Malory – La Bestia Latrante

Dopo la partenza di re Ban e di re Bors, Artù era andato a Carleon dove, col pretesto di portare un messaggio, ma in realtà per spiare la corte, era stato raggiunto dalla moglie di re Lot di Orkney, sua sorella da parte della madre Igraine.
La dama si era presentata in un ricco apparato e accompagnata dai quattro figli Galvano, Gaheris, Agravano e Gareth, oltre che da molti altri cavalieri e gentildonne, e, poiché era fata-Morgana-noirmolto bella, il re se ne era innamorato al punto da volersi coricare con lei. Ella vi consentì e in tal modo fu concepito Mordred.

Dopo un mese di riposo, la regina ripartì per le proprie terre, e il re ebbe un sogno straordinario che lo turbò profondamente, perché non sapeva ancora che la moglie di re Lot era sua sorella.
Artù sognò che il suo regno veniva invaso da grifoni e da serpenti che mettevano il paese a ferro e fuoco sterminando tutti gli abitanti. Egli cercava di difendersi, ma ne veniva attaccato e gravemente ferito; tuttavia alla fine riusciva a sconfiggerli e a ucciderli tutti.

Poiché al risveglio il re si trovava ancora sotto il penoso influsso del sogno, per levarselo di mente decise di andare a caccia coi suoi cavalieri. Era appena penetrato nella foresta, quando vide davanti a sé un grosso cervo.
«Gli darò la caccia», disse e, spronato il cavallo, lo rincorse a lungo trovandosi più volte a tiro, seppure con notevoli sforzi.
Ma aveva corso troppo, e il suo cavallo rimase senza fiato e stramazzò a terra morto. Benché un contadino gliene avesse trovato un altro, Artù, visto anche che il cervo si era acquattato nel bosco, sedette accanto a una fonte e si immerse in profondi pensieri.

A un tratto gli parve di sentire il latrare di una trentina di cani e vide dirigersi verso di lui, e avvicinarsi alla fonte, la Bestia più singolare che si possa immaginare.
Dal suo ventre proveniva il rumore simile al latrato di trenta coppie di cani, ma quando l’animale si mise a bere, il frastuono cessò d’improvviso per riprendere solo quando esso si allontanò.
Allora, stupito e meravigliato, Artù finì col prendere sonno.

«Cavaliere pensieroso e assonnato, avete visto passare una strana bestia?», gli chiese un cavaliere che era sopraggiunto a piedi.
«Sì, sarà lontana un paio di miglia. Cosa volete farne?», replicò il re.bestia-latrante-transp
«La seguo da molto, signore, e mi è morto il cavallo. Volesse Dio che ne avessi un altro per continuare la sua ricerca!», rispose lo sconosciuto. E poiché in quel momento arrivava un uomo con il cavallo per il re, lo pregò di darglielo. «Seguo questa avventura da dodici mesi e, se non la porterò a compimento, perderò il sangue migliore del mio corpo», aggiunse.

«Signor cavaliere, adesso abbandonatela e lasciatela a me per i prossimi dodici mesi», gli disse Artù.
«Sciocco, non posso esaudire il vostro desiderio: questa ricerca deve essere compiuta da me o dal mio parente più prossimo! – gli rispose l’altro avvicinandosi al cavallo del re e montando in sella. – Mille grazie – gli gridò poi – ora questo cavallo è mio».
«Potete sottrarmelo con la forza, ma vorrei vedere se lo montate meglio di me», osservò Artù.
«Venite a cercarmi quando vorrete: mi troverete vicino a questa fonte», disse allora il cavaliere allontanandosi.

Per un poco il re rimase pensieroso, poi ordinò ai suoi uomini di procurargli al più presto un’altra cavalcatura.
In quel mentre gli compariva davanti Merlino, che aveva assunto le fattezze di un quindicenne. Salutò Artù e gli chiese perché fosse tanto assorto.
«Ho visto la cosa più strabiliante che mi sia mai capitata», gli rispose il re.
«La so, e conosco anche i vostri pensieri. Ma siete stolto a ragionare su un’avventura che non vi potrà riscattare. So chi siete, chi era vostro padre e da chi foste generato. Uther Pendragon vi concepì in Igraine», gli rivelò allora Merlino.
«Non è vero! – proruppe il re. – Come potresti saperlo, se non sei abbastanza vecchio per aver conosciuto mio padre?».
«Eppure lo so meglio di voi e di chiunque altro al mondo».
«Non ti credo», esclamò Artù adirato.

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Allora Merlino se ne andò e tornò con l’aspetto di un vecchio di ottant’anni, e il re se ne rallegrò perché gli sembrava un saggio.
«Perché siete tanto triste?», gli chiese il vegliardo.
«Per molte valide ragioni – rispose il re. – Poco fa era qui un ragazzo che mi ha detto delle cose che a mio parere non poteva sapere. Non aveva l’età per aver conosciuto mio padre».
«E invece vi ha detto la verità. E se non foste montato in collera, avrebbe potuto dirvi anche il resto. Recentemente avete commesso un peccato che vi ha alienato la grazia di Dio: vi siete coricato con vostra sorella e avete concepito in lei un figlio, che vi ucciderà insieme a tutti i cavalieri del vostro regno».

«Chi siete? perché mi annunciate questi eventi?».
«Sono Merlino, ed ero io anche nelle fattezze del ragazzo».
«Siete un uomo straordinario! – esclamò allora Artù. – Però mi stupisce molto sentirvi dire che morirò in battaglia».
«Non ve ne meravigliate, è la volontà di Dio che il vostro corpo sia punito per le vostre azioni impure. Io piuttosto dovrei essere triste, perché morirò di una morte vergognosa, sotterrato ancora vivo. Almeno la vostra sarà una fine onorevole».

(Malory, Storia di re Artù e dei suoi cavalieri)

***

La Bestia, si legge più avanti in Malory, aveva «la testa da serpente, il corpo da leopardo, le natiche da leone e le zampe da cervo; inoltre, ovunque essa andasse, dal suo ventre bestia-latrantescaturiva uno strepito quasi vi fossero trenta coppie di veltri latranti».
A quanto poi rivelerà Merlino a re Artù, la Bestia è nata dall’amore incestuoso che una principessa nutriva per suo fratello. Non riuscendo in alcun modo a sedurlo, la donna ricorse all’aiuto di un demonio – il quale però non fece altro che ingannarla, giacendo con lei e spingendola ad accusare il fratello di stupro.
L’innocente fu condannato dal Padre a morire sbranato dai cani, ma prima di morire, maledicendo sua sorella, le annunciò che avrebbe presto partorito un mostro, il cui orrido latrato le avrebbe richiamato a mente i latrati dei cani che lo stavano facendo a pezzi.

Mi domando e dico: vuole qui per caso, il nostro Narratore, rinnovarci il «senso di colpa»? e qual è la «colpa» di questa Donna? che, per amore del fratello, s’è data al Demonio? che, accecata dall’amore, s’è lasciata manipolare dall’Ingannatore?
E se l’Ingannatore, come stiamo a mo’ di litania ripetendo da un po’ in qua, se il Mago, il Sofista Incantatore, è l’Es – se la Trappola, alla principessa del Racconto come a ciascuno di noi, è tesa nell’inconscio, nel «demonico» della Parola stessa con cui chiediamo soddisfazione di un nostro desiderio – dov’è più la Colpa? cos’è più la Colpa se non la Tagliola della stessa Trappola da cui invano proviamo a divincolarci?

Non è a Malory che lo domandiamo. Lui fa presto a dedurne che la Bestia è il Demonio, e che per colpa del Demonio, tramite la Bestia, siamo sedotti dal Male. Malory moraleggia. Non può transigere. La Bestia finirà un giorno per distruggere il Regno di Artù. Artù è colpevole d’incesto, e poco importa se involontario. Artù è colpevole, perché s’è lasciato andare al Richiamo della «storiella» breve (appena un mese, e poi ognuno per i fatti suoi). Poco importa che Artù non sapesse che quella era sua sorella, quella strega della Fata Morgana.

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Fatto sta che nel Perlesvaus, cioè in uno dei testi più antichi della leggenda del Graal, la Bestia fa, per così dire, tutt’altra figura.
Perlesvaus (Perceval), cavalcando per la foresta, giunge a una radura nel mezzo del bosco. Di fronte, gli appare una croce vermiglia, e poi due persone a una certa distanza dalla croce, una a destra e l’altra a sinistra: un bellissimo cavaliere, vestito di un bianco drappo, che imbraccia un bacile d’oro, e una bellissima damigella vestita di bianco che tiene in mano, pure lei, un bacile d’oro. Quand’ecco sopraggiunge la Bestia Latrante: è bianca come la neve, più grande d’una lepre ma più piccola di una volpe, di grande bellezza, con due occhi come smeraldi.

Dunque, niente di «mostruoso» in lei, fatta eccezione per quel suo strano «verso», in cui risuonano i latrati dei dodici cagnolini che porta in grembo. La Bestia non fa paura. È essa, anzi, che ha paura. Infatti, corre a rifugiarsi presso Perlesvaus.
Il bel cavaliere a lato della croce gli intima però di lasciare che «il suo destino da sé si compia». La Bestia corre allora fino alla croce, e qui partorisce i cuccioli che, appena nati, la uccidono e la fanno a pezzi, ma non la divorano.
Allora il cavaliere e la damigella prendono i pezzi della sua «carne» e li mettono nei loro bestia-latrante-paint«bacili d’oro». Poi si chinano a baciare il «posto» dove la Bestia è stata uccisa, fanno segno d’adorazione alla croce e vanno via. Un «soave profumo» si spande nell’aria.

È inutile seguire (ammesso che sia possibile) le peregrinazioni che hanno fatto precipitare la Bestia dal «candido» del Perlesvaus all’«orrido» della Morte di Artù: si rischia solo di perdersi in uno dei mille rivoli della leggenda del Graal.
Associata una volta alla croce e al Cristo, e un’altra al Male e al Diavolo, la Bestia mantiene tuttavia una «costante»: in ambedue i casi «latra», essa è glatissant o, come qualcuno corregge, glapissant, ovvero «che guaisce», «che latra», nel verso tipico dei cuccioli di cani e volpi.
Di «bestiale», dunque – e su questo tutte le versioni concordano – non c’è che il suo linguaggio. Oltretutto, questo linguaggio non è, propriamente parlando, neanche «suo», ma dei figli che porta in grembo. Di quei cuccioli che tacciono solo mentre la Bestia si disseta alla fonte, solo quando riesce a lavare il respiro, direbbe un guru indù. Solo in quei frangenti il «frastuono interno» le dà una tregua.

L’Eroe, si legge, non deve interferire nel «destino» della Bestia: ha solo da «assistere» ai suoi ultimi istanti di vita. L’Eroe non deve «uccidere» il Mostro: deve solo essere spettatore della sua agonia. L’Eroe non deve «scippare» al Drago chissà quale tesoro. Il solo tesoro alla sua portata è la «comprensione» di ciò che si compie davanti ai suoi occhi.
Davanti ai suoi occhi – in piena evidenza – si compie l’atto terminale della Bestia. L’inganno ultimo dell’Ingannatore, quello con cui inganna la sua propria bestialità, lasciandola dilaniare da ciò che cela in corpo. Il supremo inganno dell’Ingannatore, quello con cui seduce se stesso fino al punto di immolarsi alla sua ingannevole distorta riproduzione.

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Perché dodici bestioline non fanno la Bestia. Non la fanno, perlomeno, fino in fondo. Fino al cannibalismo. Uccidono, ma non assaggiano la «carne» della vittima. Lasciano che i «pezzi» siano consacrati, per essere poi serbati come reliquie nei due «bacili d’oro» (nei due Rami indistruttibili del Racconto? nei due Generi differenziati ai lati della Croce? maschio e femmina, avant tout?).
La Bestia è ambigua, è divina e diabolica, è Angelo e Demonio, è Maschio e Femmina. Il Diavolo, dal canto suo, le impedisce di cadere in una Santità perpetua, e l’Angelo viceversa lo acciuffa per i capelli sull’orlo dell’Estinzione.
Se chi sale in cielo salisse sempre più su sopra le nuvole, e mai ne ridiscendesse – di lui nulla sapremmo. E se chi scende e sempre più giù sprofonda sotto terra, mai si trovasse neanche per caso a imboccare la via di una risalita – ugualmente si estinguerebbe linguisticamente in un «latrato senza fine», in una continua lagna.

È la lagna, lo strillo del cucciolo piagnucolone, l’atto linguistico terminale della Bestia. Ciò che deve essere «ucciso» è il bestiale che è nell’incontinenza, nella smodatezza, nell’eccesso «rumoroso», in ciò che non si dà un freno, in ciò che non si fa scrupoli di chiedere aiuto all’Ingannatore, in ciò che ostinato si sottrae a ogni disinganno. E che, per non essere disingannato, persiste a fare rumore.
Bestiale è il rumore.
Eppure è da questa Bestia che è venuta al mondo la nostra Parola.