlano della correlazione, per quanto diversa, della stessa e unica Sophia con la stessa e unica Luce Celeste.
Il sole, il pulviscolo finissimo e la tenebra del buio, nel mondo sensibile, Dio, Sophia e la tenebra infernale, la tenebra del non-essere metafisico, nel mondo spirituale: ecco i princìpi da cui è determinata la varietà dei colori, qui, come là, sempre in piena corrispondenza reciproca degli uni e degli altri.

(Florenskij, Iconostasi)