La Specie che s’innamora

Avevo creduto fino alla sera prima di amarla.
Ma si vede che ci mette poco l’Immaginazione a creare mostri – anche nei cuori dei più fedeli d’Amore, se la mattina dopo non ho saputo più stringere il freno alla Potenza della sua (non me ne farò mai una colpa!) perversa smania che mi ordinava di cambiare aria, di concedermi per lei a nuove e più lussuriose nozze, di ripristinare i suoi antichi vizi, i surreal-dormientetrucchi e tutti i suoi giochi di prestigio, per improvvisare nuovi e ancor più aleatori connubi, e sfuggire a ogni «parola data» per riprendermi, per lei, non so quale libertà perduta.

Perduta, o rimessa nelle mani dell’Altro?
E quest’altra che mi giaceva accanto, nuda e bellissima, nel letto – lo giuro: mai ci fu Donna più piena di grazia di Lei che mi giaceva quel nudo mattino accanto, di Lei che ancora mi chiede di stare qui con gli occhi, adesso, a guardarla – perché qualcuno si cimenti in uno sguardo così innamorato che finalmente la immortali – quest’altra, che ancora dormiva, era pur essa perduta nella nostra reciproca illusione, o s’era – come stoltamente preferii credere allora – rimessa nelle mie mani?

L’Immaginazione è crudele.
È crudele questo suo continuo «connettersi» alla Tensione di una Rete (l’Es) di cui essa, l’immaginazione, quanto più acerba è, quanto più infantile e indisciplinata è, tanto più ignora le trappole che le tende.
È laggiù, negli strati più profondi della sua libera pazziella – là dove essa va a briglia sciolta cavalcando l’onda, ovunque questa la porti! – è laggiù che essa, a sua insaputa, riproduce il Mostro ambiguo, il Minotauro, fratello gemello di Bellezza.

Il Mostro? quale versione preferisci? C’è il Drago, e c’è l’Orco Maligno, c’è il Serpente dalle Sette Teste, e c’è la Bestia dai Cento Occhi – dai, scegli, ce n’è per tutti gusti! Prendi quello che vuoi, perché tanto tutte le stelle dei tuoi notturni sono i suoi occhi, e tutti i colori dell’arcobaleno sono le sue squame, e tutte le voci e i suoni del mondo sono tagli, prelievi e stacchi, che a nome di ciascuna Specie, dal suo mostruoso corpo fece un Demiurgo.
Dal corpo, dice Platone, di una chôra, di una «regione distaccata», di uno «spazio separato», e lascia a noi posteri «l’ardua domanda»: separata da chi? da dove? da quando?

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Salvador Dalì – Giraffe e telefoni

Platone, voglio credere, dà per scontato che noi a volo comprendiamo che la separazione, il taglio, il colpo traumatico del distacco, è a venir via dal corpo del Tempo Continuo, del Cannibale che ci divora, che ci nasce e che ci vuole morti – e forse dà per scontato che noi sappiamo per sottinteso che questa «ferita» fu aperta nel cuore della nostra più acerba immaginazione, nei tempi remoti e rimossi in cui ancora non eravamo stati intrappolati nella Sintassi di una lingua.
Platone si limita a dire che a Tagliare il «pezzo umano» di vita breve [dal continuum, ossia dal Corpo del Serpente], fu il nostro Coyote, pardon: il nostro Demiurgo, che come ogni altro Demiurgo agì a nome della Specie di cui fu ed è tuttora Garante.
Per estrarre quel pezzo, è qui il punto dolente, il nostro Coyote dovette affondare il coltello nella «carne» dell’Ingannatore, nella pazziella insensata dell’Es, nella spensieratezza del lasciarsi essere come naturalmente si è. Non potendone, con tutto ciò, staccare che un inganno. Un inganno speciale. L’inganno proprio della Specie a cui l’avrebbe distribuito.

Il Genere (maschio e femmina) c’era già.
Le Specie vennero dopo. Tutte erano già divise in maschi e femmine.
Prima c’erano maschi cervi che facevano all’amore con le papere di uno stagno lì vicino, surreal-statue-generie c’erano agnelli che immolavano alla loro incestuosa libido Mamma Lupa, e vespe c’erano – pungiglioni di scorpioni velenosi c’erano che pungevano le orchidee a primavera. E c’erano chissà quanti narcisi che brucavano l’erba femmina di montagna invece di andarsi a scimmiottare nello specchio, sempre di quello stagno lì vicino.
C’erano maschi e femmine. Solo questi due generi. Il resto venne dopo. Molto dopo. Il resto, a pensarci bene, è venuto solo da poco.

Non è poi così difficile la filosofia sudamericana. Siamo noi che, avendo fatto tutta un’altra strada, possiamo e dobbiamo beneficiare dei suoi filosofemi – che non si sono mai spogliati, come da noi, delle loro vesti mitologiche, che non si sono mai allontanati così tanto, come da noi, dalle voci antiche della Saggezza. Siamo noi che, grazie a loro, possiamo venire a sapere del nostro (sapere) Rimosso.
Il nostro Demiurgo, a nome della nostra Specie, ha saputo «rimuovere», ha rimosso col coltello, a sangue! – crudele iniziazione, sadismo – l’illusione di cui c’illudiamo noi tutti. L’illusione di non essere più bestie. Di esserci staccati dal Continuo Animale, di aver chiuso i conti con la nostra propria più intima bestialità. Di aver «ucciso» il Mostro, ognuno di noi – a imitazione e conferma del gesto del suo Demiurgo – ognuno di noi a illudersi di aver «dominio» sul proprio Mostro.

Come se fosse una cosa facile! Come se bastasse una preghiera non so quante volte al giorno! come se fossero sufficienti gli scongiuri o i salamelecchi! o tre lezioni di yoga la settimana!
A ciascuno la sua piuma! A ciascuno appena un brandello di placenta, solo un pezzo, un taglio a ferire, un poco d’intelligenza, e quel tanto di linguaggio che lo mantiene in connessione con la sua Specie.
Ogni piuma è un piccolo «mito» (un μύ), un mondo mitologico in nuce, una scheggia pronta a impazzire, a darsi alla morte pur di schiudersi nella piena e totale osservanza della sua sola Regola interna. Ogni piuma, ogni mito si misura solo con la sua propria Paura immaginaria – l’altra faccia della stessa sua Regola innata.

monstrum

Abbiamo bisogno di guardarci in faccia, negli occhi (possibilmente di uno Sconosciuto mostruoso), per riconoscere la nostra Arianna. Da soli non ce la faremmo mai a metterla in vista. Perciò non è il caso di andarsi a specchiare nel solito stagno qui vicino. No, per riconoscerci, per tornare a farci le domande che possono aiutarci a conoscerci, abbiamo bisogno di voci lontane – quanto più lontane possibile da noi, abbiamo bisogno di lingue quanto più remote e rimosse da noi. Quanto più strane e sconosciute, quanto più forestiere possibile! Solo esse possono rimetterci sulla traccia che per noi tracciò, con le mani ancora sporche di sangue, il nostro Demiurgo.
Onore a lui! Onore dunque a Prometeo, prima di sedersi a tavola a disputare se fu o no un mariuolo!
Una volta, tanto tempo fa, un suo antenato faceva all’amore con la bisnonna di quest’aquila qui che adesso gli rode il fegato! E sai perché glielo rode? Da dove questo tardivo senso di colpa?

Perché l’antenato di Prometeo a un certo punto si rifiutò di farsela con le bestie. Perché con le bestie la pazziella finiva sempre a chi è più crudele. E l’antenato di Prometeo, surreal-aquilaquesta crudeltà, preferì compierla su se stesso: affondò il coltello nella sua propria mostruosità, dritto nel cuore del Mostro che da dentro muggendo gli chiedeva d’immolare altre vittime alla sua Fame, e ne «staccò» solo un po’ di pelle, solo quel poco che gli bastava a tatuarvi la Forma più bella di tutta quella frenetica immaginazione che lo tormentava da bambino.
L’antenato di Prometeo, anche se non aveva ancora le parole per enunciarle (in dote non aveva che quel μύ), sapeva già tutte le teologie e le metafisiche a venire, e anche le loro confutazioni, generali e particolari. Sapeva la Forma più bella del suo Reame Immaginale, e di Lei s’innamorò.

Prima non c’era l’Amore.
Prima che l’Antenato della nostra Specie non si rifiutasse ai «volatili» che gli passavano per l’immaginazione, prima che non li prendesse per pensieri «appesi» alle nuvole, chi per un piede, chi per una mano, chi per i genitali, chi – peggio di tutti – per la lingua. Insomma: prima che Soslan non gli dicesse: io con voi non voglio e non posso farci niente – prima di allora Amore ancora non c’era.
C’era il genere, maschio e femmina. Ma non c’era, non ancora, la Specie che s’innamora. Questa Specie recente venne poi. Venne a soggiornare nel vuoto (illusorio) di mostruosità. Non volle più fare all’amore con le bestie. Illusa di poter così estrarre Se Stessa dal Mostruoso, per darsene pena.
Per farsene una colpa.