Egitto – La bella fanciulla del Nilo

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Dio, poi che ebbe creato gli uomini e con essi popolato l’Egitto e la Nubia, trovò che non erano buoni. Allora mandò un Profeta, poi un secondo, poi un terzo, e poi un quarto. Ma gli uomini non divennero, per questo, più buoni: non facevano che ammassare ricchezze, e abbandonarsi a ogni sorta di sfrenatezza. Non si prendevano cura delle loro mogli, ma generavano figli illegittimi con amanti lussuriose.
Quando Dio vide che i Profeti non avevano alcun successo, decise di creare un popolo che fosse capace di generare dal suo stesso seno i Profeti. Creò allora i Ben Israel e affidò loro il compito di allevare i Profeti.

I Profeti allevati dai Ben Israel operarono dappertutto. Ce n’erano tanti che nessuno conosce tutti i loro nomi. Ma neanch’essi poterono rendere gli uomini così buoni da piacere a Dio.
Quando Dio se n’accorse, andò in collera e disse: «A che darmi tanta pena? Annienterò di nuovo gli uomini, poiché non ne ho nessun diletto!».
Chiamò allora Gabriele, il capo degli Angeli, e così gli parlò: «Gabriele, ho fatto lo sbaglio di creare gli uomini a mia immagine, ma essi mi danno solo dispiaceri e nessun conforto. spaventapasseri-notteHo creato le piante e gli animali, e tutti vivono come ho loro prescritto. Essi sì che mi danno diletto! E problemi non me ne creano. Perché dunque ci sono gli uomini? Per niente di buono! Allora va’ coi tuoi Angeli a distruggerli. Non voglio più vederli».

Gabriele, a sentirlo dire queste cose, si addolorò e disse: «O potente Signore! Sarebbe un peccato distruggerli ora che hanno fatto tanto lavoro. Lascia che noi Angeli ci consultiamo fra di noi, per vedere come porre rimedio a questo guaio».
Dio disse: «O Gabriele, ritieni dunque di poter riuscire là dove io ho fallito?».
E Gabriele si scusò: «Non adirarti, mio Signore, ma fa’ che la tua grazia illumini la decisione che noi Angeli prenderemo!».
Allora Dio acconsentì: «Sta bene», disse.

Gabriele convocò subito tutti gli Angeli e illustrò loro la situazione. «Da Dio – disse – ho ottenuto solo una dilazione, giusto il tempo di vedere se a uno di noi, casomai, viene in mente un mezzo adatto a rendere gli uomini migliori».
Gli Angeli discussero a lungo, ma non seppero trovare una soluzione al problema. Solo uno di loro che s’era tenuto fino a quel momento in disparte, alzò la mano per ottenere la parola e, nello stupore generale, disse: «Ho l’impressione che stiamo complicando una faccenda che invece è abbastanza semplice. Dio stesso dice che in principio gli uomini erano buoni. Dice che, quando Lui li ha creati a sua immagine, gli uomini erano sani, e che si sono guastati col tempo. Il problema non è così grave: gli uomini sono soltanto malati, e la medicina che Dio aveva escogitato mandando in mezzo a loro i suoi Profeti non era sbagliata. Solo che la dose non era sufficiente. Se una volta ne ha inviati quattro, ora ce ne vogliono quattromila, se non di più. E se una volta li ha fatti allevare da un solo popolo, bisogna che adesso tutti i popoli siano investiti della stessa missione».

Nel sentire questo discorso, gli altri Angeli gioirono: «Hai colto nel segno! – esclamarono in coro. – Presto, Gabriele, corri da Dio a riferire la nostra decisione!».
Gabriele, persuaso lui stesso che quella era la via di salvezza per gli uomini, tornò da Dio e gli espose il consiglio degli Angeli.
Dio ascoltò attentamente, poi disse: «Caro Gabriele, io sono stanco e sugli uomini non surreal-angelonutro più speranze. Se vuoi, provaci tu. Dimmi di quanti Profeti hai bisogno, io te li do, e finiamola qui! Dimmi: quanti te ne occorrono?».
«Quattromila, Signore», disse Gabriele.
«Non ti sembrano troppi? – obiettò subito Dio. – Se tu sapessi la potenza di un solo Profeta, quattrocento tutti assieme già ti farebbero paura!».
«Dammene almeno quaranta», disse allora Gabriele.
«Te lo sconsiglio – replicò Dio – ma, poiché insisti, prendili e sta’ a vedere di quanta forza sono capaci».

Gabriele lo ringraziò, prese i quaranta Profeti e si affrettò a tornare dagli altri Angeli. Era già molto lontano, quando Dio lo richiamò ancora una volta e gli disse: «Ti ripeto: questo, d’ora in poi, è solo affar tuo. Ma fra quarant’anni ti chiederò un resoconto. Se allora gli uomini non saranno ancora migliorati, dovrai annientarli tu stesso. Questa è la mia volontà».
Gabriele andò dagli Angeli coi quaranta Profeti, e a gran voce li esortò a mettersi al lavoro: «Andate – disse – a distribuire i Profeti tra le genti, e ricordate che abbiamo quarant’anni, e non di più, per portare a compimento la nostra missione».

Gli Angeli andarono per il mondo, e lasciarono un Profeta qua, e un altro là, di modo che non rimase un solo luogo in cui gli uomini non dovessero imbattersi in uno di loro.
Ora, finché c’era stato solo un Profeta per volta, o al massimo due – di cui uno era vecchio e un po’ acciaccato, l’altro voglioso di tagliare, ma non affilato – gli uomini potevano in qualche modo sottrarsi alla loro vigilanza. Ora invece questa via di scampo era chiusa. E quando tutta la popolazione fu presa da religioso fervore, qualcuno cominciò a sentirsi a disagio in mezzo a tanti esaltati. Prese il suo asino, raccolse le sue cose e se ne andò a cercare un posto più tranquillo.
Ma non era neanche uscito dal suo villaggio, che s’imbatté in altri viandanti che, come lui, partivano in cerca di un po’ di quiete.
«Vieni – gli dissero – unisciti alla nostra compagnia di cercatori di pace».

migranti

Ora, poiché il numero di questi tribolati cresceva sempre più, così come d’altronde cresceva ogni giorno il numero degli esaltati, alla fine il popolo si divise in nomadi senza riposo e in cavalieri della fede, gli uni sempre più angustiati, e gli altri sempre più infervorati dalle parole dei Profeti.
Accadde più di una volta che certi erranti si stancarono di errare e dissero fra di loro: «Per noi non c’è scampo che nel diventare anche noi devoti».
A uno a uno, finì che tutti quanti si rassegnarono a fare ritorno al villaggio.

Ma era proprio ciò che i Profeti s’aspettavano. A uno a uno, tutti gli uomini divennero pii e devoti, si assoggettarono alle parole dei Profeti, fecero dono dei loro beni ai poveri, onorarono dalla mattina alla sera il nome santo di Dio e presero a condurre una vita senza peccati.
Sennonché, quando furono diventati tutti devoti, non per questo i Profeti cessarono d’impartire i loro insegnamenti. Quanto più si spegneva finanche il ricordo del desiderio di quiete, tanto più essi si facevano zelanti e pretenziosi. Imposero a tutti di vivere al modo dei dervisci. Anche solo conoscere una donna divenne peccato carnale. Tutto il rabbinotempo della loro vita era consacrato alla sola preghiera. Nessuno più lavorava. Le officine andarono in rovina, i campi intristirono, i corpi delle donne inaridirono. Gli uomini andavano nel deserto a patire digiuno e astinenza, in cambio di una visione divina. Da quel deserto però nessuno più faceva ritorno.

Non c’era più da attendere. Gabriele convocò di nuovo in tutta fretta gli Angeli e, senza perdersi in chiacchiere, gridò a tutti: «Presto! Trovate una soluzione! Il problema s’è aggravato. I quaranta Profeti, con la potenza della loro parola, stanno soffocando gli uomini. Gli uomini pensano ormai soltanto a Dio e non fanno altro che il bene. Trascurano ogni cosa terrena, e perciò periscono. Ne sono rimasti, ormai, solo pochissimi. Perciò, ci dobbiamo sbrigare a trovare una soluzione!».
Gli Angeli esclamarono: «Gabriele, come faremo? Fra un anno Dio ti chiederà conto degli uomini!».
«È una cosa terribile! – disse Gabriele. – E non so come sbrogliare la matassa. Perché stavolta non possiamo usare come medicina i Profeti. Adesso sono essi il male che dobbiamo curare!».

Fra gli Angeli c’era Iblîs, il diavolo, che disse: «È giusto. Stavolta non si può dire che il cuore degli uomini s’è indurito. Si può dire semmai il contrario. Avete usato quaranta Profeti e per poco non avete distrutto tutta l’umanità, a furia di rammollirli. I morti, non li potrete risuscitare né con quaranta, né con quattrocento, né con quattromila Profeti. Ma, se volete, lasciate che io mandi nel mondo un’inezia! e nel giro di una giornata vedrete che essi rinasceranno, e torneranno a essere e a vivere così come Dio li creò in principio».
Non avendo nessun’altra risorsa, Gabriele e gli altri Angeli si affidarono così alla sua «inezia».

Quella notte stessa, una sentinella che montava la guardia, andando su e giù lungo il Nilo, diceva tra sé e sé: «Ma che senso ha che io continui a fare la guardia, se nessuno più fanciulla-Niloal mondo ruba?».
E mentre così tra sé e sé diceva, ecco che dalle onde del Nilo emerse una fanciulla bellissima.
«Meravigliosa creatura – le disse la guardia – che ne dici se, finito il mio servizio, t’invito a casa mia, a dormire nel mio giaciglio?».
«E perché no, signore?», rispose la fanciulla.

Intanto, il capo delle guardie se ne andava in giro a ispezionare i posti di guardia, per assicurarsi che tutte le guardie fossero vigili. Andava, e tra sé e sé pensava: «Che senso ha il lavoro che faccio? Da tempo ormai non succede nessun furto nel nostro paese».
Ma quando giunse sulla riva del Nilo e vide la guardia a colloquio con la fanciulla, trasecolò e disse: «Cosa vedono i miei occhi? una sentinella in servizio che si distrae a chiacchierare con una donna!».
Si avvicinò e chiese spiegazioni. La sentinella gli confessò che la fanciulla era apparsa dalle acque del Nilo, e che non avendo dove dormire, aveva accettato di condividere il suo letto.
«Come? – disse l’ispettore. – Una fanciulla così graziosa dovrebbe venire in quella lurida stalla di casa tua? Ma dimmi, fanciulla, non vorresti piuttosto giacere nel mio lindo giaciglio?».
«E perché no, signore?», disse lei.

Nel frattempo, il capo supremo della polizia andava per le strade dicendo tra sé e sé: «Da molti anni vado per le strade di notte, a fare scrupolosamente il mio lavoro. Ormai però non ha più senso: nessuno da molto tempo commette più un crimine. Questo tempo, farei meglio a consacrarlo nella preghiera a Dio».
Ed ecco, t’incontra il capo delle guardie in compagnia della bella fanciulla, e gli domanda: «Dov’è che porti questa graziosa fanciulla?».
E il capo della polizia confessa: «La porto a dormire a casa mia».
«O perverso che non sei altro! – grida il capo supremo della polizia. Sei dunque l’ultimo servo del male! Vuoi approfittare di questa bella fanciulla? Ma tu, ragazza, dimmi: non preferisci giacere con me, sotto una coperta di seta, piuttosto che sotto il ruvido lino del letto di questo peccatore?».
«E perché no, signore?», gli risponde prontamente la fanciulla.

Carrà-solitudine
Carrà – Solitudine

Quella notte andava per le strade anche il governatore della provincia. Pensava: «Stanotte, farò solo una breve visita al capo supremo della polizia, e poi, di corsa, tornerò a pregare il buon Dio».
Ma quando giunse nell’ufficio di polizia, trovò il capo supremo in compagnia della bella fanciulla.
«Cosa vedono i miei occhi?», disse.
«Governatore – si scusò subito il capo supremo della polizia – questa fanciulla è emersa stanotte dal Nilo, e le guardie stavano per fare peccato con lei. La sto portando a casa mia per impartirle gli insegnamenti divini».
«Non so quanto tu conosca bene questi insegnamenti – disse il governatore. – Bella fanciulla, non preferisci venire con me nella mia villa, e imparare da me le più belle preghiere che conosco?».
E la fanciulla a lui: «Perché no?».

Quella notte il Re, volendosi dedicare al servizio divino, aveva mandato a chiamare il primo ministro per pregare assieme a lui.
Il primo ministro stava andando da lui quando passò davanti alla casa del governatore, e surreal-nuitvedendola illuminata, si disse: «Scommetto che il governatore sta pregando. Vado a dirgli che venga a pregare assieme a me dal Re».
Ma aveva appena aperto la porta che vide il governatore che si scolava un fiasco di vino in compagnia della bella fanciulla.
«Cosa vedono i miei occhi?», esclamò.
Il governatore provò a spiegarsi. Disse che la fanciulla era emersa quella stessa notte dalle onde del Nilo, e che era a casa sua per essere istruita nelle preghiere che ancora non conosceva.
Vista la bellezza della fanciulla, il primo ministro disse allora: «Forse che il Re non mi ha preposto a tutte le pie istituzioni? Non è questo il più alto dei miei doveri? Fanciulla, vuoi venire a bere alla sorgente la sapienza divina?».
La bella fanciulla disse: «E perché no, signore?», e andò con lui.

Intanto il Re attendeva il primo ministro, e poiché quello tardava insolitamente a venire, pensò: «Il mio pio ministro dev’essersi addormentato, sfinito dalla preghiera. Vuol dire che andrò io stesso a svegliarlo».
E con l’umiltà che si addice a un uomo qualunque, s’avviò verso la casa del primo ministro. Per strada pensava: «Dio mi ha fatto re d’un popolo ormai senza peccato. Una ragione in più per essergli ancora più devoto».
Quand’ecco s’imbatté nel primo ministro che si affrettava verso casa con la bella fanciulla. Lo vide e gridò: «Non vedo accanto a te una creatura di sesso femminile? È per caso un angelo disceso dal cielo su di te?».
Il primo ministro, balbettando, provò a giustificarsi: «No – disse. – Non è un angelo. È una fanciulla emersa dalle acque del Nilo, che è venuta a cercare chi meglio la iniziasse alla preghiera e alla dottrina di Dio!».
«E allora? – disse il Re. – Chi meglio del Re la può iniziare alla santa preghiera? Torna a casa, mio buon ministro! Non ho più bisogno di te. E tu, bella fanciulla, dimmi: vuoi approfittare dell’insegnamento del Re?».
«Perché no, signore?», disse la fanciulla e seguì senza indugio il Re nel suo palazzo.

fanciulla-e-diavolo

Finalmente albeggiava.
Quando si fece giorno, il Re chiese alla bella fanciulla del Nilo: «Vuoi sposarmi e diventare mia moglie?».
La bella fanciulla rispose: «O mio Re, perché non dovrei sposarti? E come te, perché non dovrei sposare il primo ministro, o il governatore della nostra provincia, o il capo supremo della polizia, o la semplice sentinella che monta la guardia sulle rive del Nilo – che pure mi hanno fatto la stessa richiesta? Non dice la vostra dottrina che è bene che io mi rimetta nelle mani di Dio? Perciò, ordina che tutti i pretendenti si mettano in fila: il ministro, il governatore, l’ispettore e la guardia, e poi quando tutti sarete, te compreso, a quaranta passi di distanza da me, io fischierò e mi metterò a correre. Allora, corretemi tutti dietro. Tutti avete diritto a inseguirmi e a cercare di raggiungermi. Di voi sposerò quello che mi raggiungerà per primo».

Non potendola dissuadere, il Re si rassegnò a fare come lei diceva. Chiamò il ministro e tutti gli altri pretendenti, li fece mettere in fila, e poi uscì dal palazzo assieme alla bella fanciulla.
Intanto s’era radunata molta gente, e guardavano il re e il ministro mettersi in coda come tutti gli altri.
La bella fanciulla fece quaranta passi davanti alla fila, poi fischiò e si mise a correre. E tutti i pretendenti la rincorsero. La bella fanciulla correva però così velocemente, che Dalì-paranoianessuno riuscì a raggiungerla. Tutti gli uomini corsero, corsero, corsero – e ancora oggi corrono dietro alla bella fanciulla del Nilo.

Quando il sole fu di nuovo a mezzo del cielo, Iblîs tornò dagli Angeli e disse loro: «Guardate sulla terra!».
Gli Angeli volsero lo sguardo giù verso la terra, e videro tutti gli uomini dare la rincorsa alla bella fanciulla. Stupefatti domandarono a Iblîs: «Cos’hai fatto? Gli uomini hanno smesso di pregare! O la vista c’inganna?».
Iblîs disse: «No, cari Angeli, la vista non v’inganna. Gli uomini hanno interrotto la loro continua preghiera e si sono accorti di non essere né Profeti né Angeli. Usano di nuovo il loro corpo come Dio, creandoli, stabilì. Gli uomini sono tornati alla gioia di vivere. Ora riprenderanno gusto agli agi e agli ornamenti, alle occupazioni quotidiane, agli affari e alle donne. Andate, su, andate a dire a Dio che, se li guarda, adesso li riconoscerà come figli della sua creazione!».

Gabriele non ne era così convinto. «Sei sicuro – disse a Iblîs – che Dio non andrà su tutte le furie? Ci ha dato quarant’anni per salvare gli uomini dalla distruzione. Ne sono passati solo trentanove. Non conviene aspettare un altro anno?».
«Dammi ascolto – gli rispose Iblîs. – Questo, per gli uomini, è il momento migliore. Fra un anno, correranno di nuovo il pericolo d’indurirsi, sia nel bene che nel male. Affrettati, chiama il Signore e digli di volgere lo sguardo sulla terra, entro oggi stesso. Domani può essere già tardi».

Gabriele si arrischiò. Andò da Dio e lo pregò: «Sii clemente e misericordioso! Guarda gli uomini!».
«Sono dunque già passati i quarant’anni che pattuimmo?», domandò Dio.
«No, Signore – rispose Gabriele. – I quarant’anni non sono ancora passati. Ma tu facci lo stesso la grazia di posare il tuo sguardo sugli uomini, perché essi offrono uno strano spettacolo».
Incuriosito da queste parole, Dio volse il viso e guardò in basso, verso la terra. Ed ecco vide correre il Re, e il primo ministro, e il governatore della provincia, e il capo supremo della polizia, e la sentinella del Nilo, e dietro di loro anche tutta la folla dei curiosi che s’erano radunati per vedere la bella fanciulla – tutti a rincorrerla, ma senza mai raggiungerla.

A quella vista Dio scoppiò a ridere. La sua collera svanì di colpo. Dio rise così tanto che tutto il cielo ne rimbombò.
Dio allora esclamò: «No, non voglio annientarli, questi uomini! O Angeli, gli uomini devono rimanere in vita, perché mi fanno ridere di questa risata che non dimenticherò mai».
Così avvenne che gli uomini non furono distrutti.
Perciò, tu – uomo che mi ascolti – ricorda che Dio non ha creato gli uomini né Angeli né Profeti. Chi lo predica, vi insegna il falso.

[Predica nubiana del XV secolo. Fonte: Frobenius, Storia delle civiltà africane]